Recensioni: “Mandibole” di Stefano Cortese

Vintura Edizioni, casa editrice fondata nel 2023 da Vincenzo di Giorgio, ha come slogan “lo scrigno delle piccole perle”, ed è proprio in una meravigliosa piccola perla che ci si imbatte leggendo Mandibole di Stefano Cortese, raccolta di racconti pubblicata nella primavera del 2026.

Nella nota che accompagna il volume, la curatrice Giulia Savarelli, sottolinea come Mandibole occupi un posto “naturale e necessario nella collana weird” di Vintura in quanto incarna una delle caratteristiche basilari di tale genere letterario, facendo sì che il perturbante non giunga dall’esterno ma emerga dagli anfratti della realtà quotidiana, dal racconto popolare e dalla cronaca storica operando una lenta e progressiva contaminazione della realtà fino a rendere estraneo e perturbante ciò che fino a qualche attimo prima appariva normale e familiare.

Com’è noto, il weird è quel genere che si colloca all’intersezione di horror, gotico e fantascienza, puntando a turbare e disorientare il lettore con elementi inspiegabili che incrinano il lineare corso della realtà quotidiana facendo spazio a un’alterità radicale e a un orrore cosmico inconcepibile che non chiede di essere spiegato ma soltanto accettato nella sua totale estraneità.

Capostipiti e maestri storici del genere furono H. P. Lovecraft, Edgar Allan Poe, Clark Ashton Smith, Algernon Blackwood, ma le atmosfere weird si estendono anche alle pagine di autori più recenti e tra loro molto diversi quali Shirley Jackson, Stephen King, e i nostri Dino Buzzati e Giorgio Manganelli.

“Il vero weird”, scriveva Lovecraft, “ha qualcosa di più di un omicidio segreto, ossa insanguinate o catene tintinnanti. Deve essere presente una certa atmosfera di terrore che lascia senza fiato, inspiegabile, forze esterne e sconosciute; e ci deve essere un accenno, espresso con una serietà e una portentosità che ne diventano il soggetto, di quella concezione più terribile del cervello umano: una sospensione o sconfitta maligna e particolare di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos e i demoni dello spazio non scandagliato”.

Ed è proprio quello che accade nei racconti di questa raccolta. Che si tratti del ritorno alla luce dei resti di Cerbero, il cane a tre teste col corpo ricoperto di serpi, posto a guardia degli Inferi, o di spiriti che infestano abitazioni, o di caricature apparentemente innocue il cui carattere grottesco e deformante assume contorni decisamente inquietanti e mostruosi, o che si tratti di misteriosi e indecifrabili pilastri affiorati improvvisamente dal terreno dalla sera alla mattina, che, come monoliti di kubrickiana memoria, lasciano l’uomo a interrogarsi sui confini della razionalità e dell’esistenza, o che si tratti del ritorno in vita di un Tyrannosaurus Rex o di arti amputati che prodigiosamente rispuntano nel momento meno opportuno o di incontri notturni col diavolo o di malefiche figure che sembrano attraversare il tempo e lo spazio per reiterare un uguale e pur diverso atto delittuoso in un eterno ritorno del perturbante e dell’imperscrutabile, tutto viene reso da Stefano Cortese sorprendentemente verosimile con una maestria e un’abilità da navigato narratore tanto più stupefacenti quanto più si pensa alla reale età dell’autore, in verità poco più che trentenne.

Scrittore e giornalista, Stefano Cortese, nato a Napoli nel 1990, può vantare una produzione letteraria che spazia dalla narrativa storica alla poesia, dal thriller alla saggistica, e in Mandibole unisce la sperimentazione narrativa a quella linguistica, consegnandoci dei racconti che non solo tengono il lettore incollato alla pagina per suspense e sapiente strutturazione dell’intreccio, ma regalano anche momenti di piacevolezza in ragione di uno stile curato e di un lessico elegante e ricercato.

Senza mai cadere nella sterile affettazione, l’autore seleziona i vocaboli più appropriati, levigandoli con una cura che è pari al piacere che se ne ricava leggendoli fluire in una prosa nitida e tersa, priva di sbavature. Della variegata e proficua bibliografia di Cortese è il caso di ricordare almeno due testi, se non altro perché a vario titolo riconducibili, per i contenuti, alle atmosfere evocate da alcuni dei racconti presenti nella raccolta: Nicola Pugliese. L’arte di non scrivere (De Nigris Editore, 2024) e La Cosa di John Carpenter. Mito, fenomenologia e storia di un orrore cosmico (Weird Book, 2025). È opportuno sottolineare, anche solo incidentalmente, che Nicola Pugliese, scrittore e giornalista, proprio come il nostro Cortese, è l’autore di un romanzo divenuto ormai di culto e dalla curiosa vicenda editoriale – Malacqua – uscito nel 1977 per Einaudi grazie alla brillante intuizione di Italo Calvino che ne comprese la portata rivoluzionaria. Il romanzo, andato immediatamente a ruba e ripubblicato nel 1978, sparì poi dalla circolazione per diversi anni alimentando un mito sotterraneo che vide appassionati estimatori dell’opera passare al setaccio le librerie del centro storico di Napoli o acquistarne copie vendute a caro prezzo nei circuiti dei collezionisti e delle librerie antiquarie, o accontentarsi, infine, di fotocopie ottenute anch’esse a prezzi tutt’altro che modici, fino alla ripubblicazione avvenuta nel 2013 da parte dell’editore Pironti. Da allora il romanzo di Pugliese ha conosciuto una seconda vita fatta di traduzioni all’estero e trasposizioni teatrali, fino ad essere nuovamente edito, stavolta da Bompiani, nel 2022. Come recita il sottotitolo, Malacqua è il racconto di Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario. Quattro giorni in cui paure e congetture si mescolano a una sorta di atavica attesa di un evento che possa salvare o distruggere, redimere o condannare.

Questo romanzo ha avuto il merito di rompere con le precedenti rappresentazioni della città di Napoli e al tempo stesso raccontarla in tutte le sue sfumature, perché a Napoli ogni cosa diviene quasi necessariamente un presagio. Esattamente come la pioggia che cade incessante.  E per quanto non tutti i racconti di Mandibole siano ambientati a Napoli, anche nella narrativa di Stefano Cortese sembrano aleggiare un presagio e un’attesa. Una surreale atmosfera kafkiana. Allo stesso modo, nel racconto Tigri di burro, la misteriosa forza deformante, che avvolge e invade la protagonista Lisa, penetra dentro di lei deturpando il suo corpo e lacerando ossa e tessuti fino a operarne una grottesca e surreale metamorfosi che ispira nella mente del lettore il chiaro ricordo di alcune scene de La Cosa di Carpenter, a cui non a caso Cortese ha dedicato il saggio sopra citato. Forse davvero l’esistenza è qualcosa di chimerico e caotico di cui l’essere umano non può in alcun modo venire a capo, trascinato in una spirale discendente di insondabile mistero:

“Giacque immobile mentre il corpo si allungava, poi quelle pupille ormai grandi come piatti si fissarono su un’immagine: vide il volto dell’artista, vide quello che c’era in quegli occhi grigi, quello che c’era oltre. Se lui l’aveva ritratta com’era davvero, come dovevano essere tutti, in realtà, mostri camuffati da uomini per prendere parte alla chimera dell’esistenza, allora, forse, non era così male svelarsi, sciogliersi veramente nell’intemperanza delle cose vere.”

Il perturbante delle storie di Stefano Cortese nasce proprio da una verosimiglianza che è tanto plausibile quanto inspiegabile. “Queste storie sono vere, o almeno lo sono alcune di esse”, asserisce l’autore, sostenendo che tali racconti, tramandatigli dalla nonna, hanno accompagnato la sua infanzia e condizionato il suo modo di “percepire la realtà”. Secondo Cortese gli scrittori non inventano nulla, intuiscono soltanto, e proprio in tale intuizione consisterebbe la magia, la bellezza e la spaventosità del narrare. Leggendo queste storie e condividendone, almeno in parte, il sostrato socioantropologico che le innerva, non si può che dargli ragione.

Antonella Falco

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