Recensioni: “È il nostro turno” di Saverio Strati

La lettura di È il nostro turno non può che ispirarmi una lettera, perché questo romanzo di Saverio Strati del 1974, oggi ripubblicato da Rubbettino con una prefazione di Tommaso Labate, a un calabrese dà solo conferme. Sembrerà banale, ma al buon Strati, se fosse ancora in vita, scriverei semplicemente che “è tutto ancora uguale, persino la rabbia del tuo protagonista è simile alla nostra quando vediamo le cose storte. Chi non vuole stare in questo sistema deve farsi le valigie e andarsene, perché sa che non lo cambierà”.

Una Calabria senza speranze

È il nostro turno, infatti, racconta di un giovane di belle speranze che i genitori, contadini, mandano a studiare prima a Catanzaro, poi a Reggio Calabria e infine a Firenze. Durante il suo percorso, il protagonista si scontra con muri, ingiustizie sociali, mancate occasioni di emancipazione, favoritismi.

Di denaro in Calabria ne arriva a palate, ma invece di essere impiegati per le grandi opere, politici, faccendieri e gente del malaffare se li spartiscono. Tutto viene realizzato con approssimazione. Intanto, cominciano le migrazioni: gli onesti se ne vanno, i buontemponi si accomodano sempre più.

Fin quando resta nella sua regione, dividendosi tra il paesello e le due “città” in cui frequenta il Liceo, il malessere del protagonista del romanzo è contenuto. Egli avverte il pericolo ma non riesce a identificarlo. Quando invece emigra a Firenze, distaccandosi dalla terra natia, si rende conto che la Calabria è una fossa da cui nessuno si salva:

“Eppure è un territorio vergine, c’è tutto da fare. Ci sarebbero tante opportunità”.

Insomma, nel 1974, mezzo secolo fa, Saverio Strati fa dire al suo attento giovanotto le medesime cose che ripetiamo noi oggi. Ce n’è abbastanza per piangere.

Un popolo genuflesso

È il nostro turno è un’opera in cui critica e autocritica si incontrano. Ma è anche un romanzo che fa male, che fa venire le lacrime agli occhi a chi in questa regione ha deciso di restare. È un libro che consiglio, perché non fa “paternali”, ma disegna tutto senza patetismi o romanticismi. Strati mette in evidenza un popolo colluso, fiero di essere usato durante le campagne elettorali, convinto che solo con la mano miracolosa di qualcuno si possa progredire.

Il romanzo fa trapelare l’anima dei giovani che si piegano facilmente al sistema, che si vestono di individualismo, che sono comunità solo durante le processioni religiose. Il problema però è un altro: chi si prende la briga di leggere Saverio Strati? Qualche insegnante lo porterà mai in classe? Lo darà in pasto ai suoi studenti? Avrà il coraggio di ubriacare di verità i suoi ragazzi, oppure continuerà ad assegnare loro storie di farfalle che imparano a spiccare il volo, o novelle infarcite di piatti sentimenti da riassumere nei pensierini da recitare a fine anno?

Leggere Saverio Strati

Soprattutto, quanti calabresi sono disposti a fare i conti con un autore della propria regione il cui stile è quello dei maestri del Novecento? Nella sua prefazione, Tommaso Labate dice giustamente che “Strati è uno dei grandi dimenticati” non solo dai suoi conterranei, ma in Italia. Al di là del dispiacere che tale “dimenticanza” mi provoca, penso che sia dovere di qualsiasi amante della letteratura cominciare a diffondere la sua opera. Parlarne incessantemente.

Già nel 1977 con Il selvaggio di Santa Venere (premiato lo stesso anno col Campiello), Strati ha raccontato la Calabria delle ‘ndrine, anticipando certi argomenti, logicamente con uno stile completamente diverso, che poi hanno infarcito i libri di Gratteri. Con È il nostro turno, lo scrittore di Sant’Agata del Bianco mette in atto un’opera di smascheramento di quella generazione che avrebbe dovuto cambiare il volto della regione, ma che invece ha preferito accomodarsi alle tavole imbandite dai politici e dai capibastone, svendendosi al truce assistenzialismo.

Ci sono pagine che per crudezza e concretezza farebbero impallidire i pasoliniani più arditi. In ciò va anche tratteggiato un altro aspetto, Strati non è regionalista, ma attua un confronto con la situazione nazionale. L’arretratezza della Calabria, che è simile a quella di oggi, è prima di tutto culturale e morale. Altro che tradizioni da difendere o rilancio dell’enogastronomia. Ciò che leggeremo tra queste righe è la voce di un uomo innamorato della sua terra, testimone del fatale passaggio dalla povertà materiale all’abbondanza di facciata.

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La sfortuna di Strati è stata proprio quella di essere nato in Calabria, regione priva di reali opportunità per tutti, da cui, se non ci si allinea al potere, resta solo di fuggire per progredire. Al limite viene concessa la possibilità di esserci, ma nell’indifferenza. Leggete quindi Strati, non siate come coloro che trovano mille scuse per non farlo. L’autore salva solo una cosa: la rabbia dei calabresi che non vogliono piegarsi.

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