Recensioni: “Il cespuglio” di Dario Voltolini

Rotolando, spinto dal vento, un cespuglio scruta e analizza la realtà umana. Questa è l’originale voce narrante del romanzo breve Il cespuglio di Dario Voltolini.

“Come pianta

da stanotte non sono più piantata, sono spiantata, si è spezzata l’ultima paglia di legno e ho mollato il terreno. La notte è ghiacciata e sul deserto la luna non c’è. Aspetto che arrivi il vento. Le stelle sono spore sparse. Io sento soffiare un po’ d’aria, ecco che mi sposta. Comincio a rotolare, non so verso dove, chissà.”

Segue il rotolamento perpetuo di uno sterpo Il cespuglio, romanzo breve di Dario Voltolini uscito per Aboca nella collana Il bosco degli scrittori, il ciclo di storie che raccontano la società contemporanea prendendo spunto da una specifica pianta. Negli anni, la collana ha ospitato i racconti di autori come Mario Fortunato, Carmine Abate, Lorenzo Marone, Alessandro Zaccuri, Antonella Cilento e Raffaella Romagnolo, vincitrice con Il cedro del Libano del Premio Campiello Natura.

Un cespuglio è l’insolito protagonista e voce narrante della storia di Voltolini, fra i più apprezzati romanzieri della odierna scena letteraria italiana. Un cespuglio senza radici, “una polpettona di sterpi e stecchi” che, spostata dal vento che ne orienta il cammino, osserva gli esseri umani, li scruta, li valuta, cerca di capire cosa e come pensano, quali segreti nascondono, qual è il rapporto con tutte le altre creature che condividono con loro il pianeta.

Rotolando di qua e di là, spinto dal vento – il suo habitat –, il cespo, generalmente ignorato e bistrattato anche dai suoi più vicini simili, ci rivela le sue potenzialità e funzioni, rivendicando la sua importanza nel complesso ciclo eterno della Terra: “l’aria l’abbiamo fatta noi, l’atmosfera che respiriamo l’abbiamo fatta noi, senza di noi l’atmosfera non ci sarebbe”.

Spargendo i semi lungo il suo itinerario, il “cespuglio infinitamente curioso” attraversa paesaggi – dal deserto del Mojave al Carso, dallo stretto di Gibilterra all’isola di Creta – e affronta eventi atmosferici – diluvi, tempeste di sabbia. Carico di sementi raccoglie le parole, le riflessioni di altri vegetali, di piante, alberi, arbusti. Si imbatte in un cactus, dialoga con un sommacco, poi con un cavolo romano dotato di un’arte del ragionare imprevedibilmente profonda, tanto che nell’ortaggio di forma frattale pare essersi reincarnato nientemeno che un filosofo dell’antica Roma. Il rotolacampo del romanzo di Voltolini si connette ai suoi simili per via di quella comunicazione vegetale che qualcuno chiama www – non intesa come il nostro world wide web, ma wood wide web –, ma è a noi sapiens, specie dominante e predatoria del mondo, che i messaggi dei diversi attori vegetali sono destinati; noi che abbiamo perso ogni corrispondenza con la natura e con le altre vite che si agitano sulla superficie e nei mari del globo terracqueo, noi, la specie umana “che si ammazza in tutti i luoghi dove incontra se stessa”.

Dario Voltolini confeziona così un racconto allegorico che, attraverso l’ampiezza espressiva dell’autore e la distanza data dalla prospettiva “vegetale” dell’io narrante, arriva al lettore come un flusso continuo che mette in rilievo le contraddizioni degli umani e la loro condizione in tempi così instabili, segnati dalla violenza delle guerre e dei cambiamenti del clima, in bilico fra il dominio e la autodistruzione.

Antonio Pagliuso

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