Arte contemporanea. La vita somiglia a un paesaggio: man mano che te ne allontani, lo vedi meglio. È come entrare in una lente deformante che ingrandisce e mette a fuoco, soprattutto i particolari più distanti nel tempo.
Come avviene con il paesaggio, questa distanza, stellare e temporale, restituisce, della vita, una visione nuova, più precisa: ingigantisce, anziché ridurre, i dettagli. Ed essi, uno a uno, riappaiono per mostrarci anche quello che abbiamo fatto male, gli esperimenti intentati, le idee sfiorate o mancate, forse un serbatoio di ricchezze. Riflettere sul tempo della propria vita a una certa età sa di commiato e questo generalmente non dà piacere. Ma la consapevolezza dell’ineluttabilità della fine piò pacificare e attenuare il senso di colpa verso alcune domande che ti sono state poste da oggetti e persone.
Realizzando un ritratto, un disegno, un paesaggio, un dipinto inevitabilmente viene sempre a crearsi una relazione triangolare fra chi ritrae, chi e cosa è ritratto, chi vedrà il ritratto, quando e dove, con i relativi permanenti sensi dell’incompiutezza e dell’inquietudine. A tutti noi, non solo agli artisti, a volte succede di avere un’idea, un’illuminazione, di fare una scoperta, anche nelle cose di tutti i giorni; l’ispirazione è questo; qualcuno la traduce in un segno grafico, qualcuno in una poesia, altri nel modo più comodo di legare un pacco; l’ispirazione produce idee, non concetti; la ragione è fredda e tende a “geometrizzare” la vita, le idee sbocciano da intelligenze imperfette, improvvisamente, accese dalla nostra follia. Qualche volta l’ispirazione si sveglia da sola con la voglia di essere ascoltata e soddisfatta, ma più spesso bisogna andare a cercarla, snidarla, farla uscire dall’inattività, accarezzarla, sollecitarla, addirittura scuoterla. C’è che vi è riuscito alla grande.
Il 2 ottobre 2026 il grande disegnatore, ritrattista, paesaggista, pittore Tullio Pericoli (Colli del Tronto) compie novanta anni (Bilancia). L’ultimo libro di parole è dedicato a un’età talora bella, la paziente vecchiaia (da cui il titolo), descrivendo come rivede oggi il suo mestiere di artista.
Ha portato sempre e comunque con sé i propri occhi di bambino, di quando si sono aperti e hanno visto il loro primo paesaggio, che lo accolse e dentro il quale visse per circa vent’anni; riemerso in modo luminoso negli ultimi decenni e divenuto l’oggetto principale dei suoi studi e del suo lavoro, aspre e ondulate colline e “fossi”; un modello che esce vincente da ogni confronto con gli altri luoghi che gli è capitato di frequentare, e ora, quando torna a vederlo, si è accorto che si sovrappone a tutti e li cancella, evitando la sciocca malinconia per paesi che non ha visitato. Il suo (e nostro) paesaggio vitale e fertile riguarda le colline marchigiane meridionali, non è proprio un caso che ricorrano nel testo frequenti richiami a Giacomo Leopardi, Osvaldo Licini, Eugenio De Signoribus.
Pericoli lo ha sempre rappresentato in modo incantevole e mirabile, guardandolo e ricordandolo con tutto il corpo. Ovviamente le sue note di lavoro si soffermano su altri innumerevoli grandi artisti di varie epoche, su famosi amici contemporanei, su citazioni pertinenti (forse eccetto quelle sulla biologia evoluzionistica) e sei immagini significative (Sofonisba Anguissola, Caspar David Friedrich, Franz Kafka, Alberto Giacometti, oltre a due proprie).
Dopo l’introduzione, la narrazione è distinta in brevi capitoli di riflessioni autobiografiche (talora scritte tempo fa e tenute nei cassetti sotto forma di frasi buttate lì): Il disegno; Il ritratto; Il paesaggio; Le parole e la linea; Il corpo; L’ispirazione; La tela bianca; La pittura; L’”arte”; conclusa da uno spunto giocoso e dal dialogo con l’inviato culturale Enrico Regazzoni.
Valerio Calzolaio

