Recensioni: “Quello che so di te” di Nadia Terranova

È giunto da poche settimane in libreria il nuovo libro di Nadia Terranova, Quello che so di te, edito da Guanda.

Venera, la bisnonna dell’autrice, è ritratta nella “Mitologia Familiare” come una figura votata alla malinconia e al silenzio. A causa di una brutta caduta ha perso la bambina che aspettava e, incapace di metabolizzare quanto accaduto, diventa una “da Mandalari”, ossia da manicomio. Mandalari, infatti, dal nome del suo fondatore, il medico Lorenzo Mandalari, è il nome dell’ospedale psichiatrico di Messina. La donna viene internata nel 1928 con la matricola 12.283.

Venera è un fantasma, una visione che visita Nadia in sogno, e quando la scrittrice diventa madre si trova a interrogarsi su quella eredità genetica ed emotiva, quell’antenata pazza, nella consapevolezza che ora che ha una figlia non può più permettersi di impazzire. Ma per spezzare la linea di pazzia che attraversa la sua famiglia deve indagare, scavare nelle pieghe della memoria, riportare alla luce un passato fatto di rimozioni e di silenzi, di riscritture e di misteri. Il tutto mentre sperimenta la gioia e la tristezza (“Noi sappiamo cosa siamo, felici e tristi insieme, anche se dicono che non è possibile”), lo spaesamento e la solitudine, la paura e il senso di inadeguatezza, la responsabilità e il senso di colpa di essere madre.

Il romanzo, infatti, è anche una disamina sincera, a tratti feroce, di cosa voglia dire ritrovarsi a essere madre agli occhi di tutti, appena uscite dalla sala parto, quando ancora si è stravolte e impreparate a quel ruolo e la parola “madre” suona troppo nuova e appare troppo grande dinanzi alle aspettative di chi vorrebbe le donne già perfettamente calate in una parte che non concede cedimenti o errori.

L’opera di ricostruzione del passato procede a tentoni fra ricordi familiari – a volte falsati – e verifiche puntuali condotte recuperando i documenti ufficiali, la cartella clinica di Venera, i dati della scienza, in un confronto tra la psichiatria del passato e quella odierna, nel tentativo di riempire i buchi neri, colmare le lacune e le reticenze della memoria familiare: è un percorso accidentato, quello che Terranova intraprende, tra piste false e nuove scoperte, passando attraverso le superstizioni, il pensiero magico e le maledizioni, vere o presunte, che hanno caratterizzato la storia della sua famiglia.

Veniamo così a sapere che nella famiglia dell’autrice marzo è il mese in cui si nasce e si muore, il trentottesimo anno di età reca in sé qualcosa di fatidico: “È un incantesimo. Un episodio avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento” – scrive Terranova – “che ci ha trasformati in persone terrorizzate dal trentottesimo anno di età, al punto da decidere di morire, impazzire o trasformarci radicalmente poco prima di arrivare a quel compleanno”. E che la “caduta” è un evento tragico che si è ripetuto nel corso degli anni seminando dolore e lutti.

Quella che inizialmente sembra una storia di donne e di madri si allarga fino a diventare un racconto anche di uomini, di mariti e di padri: il granatiere, marito di Venera, il padre di Nadia, figura evanescente scomparsa troppo presto, suo marito, il padre della piccola Luna, e infine il nuovo marito di sua madre.

Un libro sulla follia. Sulla maternità come esperienza totalizzante e ancestrale. Sul ruolo dei padri, che pur fondamentalmente buoni, a volte possono smarrirsi e sbagliare e che nelle dinamiche di potere in atto, specie in passato, nelle famiglie meridionali, subiscono forti pressioni sociali, connesse al ruolo archetipico del maschio, un ruolo che a volte può sovrastare e schiacciare. Un libro sulla scrittura intesa come interruzione del “non-detto”, in cui l’autobiografia e la memoria familiare si intrecciano a digressioni metanarrative nelle quali trovano posto le citazioni di opere che al momento della pubblicazione – quello stesso anno 1928 in cui Venera veniva internata – hanno creato scandalo e che poi sono diventate pietre miliari della letteratura europea: da Orlando di Virginia Woolf a Il pozzo della solitudine di Marguerite Radclyffe Hall, da L’amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence a Nadja di André Breton.

In quello che risulta il più intimo e personale dei suoi romanzi, Nadia Terranova si pone una domanda cruciale: “Come potrà una madre diventare artista? Come potrà un’artista diventare madre? Ho covato la questione per un tempo interminabile […]. A un certo punto mi sembrava impossibile scrivere una riga che non passasse da questo interrogatorio, finché quell’assillo l’ho lanciato via, lontano. E mi sono liberata. Per quale ragione dovremmo tenere insieme la nostra vita e la nostra definizione? Finiamo schiacciate da domande create apposta per paralizzarci, vicoli ciechi che ci portano dritte al collasso performativo. Lasciateci libere di non farcela, né come madri né come artiste. Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace”.

Antonella Falco

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