Rissa futurista Giubbe rosse Umberto Boccioni

C’è stato un tempo, neppure così lontano, in cui le controversie fra intellettuali – presunti o tali –, opinionisti e commentatori seriali non si risolvevano a colpi di querele e carte bollate, non producevano patetiche cagnare mediatiche, strepiti solitari o lagne espresse per interposta persona, apparecchiati presso giornali compiacenti, circoletti amici e programmi tivù postprandiali, senza possibilità di contraddittorio – verbale o fisico che sia. C’è stato un tempo in cui i due o più litiganti decidevano di incontrarsi, nel proscenio del Paese reale, della vita vera, per confrontare – e risolvere – de visu gli opposti punti di vista. Altri tempi e altri uomini, diremmo; altre sensibilità, forme di libertà e tolleranza. Altri ordinamenti giuridici, anche.

Dalla penna alla spada

Tempi in cui non era fuori dall’ordinario che le divergenze si risolvessero attraverso l’uso delle armi e delle mani, che le offese si lavassero col sangue. Abbastanza conosciuti sono i duelli fra Aleksandr Puškin e il barone Georges d’Anthès dell’8 febbraio 1837, in cui perse la vita il sommo poeta russo, e quello, quattro anni più tardi, fra Michail Lermontov e un suo vecchio compagno d’armi, tale Nikolaj Martynov, concluso con il ferimento a morte del poeta e scrittore moscovita, nota testa calda, in uno scontro avvenuto fatalmente sulla falsariga del duello descritto nel romanzo autobiografico di Lermontov Un eroe del nostro tempo.

Famoso, seppur senza epilogo ferale, il duello fra Ivan Turgenev e Lev Tolstoj, lanciato dall’autore di Guerra e pace – e poi saltato – per via dei dissapori fra i due scrittori, monumenti della letteratura mondiale, antipatici a pelle, probabilmente anche per le rispettive fortune letterarie del tempo, di certo per lo stato di soggezione in cui l’abbiente e scaltro Turgenev era solito ridurre i colleghi in difficoltà economica, concedendo loro prestiti – oltre che di Tolstoj, fu “benefattore” pure di Dostoevskij, spesso sul lastrico a seguito della sua ludopatia e assoluta incapacità di amministrare i propri averi. Fu così che un giorno del 1861 i due si trovarono a tanto così dalla sfida a duello a causa di una diatriba maturata riguardo l’educazione impartita da Turgenev alla figlia, modalità che non convinceva affatto Tolstoj, che sulla morale – chiaramente quella degli altri, come si conviene al perfetto moralista – non era solito transigere.

Era, in vero, la classica goccia che fece traboccare un vaso già colmo di risentimento reciproco: Tolstoj prima espresse il suo disappunto a Turgenev, poi comprese di avere esagerato e scrisse un messaggio di scuse al collega che a questo punto fece il sostenuto snobbando il più giovane Lev. Non ricevendo alcuna replica, Tolstoj si indignò, andò su tutte le furie, tornò alla carica e quindi sfidò a duello Turgenev per risolvere una volta per tutte i loro dissidi. L’autore di Padri e figli, infine, riuscì a ricucire lo strappo ricorrendo a vie diplomatiche e la faccenda si risolse con una cordiale chiusura dei rapporti fra i due scrittori per diciassette lunghi anni.

Scontri letterari in Italia

Portati questi esempi può sembrare che la violenza fra letterati abbia il suo epicentro nello sconfinato continente russo, ma altri duelli, dalla penna alle armi, con una platea di conoscitori forse meno estesa, si sono registrati anche nell’Europa occidentale e in Italia. Di fatti, possiamo vantarne pure nella storia del Bel Paese di poeti, scrittori e artisti fumantini, per nulla disposti a retrocedere dai loro ideali.

Arcinoto e documentato da testimonianze e financo da fotografie – forse un tantino troppo; e ci viene da sospettare, considerando pure la parabola storica in cui si svolse, di una sapiente regia fra tutti gli attori coinvolti – è il duello al primo sangue fra Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti, ospitato nell’estate del ’26 nella cornice della dimora romana di Luigi Pirandello, nei dintorni di Sant’Agnese. La sfida, lanciata da Ungaretti a causa di “insanabili divergenze” letterarie scoppiate prima sulle pagine del giornale Il Tevere e poi nelle eleganti sale del Caffè Aragno, terminò con la vittoria di Bontempelli che ferì il poeta nato ad Alessandria d’Egitto a un avambraccio prima di giungere a una conciliazione fra le parti.

Duello fra Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli avvenuto il 9 agosto 1926
Duello fra Massimo Bontempelli (a destra) e Giuseppe Ungaretti (di spalle), 9 agosto 1926 | Foto di Sconosciuto – https://www.instagram.com/p/Cx7qS0htwjk/ di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

La rissa fra futuristi alle Giubbe Rosse

Meno diffuso al grande pubblico un episodio collaterale della grande storia del Futurismo, il movimento artistico che sconvolse l’Italia e l’Europa nei primi decenni del XX secolo: la scazzottata del 30 giugno 1911 alle Giubbe Rosse di Firenze con protagonisti Filippo Tommaso Marinetti, Ardengo Soffici, Umberto Boccioni e Carlo Carrà, assi del Futurismo italiano.

Come si arrivò alla zuffa “futurista” di quella giornata di prima estate del 1911?

Tutto ebbe principio da un articolo critico che Ardengo Soffici pubblicò il 22 giugno 1911 in cui esprimeva il suo sentito disprezzo verso la prima mostra d’arte futurista allestita a Milano dal 30 aprile al 7 maggio di quell’anno. La Mostra d’arte libera – questo il titolo dell’esposizione – non entusiasmò per nulla Soffici che ebbe a reputarla una “delusione sdegnosa”, per niente originale, lungi dal produrre quella rottura artistica che auspicava il movimento, e lo portò perciò a scrivere la sua solenne stroncatura sulle pagine de La Voce, rivista culturale di stampo anticonformista fondata da Giuseppe Prezzolini. Il titolo del pezzo era Arte libera e libera pittura futurista.

Le franche osservazioni a mezzo stampa del pittore e critico d’arte e di letteratura toscano esacerbarono i rapporti già fluttuanti fra la fazione futurista milanese e la giovane, altera e spregiudicata intelligencija fiorentina. Fu così che gli “ambrosiani” Umberto Boccioni, Filippo Tommaso Marinetti, padre del movimento futurista, Carlo Carrà e Luigi Carlo Russolo ne fecero una questione personale e meditarono una immediata spedizione punitiva contro il cenacolo culturale di Firenze. L’onta andava cancellata all’istante.

Umberto Boccioni
Umberto Boccioni | Foto di it:Emilio Sommariva – L’immagine è estratta da http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AN%3A2y010-0008387&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU con titolo ‘Ritratto del pittore Umberto Boccioni”; Biblioteca nazionale Braidense – Milano – IT-MI0185 ; Inventario: 664211/8387 ; Segnatura: SOM. E. ls. I. 1234; Identificativo: 2y010-0008387. Collezione Archivio fotografico Emilio Sommariva (1883 – 1956) di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Umberto Boccioni, un artista inquieto

I futuristi lombardi partirono così alla volta della capitale del Rinascimento italiano. Fra essi, il più infuriato era Umberto Boccioni. Calabrese di origine, l’artista, fra i firmatari del Manifesto dei pittori futuristi, era già elettrico, impaziente di spianare le costole a qualcuno, per via dello sfregio ricevuto nel corso della mostra meneghina, quando ignoti esagitati avevano lacerato una sua tela, La risata, poi ridipinta e oggi conservata nelle prestigiose sale del MoMA di New York. Giovane uomo inquieto, scostante, molto ambizioso e perciò destinato all’insoddisfazione perenne – tutte sfumature di carattere che si riverberavano nella sua arte –, Boccioni in quegli anni era stato autore di alcuni dei dipinti fondamentali del Futurismo in cui proprio la vivacità dei colori, i contrasti, il dinamismo, la tensione, l’euforia conquistano la scena: La retata (1910), Rissa in galleria (1910, inizialmente Una baruffa) e La baruffa (1911).

Cazzotti alle Giubbe rosse

La resa dei conti ebbe luogo il 30 giugno, una settimana dopo l’uscita dell’articolo di Soffici.

Alle Giubbe Rosse, caffè letterario oggi inserito nella lista dei Locali storici d’Italia e riconosciuto dal Ministero della Cultura bene culturale del Paese, Ardengo Soffici sedeva a un tavolo col vegliardo Medardo Rosso, maestro della scultura e venerato dagli artisti futuristi, e Giuseppe Prezzolini, come detto, il fondatore del periodico su cui apparse il pezzo incriminato.

A dare via al parapiglia fu il più smanioso, Umberto Boccioni – fonti secondarie vogliono che sia stato Marinetti il primo a colpire. Domandato chi rispondesse al nome di Soffici, appurato quale fra gli avventori del caffè fosse, un istante dopo gli mollò due sonori ceffoni. Soffici barcollò sulla seggiola, ma non mollò: il prossimo fondatore de Lacerba, riprese fiato, si sollevò e rese le sberle all’aggressore. Da quel momento alle Giubbe Rosse è il caos. Fragore di manrovesci da una parte e dall’altra, tavolini che volano, seggiole imbracciate a mo’ di scudi, fracasso di vassoi e bicchieri. Il frastuono raggiunge la piazza antistante. È un quarantotto.

La scazzottata è raccontata dal pittore futurista Gino Severini fra le pagine de La vita di un pittore: “Boccioni domanda ad un cameriere: ‘Chi è Soffici?’; sull’indicazione ottenuta si avvicina a Soffici e senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente smontato si alza e risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al commissariato”.

Ardengo Soffici
Ardengo Soffici | Foto di Sconosciuto – Economia Italiana tra le due guerre di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il secondo atto della gazzarra

Sedata dall’intervento di un commissario di polizia e di alcuni astanti, la rissa fra intellettuali non si concluse lì, ma ebbe una coda la notte successiva. Rilasciati dopo alcune ore in commissariato, i protagonisti della querelle si incontrarono alla stazione di Santa Maria Novella quando furono i futuristi di casa – Soffici si presentò accompagnato da Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini – a rendere pan per focaccia agli avversari, aggredendo Boccioni e confratelli in partenza presso lo scalo ferroviario.

La pace

La frattura – che determinò una grande pubblicità per l’intero movimento futurista – si ricompose qualche tempo dopo grazie alla savia mediazione di Aldo Palazzeschi, parteggiatore di entrambe le frange.

Due anni più tardi, nell’inverno del 1913 – anno della scultura simbolo di tutto il movimento futurista, Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni –, Ardengo Soffici sarà invitato dai futuristi milanesi a una delle serate della mostra romana Prima esposizione pittura futurista, ospitata nel foyer del Teatro Costanzi, attuale Teatro dell’Opera. Curioso ma tutt’altro che sorprendente è che uno degli appuntamenti della kermesse degenererà in un’altra zuffa – questa volta non contro i toscani, ma contro certi esponenti del locale Circolo della caccia che deploravano le incursioni futuriste – con attori principali i soliti noti: Marinetti e Boccioni. Altri sganassoni, altre bastonate, altra notte trascorsa in compagnia della forza pubblica.

Risse e duelli di altri tempi, anch’essi scintillante espressione del fervore artistico e intellettuale di un’epoca irripetibile. Altri tempi, già; mica così remoti temporalmente, ma che appaiono lontanissimi se si considerano le ragioni per le quali, in fin dei conti, questi scontri nascevano: un ideale, una passione, il valore che si attribuiva alle arti, capisaldi non barattabili, priorità non svendibili e da difendere con tenacia. Sentimenti che nella sopita, irrimediabilmente anestetizzata cultura occidentale, con a capo i suoi abietti, pavidi, tornacontisti, corruttibili, inclini al compromesso, “leader” di ogni corrente, abbiamo completamente dimenticato.

Rissa in galleria (1910)

Foto di Umberto Boccioni – https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0300180763 condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Antonio Pagliuso

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