Siamo spesso abituati a pensare al successo come a una linea retta – una carriera solida, una relazione stabile, una città prestigiosa – dimenticando che l’anima, per respirare davvero, ha bisogno di radici. E La vita sa essere dolce di Marinella Vitale, pubblicato nella collana Iride da Rubbettino, è la cronaca di un risveglio necessario, perché la “dolcezza” della vita non è l’assenza di dolore, ma la capacità di ricomporre i propri pezzi in un disegno nuovo, più autentico.
Il romanzo si apre introducendoci nel mondo di Francesca Cundari, una donna che incarna l’ideale del successo. È un’avvocata affermata a Milano, una città che nel libro funge da specchio della sua interiorità, efficiente, frenetica, ma forse un po’ fredda. La sua vita sentimentale sembra un catalogo di buone intenzioni; il suo compagno è l’uomo “giusto” sulla carta, colui che garantisce stabilità e decoro. Eppure, l’autrice è abilissima nel descrivere quel vuoto sottile, quella mancanza di “scintilla” che la protagonista soffoca sotto il peso del dovere e della convenzione. È una stasi emotiva che molti lettori riconosceranno, ossia la volontà di scegliere la sicurezza a discapito della passione.
La sua vita dorata prosegue serenamente, sempre sul pezzo, sempre la migliore dell’importante studio legale per cui lavora. Il punto di svolta narrativo inevitabilmente arriva ed è importante ai fini dell’evoluzione del personaggio. Succede una sera, il suo mentore la chiama per rientrare in ufficio a causa di un lavoro che lei spera di chiudere presto. Ma la vera motivazione non è il lavoro. Quello che succede la turba profondamente. La molestia subita dal capo è un evento drammatico che funge da detonatore. Questo atto di violenza rompe il pavimento di vetro della quotidianità perfetta di Francesca, mettendola di fronte alla fragilità della sua posizione e alla tossicità dell’ambiente che considerava casa.
È qui che il viaggio fisico verso la Calabria si trasforma in un vero e proprio viaggio catartico. La chiamata di un notaio per un’eredità inaspettata non è più solo una pratica burocratica da risolvere, ma diventa il “richiamo” verso l’ignoto, verso i misteri che ammantano le sue origini.
Quando la protagonista del romanzo di Marinella Vitale arriva a Calamonte, immaginario paesino del Sud, il ritmo del libro cambia. La scrittura si fa più sensoriale, quasi tattile. Il contrasto tra la Milano dei grattacieli e la Calabria dei palazzi nobiliari decaduti, dei meravigliosi affacci sul mare e dei vicoli silenziosi è netto.
Tra le mura di Villalba, antico palazzo dei baroni de Lellis, Francesca scopre che il lascito non riguarda solo beni materiali, ma una memoria familiare sofferta e profonda. La nobildonna che l’ha scelta come erede si trasforma così in una figura ancestrale, capace di guidarla tra le pieghe del passato. Un numero di telefono e una vecchia foto sono gli indizi che tingono la trama di mistero. Ogni angolo di Calamonte, ogni volto e ogni stanza del palazzo sembrano sussurrare verità taciute per troppo tempo. Francesca scopre così che la sua identità non ha avuto inizio a Milano, ma affonda le radici in quella terra aspra e generosa.
“Rimasi a guardare il palazzo gentilizio, la facciata adorna di fregi e decori, il portale di pietra intarsiato di strane figure colorate che sembravano tratte da un bestiario medievale. Poi voltai lo sguardo verso il mare che le ombre della notte avevano nascosto. Ma sapevo che era in fondo, davanti a me, il mare, e che in quella notte serena e senza vento l’acqua si muoveva appena, bagnando la battigia di spuma bianca che pareva un ricamo di donna.”
La bellezza del romanzo risiede anche nel modo in cui l’autrice tratta il tema dell’amore. Non c’è solo l’amore romantico – che pure sboccia con sfumature nuove e vibranti, lontane dalla “perfezione senza scintilla” di Giorgio, il “quasi fidanzato” milanese – ma c’è l’amore verso se stessi e verso le proprie radici. La protagonista impara a perdonarsi, a scegliere, e soprattutto, a riscoprire se stessa accettando le proprie fragilità.
La vita sa essere dolce è un romanzo che mantiene la promessa del suo titolo. Nonostante le ombre, il finale offre una sazia completezza. Il lettore accompagna la protagonista in una trasformazione totale che da donna “frammentata” la porta ad essere un individuo integro. Marinella Vitale riesce a chiudere ogni filo narrativo, lasciando una sensazione di pace e la consapevolezza che, a volte, per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di perdersi in un viaggio dentro noi stessi.
Emanuela Stella

