In Madre che resta di Patrizia Baglione ci troviamo davanti a una poetica dell’amore profondo quanto distante, quando l’amore non è rappresentato semplicemente da un altro da sé ma da una creatura con l’anima stretta al proprio grembo. Poesie che forse un po’ ci rimangono segrete perché dicono di una sensazione di abisso personale, e proprio per questo autentiche, appoggiate a un corpo in attesa di pace tra le diramazioni delle parole.
Così la solitudine e la malinconia emergono con forza, gli attimi acuiscono i ricordi, nella pienezza del giorno come nell’oscurità della notte “quel residuo frammentato / eppure, vivo”, e impotente, grumo di ombra piccola, tonda, carnosa, non ha mai avuto inizio né mai avrà fine, ma è il tutto a cui è stata promessa la devozione di un’unica voce: l’io lirico del poeta, madre che resta con le mani unite.
Dai componimenti emergono temi e sensibilità quali la desolazione e la dignità della disperazione, affidati a itinerari interiori che scandiscono il tempo del coraggio con una poesia umana, vera, che frequenta il limite estremo del bisogno del vuoto con un inesprimibile sotteso, tutto sotto forma di frammento dell’affanno; ma il respiro sussiste, ogni poesia si piega in sé stessa e risorge nel frammento successivo. Viene in mente la Szymborska di alcune poesie disperse in cui la poetessa polacca si chiede quale sarà mai l’ala che potrà farci ombra, o la visione scarna e brulla di Montale con il suo carico di vuoto esistenziale.
Questa raccolta intima permette un accesso preferenziale al mondo poetico di Patrizia Baglione, come se la poesia venisse rivestita di un accento impalpabile di redenzione, “per cantarle la nostra frattura” spiegano madre e creatura, per espiare l’inquietudine e riscattarsi dallo strascico irregolare della vertigine, una sorta di terra d’approdo che si estende non su un piano orientato, ma lungo il bordo di una voragine.
L’autrice non nutre comunque alcun dubbio sull’efficacia della parola poetica, anche quando suona effimera, rimasta a brulicare nel silenzio, sotto la cappa opprimente dei giorni reali, a dire solo il mare, l’albero, il cielo dalle finestre, anche quando il volto incompiuto di un amore è una spada che squarcia il peccato (“l’aspetto del viso tuo / che pure mi sopravvive”), e una lingua non ha ancora imparato a parlare se non un respiro lontano che detta l’esatto punto in cui nulla più esiste.
Effimero e senza corpo l’abbraccio anestetico della poesia pare comunque ricucire quel legame interrotto, un abbraccio a metà strada tra le dita che tracciano un sogno d’aria e la fede in un eterno incarnato dentro una culla di fragilità.
Pasquale Allegro

