Rievocando le pagine di Melville, Pugliese e Morante, nel suo nuovo romanzo, Il signore delle acque, Giuseppe Zucco mostra l’inumanità che travolge una società arida, decadente, ripiegata su se stessa, condannata a scomparire sotto una immane massa d’acqua. L’apocalisse descritta attraverso i piccoli occhi di un bambino senza nome.
“È dal mare che arriva morte e vita” scriveva in uno dei suoi versi la poetessa Giusi Verbaro. Il mare, l’acqua, eterna fonte di fascinazione e timore, fattore mai del tutto decifrabile, mai domabile, per certi versi inquietante; eppure, al contempo, l’acqua è simbolo supremo della purificazione del corpo e dello spirito, di rigenerazione, di rinascita.
E l’acqua è elemento centrale del nuovo romanzo dai tratti distopici di Giuseppe Zucco, Il signore delle acque, uscito da poche settimane per l’editore Nutrimenti.
Il bambino de Il signore delle acque
Ventunesimo secolo. Una città si risveglia sotto un cielo acquoso. L’acqua è bloccata lassù, ammucchiata, pesante, densa che pare un mare; sta su in cielo, minacciosa, senza alcuna spiegazione e senza nessuno che si scomodi di trovarla. Dinanzi a questo scenario da fine incombente, infatti, il mondo si è fermato, in attesa, arreso al destino appena dietro l’orizzonte, incerto nella forma ma non nella sua imminenza. Inerti, tutti guardano il cielo inspessirsi, angosciante, colore della notte; fra questi un bambino senza nome, la voce narrante del romanzo di Zucco.
I genitori del piccolo protagonista hanno gettato la spugna un attimo dopo avere intuito l’ineluttabilità della propria sorte: il padre si abbandona a una inutile disperazione, la madre diserta i propri compiti domestici: smette di lavare i vestiti, di pulire la casa, di cucinare e occuparsi del suo bambino. Abbandonato alla propria solitudine, il bambino fugge di casa, deluso, incredulo che chi lo ha messo al mondo non sia in grado, e neppure intenzionato, di proteggerlo dal male, di confortarlo.
I richiami al nostro tempo
Una totale apatia ha colpito gli uomini. Le persone non cercano di comprendere e di combattere il singolare evento, ma reagiscono con ignobile fatalismo, mostrando quanto lo straordinario fenomeno stia soltanto svelando il morbo, incubato da tempo, di una società ripiegata su se stessa, già marcia, preda di un più datato e insanabile decadimento.
La consapevolezza che il mare in cielo stia scendendo sempre più velocemente e presto inonderà tutto, uomini e cose, porta la gente a sentirsi dispensata dai propri impegni e obblighi verso la società, preoccupandosi esclusivamente di accaparrarsi gli ultimi generi alimentari presenti sugli scaffali dei negozi, forse per potere assistere alla fine di tutto perlomeno a pancia piena… Questo è uno dei rimandi più o meno impliciti al nostro secolo contenuti nel volume, così come richiamo palese rappresentano i dati snocciolati in diretta tivù dagli “esperti” riguardo i giorni mancanti al raggiungimento dell’acqua dal cielo ai tetti dei palazzi e poi alle case basse, al manto stradale e infine all’inondazione totale e definitiva.
Una società decadente e vinta
Fra le righe del romanzo, Giuseppe Zucco mostra – ovvero denuncia – le miserie di una società spenta, assopita, domata, incapace di affrontare le sfide contemporanee, che ha smesso di lottare per la propria sopravvivenza. In una parola, una società miserabile.
Persa la morale civile – finora fatta propria solamente per non apparire diversi rispetto alla società tutt’attorno, per rispettare l’etichetta –, dimentichi di qualsivoglia valore – nessuno, ad esempio, prega chiedendo sostegno ultraterreno, oppure si lascia andare a imprecazioni, che pure quelle potrebbero esprimere un avanzo di umanità –, le persone si inselvatichiscono, si chiudono nel guscio della propria dimora, uscendo soltanto per devastare gli arredi urbani e saccheggiare i negozi presi dal terrore di non poter più consumare, di sentirsi improduttivi.
Uomini, donne e bambini, come quelli che incontra il piccolo protagonista de Il signore delle acque durante la sua fuga per le strade della città in rovina, si danno alla barbarie, si concedono episodi di violenza privata sicuri dell’impunità, in un’euforia collettiva che gli autori delle efferatezze legittimano con lo stato d’emergenza, con la contezza acquisita della fine imminente.
“Manca tanco così, disse. Abbiamo poco tempo. L’acqua crollando ci schiaccerà come insetti. Vieni con noi. È un lavoro immane. Ci serve più gente possibile. Bisogna incendiare tutto. Bisogna pulire ogni cosa con il fuoco. Bisogna purificare ogni cosa prima di renderla al cielo.”
La città è invasa da un’aria di follia generale, di assoluta inumanità. Il risvolto sconfortante dell’opera di Giuseppe Zucco sta proprio qua: in un attimo, il cielo colmo d’acqua e il suo oscuro, ipotetico presagio hanno alterato sotto l’aspetto morale una civiltà antichissima, cancellando ogni progresso civile e sociale avvenuto nel corso dei millenni.
La letteratura dell’acqua
Nelle pagine de Il signore delle acque, già dalla sua genesi, si percepiscono gli echi di Moby Dick, capolavoro di Hermann Melville, e di tre grandi romanzi, uno conosciutissimo, due assai meno, del Novecento italiano: L’isola di Arturo di Elsa Morante, L’assedio di Rocco Carbone e Malacqua di Nicola Pugliese. La grande letteratura dell’acqua, che equivale alla letteratura del mondo, ché quella che chiamiamo Terra avremmo dovuto chiamarla, più idoneamente, Acqua, considerato che oltre il 70% della superficie del pianeta che ci ospita è formata da questo elemento fondamentale.
Dall’acqua morte e vita
La massa d’acqua in cielo si addensa, si scurisce, comincia a scivolare giù con atroci boati, assumendo il significato di una risposta dell’Altissimo, il Signore delle acque, del cielo, della terra e di tutte le cose visibili e invisibili, verso la condotta scriteriata della sua gente, un’umanità immorale, malata di “presentismo” e non interessata a lasciare di sé l’immagine di un buon antenato.
L’atmosfera bluastra e acquatica, l’aria malsana e soffocante hanno obnubilato le coscienze, appannato i sentimenti, imputridito gli esseri umani, tanto che, nel corso della lettura del romanzo, viene da pensare, mentre la vita scivola via, che solo l’acqua e la sua simbologia, e l’apocalisse possano salvare e ripristinare una civiltà irrimediabilmente degenerata: l’acqua, colossale e sacro lavacro purificatore. Morte e vita.
Antonio Pagliuso

