“È vissuto, ha amato e morirà”: Attila József, il poeta della disperazione

Nella formazione culturale di László Krasznahorkai, Premio Nobel per la Letteratura 2025, una posizione predominante occupa Attila József, il Vate proletario della poesia ungherese del XX secolo. Breve e tragica, la sua vita personale è indissolubilmente legata a quella artistica.

“La verità però è che sono stato influenzato da tutti, da ogni grande artista. Mi permetta di aggiungere un nome, di una persona che voi non potete conoscere, né vi è data la possibilità di conoscerlo. Non perché fosse ungherese, ma perché il disgraziato era un poeta. Mi riferisco ad Attila József. C’è stato un periodo durante la mia adolescenza in cui per mesi e mesi non leggevo altro che lui, ancora e ancora. La sua è una poesia meravigliosa. È un vero peccato che esista solo per gli ungheresi. È intraducibile.”

Con queste frasi, rilasciate alla rivista Le parole e le cose qualche tempo prima di essere insignito dalla Accademia di Svezia del Premio Nobel per la Letteratura 2025, László Krasznahorkai ci ha raccontato l’importanza di Attila József nella sua genesi culturale. È evidente il fil rouge che lega due grandi protagonisti, se pur in epoche diverse, del panorama letterario ungherese.

Attila József, la coscienza di un’epoca

Due grandi anime, József e Krasznahorkai, che hanno scritto, che scrivono, con la convinzione che la scrittura sia una “necessità interna”; in un mondo in lento disfacimento l’arte si eleva ad unica àncora di salvezza. È giusto, dunque, rendere un tributo ad uno dei più grandi poeti ungheresi del XX secolo: Attila József. Egli è stato la coscienza dolente e critica di un’epoca, un sismografo sensibile alle scosse sociali, politiche e psicologiche che attraversavano l’Europa tra le due guerre mondiali. La sua parabola esistenziale, breve e tragica, è indissolubilmente legata alla sua opera, forgiata nel crogiolo della povertà estrema, dell’instabilità politica e di una lacerante, perenne ricerca di identità e amore.

Una poetica dell’abbandono

Nato l’11 aprile 1905 a Kispest, un sobborgo di Budapest, la vita di József fu segnata fin dall’inizio da una precarietà radicale. Abbandonato dal padre, un operaio di origini rumene, e cresciuto in condizioni miserrime dalla povera madre, una lavandaia che morì lasciando il figlio appena quattordicenne, il poeta conobbe ben presto l’emarginazione e il lavoro minorile. Tutta questa sofferenza, evidenziata da molti tentativi di suicidio, divenne il fulcro, il nucleo tematico centrale della sua poesia, incentrato sull’assenza di un focolare, la fame, la solitudine del proletario senza voce.

Il trauma infantile della povertà e della figura paterna assente si tradusse in una ricerca costante e spasmodica di appartenenza e riconoscimento. Questo bisogno ontologico è decifrabile nella sua oscillazione tra l’adesione appassionata all’ideale marxista e la ricerca di affetto “compensativo” nelle sue tormentate relazioni sentimentali.

Nonostante gli ostacoli, József mostrò precocemente inclinazioni letterarie. Adolescente, iniziò a pubblicare versi sulla rivista Nyugat, il grande faro della poesia magiara moderna. Nel 1924 si iscrisse all’Università di Szeged per studiare filosofia con l’intento di diventare docente, ma nel 1925 fu espulso da un professore che dichiarò: “finché sarò vivo, lei non avrà mai una cattedra. Non possiamo affidare la generazione che cresce a un uomo che scrive poesie come le sue”. L’ espulsione avvenne in seguito alla pubblicazione della poesia Tiszta szívvel (Con cuore puro), considerata sovversiva.

“Né padre né madre possiedo, né a patria né a dio credo” e poi “con cuore puro, sì, scassino, se serve mi faccio assassino”.

Gli studi all’estero e il pensiero

In quel periodo Attila József compì soggiorni a Vienna e a Parigi, dove frequentò la Sorbona, studiò pensatori come Hegel e Marx, e tradusse poeti come Villon e Apollinaire. Rientrato in Ungheria, entrò nel Partito comunista clandestino, pur sostenendo posizioni piuttosto autonome e critiche, che gli costarono l’espulsione nel 1936 per “deviazionismo” ideologico.  Nei suoi viaggi entrò in contatto con le avanguardie europee e la psicoanalisi.

Fu cruciale il rapporto con la psicoanalisi che non solo fornì al poeta un grimaldello per esplorare il suo mondo interiore, ma divenne essa stessa materia poetica. Il Poeta non si sentiva solo un individuo isolato; si sentiva estraneo al mondo stesso. La sua poesia Eszmélet (Coscienza) è un esempio emblematico. Una vertiginosa meditazione sulla coscienza in cui l’uomo si scopre una minuscola, sofferente particella in un universo indifferente, retto da leggi inesorabili e spesso crudeli. La sua ricerca di un senso, di un ordine, era un tentativo disperato di dare forma al caos esistenziale e sociale che lo circondava. Questa ricerca disperata si manifesta con una lucidità straziante anche nei suoi testi di ricerca spirituale, come nel Salmo silenzioso di sera. Qui, il poeta si rivolge a Dio con grande umiltà, ma anche con una tumultuosa crisi di senso:

“O mio Signore, non so martellare in rime la tua gloria. Con labbra semplici dico il mio salmo. Ma se non vuoi, non ascoltare la mia parola”.

Rifiuta la retorica solenne e offre solo una preghiera “semplice”, quasi rassegnata all’indifferenza.

“So che l’erba è verde, ma non capisco perché è verde, per chi è verde.”

József riconosce l’Ordine cosmico, ma è alienato dal suo senso. Egli è solo uno “schiavo semplice” che, nella sua totale frammentazione, chiede all’Assoluto non la gloria, ma solo: “O Signore mio, dammi una briciola di me stesso”. È la richiesta disperata di identità e unità in un mondo che lo ha fatto a pezzi.

Un poeta troppo grande per la sua epoca

Il mondo józsefiano è un unicum di contrasti, è logico e folle, stravagante e armonioso, straziante di realtà e imperioso di sogni. La critica ha tentato infinite definizioni per József, dal Vate proletario all’erede di San Francesco per la sua grandezza morale, ma nessuna è sufficiente. La sua opera non ha una sola voce, ma una mutevolezza affascinante che non tollera confini né categorizzazioni. Il suo destino fu quello di un poeta troppo grande per il mondo angusto che lo aveva rifiutato.

Egli cercava di “conservare l’ordine”, ma il disordine strutturale della sua psiche e della società ungherese si rivelarono forze troppo potenti. Negli ultimi anni la sua salute mentale declinò. Gli fu diagnosticata una forte nevrastenia e fu curato da molti psichiatri. 

L’ultima stazione di Attila József

Il 3 dicembre 1937, a Balatonszárszó, Ungheria centro-occidentale, morì travolto da un treno, la versione più accreditata è che si fosse trattato di suicidio, benché alcuni studiosi propongano una drammatica fatalità. Il gesto, qualunque ne sia stata la dinamica esatta, incidente o premeditazione, avviene in un contesto di deterioramento psichico e isolamento sociale dovuto all’espulsione dal Partito comunista, le delusioni amorose, l’impossibilità di ottenere un impiego stabile a causa delle sue idee. József si uccide quasi come aveva presagito in una delle sue prime poesie, distendendosi sui binari al passaggio di un treno (“Sulle rotaie un ubriaco”).

Un ultimo e tragico capitolo della sua “poesia della disperazione”.

L’ultima stazione di Attila József
Monumento dedicato ad Attila József a Budapest (foto Emanuela Stella)

Il mozzo, il portalegna, il garzone al mercato

È necessario sottolineare che l’importanza di Attila József risiede certamente nella sua capacità di aver fuso l’esperienza del sottoproletariato con la più alta riflessione filosofica e la più sofisticata espressione poetica. Egli è la prova che il linguaggio della sofferenza può davvero elevarsi a sublime Arte universale, rendendo così la sua opera un documento fondamentale sull’angoscia e la resistenza dell’individuo nel XX secolo.

Di se stesso scrisse: “Strillone, mozzo, venditore di pane, aiuto cameriere, guardiano di campi di granoturco, precettore, portalegna, aiuto selciatore, venditore di francobolli, portagiornali fisso, bracciante, fattorino, impiegato di banca, garzone al mercato coperto, corrispondente commerciale franco-ungherese, contabile, uomo delle pulizie, traduttore letterario, venditore d’acqua nei cinema, insegnante-candidato. È vissuto, ha amato e morirà.”

Emanuela Stella

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