Bruno Di Pietro

Ci lascia Bruno Di Pietro (1954-2026), poeta meridiano. Oltre un trentennio dedicato alla poesia – disse a chi scrive, qualche settimana fa: “Io cominciai seriamente nel 1993 con un convegno a Napoli, all’istituto di filosofia di Marotta. Su Leonardo Sinisgalli”. Del 2024 l’ultima raccolta Elea. Quando verrà il passato (Les Flaneurs Edizioni) e prima ancora, fra le altre, Colpa del mare (Oèdipus Edizioni, 2002), confluito poi in Colpa del mare e altri poemetti (Oèdipus Edizioni, 2018); Impero (Oèdipus Edizioni, 2017); Baie (Oèdipus Edizioni, 2019); Frammenti del risveglio (Oèdipus Edizioni, 2021).

Impresso a fuoco nel sottotitolo dell’ultima raccolta l’intendersi e intendere l’essere al mondo di Bruno Di Pietro – Quando verrà il passato – programmatico di un poema del ritorno o meglio, un andirivieni nel labirinto circolare, assolutamente non lineare del tempo. Nel fitto dialogo con la filosofia eleatica il proemio in limine (che si apra o si concluda poco cambia): tutto è e sarà / come è sempre stato e in epilogo l’Incipit: Allora noi bambini / si andava per canneti a conchiudere l’impianto uno e trino del corpus, sviluppato lungo tre sezioni costituite da diciotto componimenti ciascuno: Eos, Kronos e Fusis.

Eos, aurorale apertura in cui l’epifania è corale: arrivati in cima/ incontrammo/ l’infanzia della terra. Il paesaggio è mediterraneo, vissuto dai suoi spiriti; Velia, l’Elea di Parmenide – tante volte convocato –; dei padri; della luna; soprattutto della luna, che disseta coi suoi serbatoi d’acqua. La notte detta i ritmi biologici e il suo fondale oscuro domina sul giorno, i cui mattini sono scialbi e la prima luce del mondo/ illumina illusioni.

Kronos, lo scontro col tempo, il cui attributo di eternità non è materia umana: A fatica/ l’età mi consente/ di scendere alla marina. Parmenide è febbricitante, trema, ma resta incollato alla storia, al silenzio del tempo minore: Tornò a valle/ insieme a un gregge di capre, in attesa del tempo giusto.

Fusis, il ritorno ai primordi, alla natura necessaria: Noi siamo creature delle foglie/ degli alberi, dei fiori. Arriva Zenone, parlerà lui agli ateniesi, dirà che la stessa cosa sono l’Essere e il respiro. Aleggia l’ombra di un’ultima estate, ma non può scomparire Parmenide, è sacerdote/ di Apollo guaritore, è erede di un destino a cui non può sottrarsi.

Di Pietro/Parmenide è testimone dello svelamento della realtà. Con versi brevi, asciutti, vicini al frammento – talvolta persino di due sole sillabe – qualche rima e assonanza sporadica e, in ogni caso, pieni di musicalità, costruisce un universo poetico solido, coerente, impregnato di filosofia presocratica e non solo – un’hegeliana nottola sorveglia/ dalle pendici del Monte Stella/ la piena del fiume. Di Pietro ci lascia il 23 agosto 2026. A chi la memoria del suo Parmenide? A ogni allievo Zenone fuori da torri d’avorio – che strenuamente lotti contro l’ombra dell’oblio.

Salvatore Giuseppe Di Spena

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