San Ferdinando Turismo e sovraturismo, il grande male mediterraneo

“Ritornerai, / lo so, ritornerai. / E quando tu / sarai con me / ritroverai / le stesse cose che / tu non volevi / vedere intorno a te”, eccetera, eccetera. Cantava così Bruni Lauzi in uno dei brani più identificativi delle estati italiane degli anni sessanta.

Erano gli anni in cui in Italia prendeva forma il turismo così come lo intendiamo oggi; un’epoca, sulla spinta dal grande miracolo economico e della prima democratizzazione del turismo, di fiducia nel futuro e di grandi investimenti in gran parte della Penisola. Cominciava così a correre l’industria turistica nazionale, per non fermarsi più. Oggi il turismo in Italia è un mercato che ha una incidenza vicina ai 240 miliardi di euro (fonte Enit – Agenzia Nazionale del Turismo). Un dato, dicono gli analisti, destinato ancora a crescere per i prossimi dieci anni.

Molto è cambiato da quella fase storica. Siamo cambiati noi italiani, e anche il nostro approccio al turismo, un tempo una opportunità su cui fondare la rinascita del Paese, oggi un fenomeno da comprendere e gestire, che crea più problemi che vantaggi a un’Italia in crisi di identità e in ristagnamento economico e morale.

E il discorso potrebbe essere allargato, come spesso nella sua lunghissima storia, a tutto il bacino del Mediterraneo, a tutti i Paesi che vi si affacciano e condividono culture, lingue e tradizioni, spesso sublimate fino alla retorica ma di rado davvero protette e tutelate.

Nei Paesi del Mediterraneo un terzo del turismo mondiale

Partendo dalle coste della Francia meridionale fra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sulla spinta delle antiche suggestioni del Grand Tour, il turismo nel Mediterraneo è andato progressivamente allargandosi alla Spagna, alla Grecia e all’intera penisola italiana, fino ad approdare, col nuovo secolo, sulle coste dei Paesi bagnati dal “Mare fra le terre” da ultimi colpiti dal boom del turismo, come l’Albania e il Montenegro.

Nel mondo, oggi il turismo coinvolge un miliardo e mezzo di persone all’anno; di queste, circa quattrocento milioni – di fatto un terzo – si concentrano nei Paesi del Mediterraneo. La classifica delle città più spremute da quello che abbiamo imparato a chiamare overtourism vede leader la moribonda Venezia che da anni conta, a seconda delle stime, fra i venticinque e i ventotto milioni di visitatori annui. Quasi cinquanta turisti per ogni abitante della Serenissima. Un numero insostenibile per una città unica al mondo, nonché uno dei luoghi più fragili del pianeta, già angustiato dall’inarrestabile calo demografico, dall’impoverimento del tessuto sociale e dagli effetti del cambiamento climatico, moltiplicatore dei problemi cronici dei territori.

Turismo di massa Problema Overtourism
Ponte di Rialto, gondolieri e turisti a Venezia (foto Antonio Pagliuso)

Turismo e crisi climatica

Non si può parlare di turismo senza tenere in considerazione la crisi climatica che stiamo attraversando, un tema cardine da cui non può prescindere la sana programmazione di uno sviluppo turistico. Gli eventi anomali attanagliano con maggiore frequenza l’area del Mediterraneo; sempre più improvvise e disastrose, tempeste e alluvioni, devastano territori già vulnerabili e resi ancor più di pastafrolla dalle scellerate scelte del passato e dalla continua antropizzazione del paesaggio. Anche dove non si dovrebbe costruire e abitare.

Il consumo del pianeta

L’intenzione non è certo di demonizzare per partito preso un fenomeno che permea la nostra contemporaneità, parte integrante del nostro tempo, ma porre dei punti di riflessione necessari e inderogabili riguardo i problemi che il sovraffollamento turistico e le sue derivazioni provocano all’ambiente e alla società.

Un aumento della domanda turistica porta con sé la cementificazione e quindi l’accelerazione del processo di degradazione delle coste, l’inquinamento delle aree marine e del mare, l’alterazione se non già la cancellazione dei paesaggi. Il Mar Mediterraneo è uno dei mari più inquinati del mondo. Fra plastiche e microplastiche, nel Mare Nostrum finiscono ogni anno oltre 570.000 tonnellate di rifiuti. L’impatto sull’ecosistema marino, sull’ambiente e sulla salute di animali e sapiens non può che essere devastante.

Danni ambientali ma pure sociali. Il modello predatorio e mondofago del turismo dell’Antropocene provoca traumi alle abitudini locali e alla qualità della vita dei residenti – questi mai coinvolti nelle scelte turistiche dei territori –, mettendo a rischio nientemeno che il senso stesso dei luoghi. E ancora una volta, la soluzione non potrà arrivare dal mercato, da ragionamenti di matrice economica, da scelte dettate unicamente dal profitto.

Il gioco del turista

Diversi decenni fa, il sociologo francese Maurice Aymard definiva “un’invasione pacifica” il crescente movimento turistico. Pacifica e passeggera, ché, sottolineava lo studioso, il turista – ieri come oggi – era disposto sì a pagare i propri consumi nella località di soggiorno, ma giammai a stabilirvisi o a valutare un trasferimento permanente per l’avvenire.

Un’invasione quindi pacifica, “ma non innocente”, proseguiva Aymard, giacché il turista, “prestandosi al genere di vita mediterraneo come a un gioco, non come a una realtà”, si renderà inevitabilmente complice dello sfregio dei paesaggi, spianati, antropizzati, deturpati da attività aliene, da alberghi et similia edificati anche per lui, per il suo passaggio e divertimento. Oltre a recare danno all’ambiente, il turista, chiudeva il sociologo francese discepolo di Fernand Braudel, “distrugge anche gli equilibri antichi e fragili delle società che lo accolgono, in genere impreparate a subire lo shock dell’economia monetaria e spinte a sacrificare il futuro per il presente”.

Maiorca Turismo e sovraturismo, il grande male mediterraneo
Spiaggia di Maiorca (foto di Antonio Pagliuso)

La grande scommessa

La visione di un futuro, l’adozione di pratiche lungimiranti, è quello che manca alla pianificazione del turismo del nostro tempo. E manca perché è dato per scontato il futuro, pur a queste condizioni, pur a questi costi ambientali e umani, pur se in realtà è da tempo che del futuro abbiamo smesso di preoccuparci. Ovunque sia stata impiantata, l’industria del turismo è considerata una giocata infallibile, traino principe dello sviluppo economico delle regioni più depresse e geograficamente e culturalmente isolate. La grande scommessa che non può fallire.

Per molte regioni del Mediterraneo, di fatti, il turismo è oggi reputato l’unico appiglio per tirarsi fuori dalle secche del sottosviluppo. Immaginiamo però che colpo potrebbero ricevere Paesi che hanno puntato tutto sul turismo dinanzi a una flessione, a una sua crisi. Economie come quelle della Croazia, della Grecia, dell’isola di Cipro, in cui i flussi turistici pesano ben oltre il 10% sul Pil interno.

“Coloro che hanno puntato troppo sul turismo soffriranno poiché l’economia turistica compromette la loro autonomia” avverte nel suo Manuale dell’antiturismo – un agile saggio incentrato, fra gli altri temi, sulle conseguenze del turismo di oggi – il sociologo e saggista francese Rodolphe Christin.

Verso la fine del mondo?

Non è però tutta una questione economica. Minacciata dalla turistificazione del Mediterraneo è anche l’integrità del conio antropologico dei paesi che vi sorgono, peculiarità uniche, oggi sempre più modellate al fine di rispondere alla richiesta turistica, di esaudire i desideri del consumatore che passerà, guarderà, spenderà e andrà via. Invariabilmente. È un complesso patrimonio storico e culturale che corre il rischio di essere mercificato. Le diversità tipiche e inestimabili di un bacino abitato da genti che da millenni si incontrano e mescolano, in una regione centrale nello sviluppo dell’umanità. Popoli che, annotava Georges Simenon nel 1934 durante un suo viaggio in barca nel Mediterraneo, hanno “scritto da soli, per secoli, la storia del mondo”.

Spiaggia di San Ferdinando (RC)

Foto di Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

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