Torino, vigilia dell’Epifania del 1872. Un ragazzino di 8 anni, in fuga dal patrigno violento, si rifugia in una cantina per passare la notte al caldo tra due botti. Qui però assiste ad una scena che lo travolge emotivamente: un gruppo di persone, uomini e donne, scava una fossa e seppellisce in quella cantina il cadavere di una ragazza. Piangono.
Inizia così, in maniera cruda e scioccante “I misteri delle cantine”, romanzo di Carolina Invernizio datato 1902, che Capricorno ha appena riportato alla luce nella sua meritevole collana di recupero di classici meno noti della tradizione letteraria piemontese.
Da questo incipit così duro si snoda una vicenda che viaggia dal giallo al noir, sfiorando il gotico e senza aver paura di bussare alle porte dell’horror. Un viaggio che ci porta nella Torino di fine ‘800, una Torino che sta cercando di risollevarsi dopo la perdita del ruolo di Capitale d’Italia e non ha ancora trovato la sua strada di innovazione e industria.
Così si muove tra una borghesia elegante che frequenta i teatri e le sale da ballo cittadine e un crogiuolo di povera gente, spiantati, alla continua e giornaliera ricerca di un letto e di un pasto. Nasce in questo periodo però anche una Torino che è una via di mezzo. La Torino degli studenti (certo di buona famiglia) e delle sartine, le giovani donne che per la prima volta trovano la strada dell’indipendenza con un lavoro proprio.
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È in questo panorama che si svolge l’intricata vicenda raccontata da Carolina Invernizio, Signora italiana del romanzo d’appendice (e in effetti anche “I misteri delle cantine” uscì in prima battuta a puntate su “La Gazzetta di Torino”). La storia è in fondo una sorta di saga familiare perché, attraversando diversi decenni, scopriamo chi era la giovane donna morta, la sua storia e quella dei suoi fratelli, chi è il bambino e che ruolo avrà nella vicenda, e ancora chi sono i personaggi che la seppelliscono. Si parte con un breve flashback che aiuta il lettore a capire come si è arrivati a quel decesso e poi si vola in avanti, in un continuo susseguirsi di amori e misteri, drammi e tradimenti, speranze, fortune e cadute.
Come in tutti i romanzi di Carolina Invernizio (ne ha scritti 123 solo per Salani) anche qui abbiamo personaggi tagliati con l’accetta: “i buoni sono colombe, e i cattivi sono serpenti”, come dice Margherita Oggero. Così abbiamo Il terribile Biante e l’acida e approfittatrice Alina, la coraggiosa Tea e il buon Dario. E poi personaggi la cui malvagità pare fuori logica, come Ugo, capace di distruggere la sua vita e quella delle persone che incontra per un amore che sa non essere corrisposto.
I temi poi sono quelli classici del feuilleton, dall’amore al tradimento, dalla fame all’inganno, alla vendetta. Un continuo saliscendi di emozioni e situazioni in cui i protagonisti vengono gettati all’inferno per poi risalire e comunque salvarsi in un rocambolesco finale.
Ma allora dove sta la particolarità di Carolina Invernizio?
Detto della sua incredibile e inesauribile vena prolifica, la scrittrice lombardo-piemontese (nacque a Voghera ma la sua carriera letteraria si svolse soprattutto tra Torino e Cuneo) sono almeno tre le caratteristiche specifiche della nostra autrice.
Le donne protagoniste. L’eroe classico del romanzo d’appendice con Invernizio diventa un’eroina il cui obiettivo è solitamente salvarsi e salvare il suo amore. Non sono eroine rivoluzionarie, ma sono combattenti, capaci di rischiare e di mettere a rischio tutto per salvare la propria felicità (e a ben pensarci, da questo punto di vista, sono rivoluzionarie eccome!)
I toni cupi. Questo, come gli altri, è si un romanzo di avventura, ma Invernizio ha la capacità di muoversi su toni drammatici che sfiorano il gotico e l’horror. C’è sangue, violenza, cattiveria gratuita. Tutte situazioni assenti in qualunque autrice del periodo. La nostra Carolina è anche l’inventrice di Nina la poliziotta, una sorta di indagatrice amatoriale, una vera e propria eroina del giallo che non ha eguali nella letteratura italiana di inizio ‘900 e pochi paragoni anche nel resto d’Europa. Protagonista di una serie di romanzi molto caratteristici, praticamente la prima donna indagatrice seriale.
La Torino misteriosa. Infine Torino e i suoi misteri. Come è noto il capoluogo sabaudo è sinonimo di mistero (dal Diavolo alla magia bianca e nera). Leggende che affondano le radici in storie lontane. Ebbene, Carolina Invernizio ha un ruolo fondamentale nella costruzioni del binomio Torino – Mistero. Basti pensare che a inizio secolo scorso, in pochi anni ha dato alle stampe ben cinque romanzi che portano il tema addirittura nel titolo. “I misteri delle soffitte” è del 1901, questo “I misteri delle cantine” è del 1902 e poi tra il 1903 e 1904 si getta definitivamente la maschera con la trilogia Torino misteriosa che comprende “Torino misteriosa”, “I disperati” e “Le disoneste”.
In definitiva, “I misteri delle cantine” non è soltanto un avvincente romanzo popolare, ma un tassello fondamentale per comprendere l’immaginario letterario e urbano della Torino di fine Ottocento. Carolina Invernizio riesce a intrecciare intrattenimento e visione, costruendo una narrazione che, pur nella sua apparente semplicità (perchè no, quella di Invernizio non è “alta letteratura” ma è letteratura di grande successo), anticipa atmosfere e figure destinate a lunga fortuna. La ripubblicazione di Capricorno restituisce oggi al lettore contemporaneo un’opera capace di parlare ancora con sorprendente vivacità, ricordandoci come, sotto la superficie ordinata della città, continuino a celarsi storie oscure, passioni irrisolte e misteri pronti a riemergere.
Gabriele Farina

