Recensioni: “Ucronia” di Emmanuel Carrére

Napoleone non è stato battuto a Waterloo nel 1815, glielo ha fatto così agli inglesi e ai tedeschi e ha dominato il mondo ancora a lungo, instaurando una illuminata monarchia universale e morendo nel suo letto dopo una vecchiaia trascorsa placidamente in Costa Azzurra. Il francese è la lingua più parlata del mondo e al Sovrano del pianeta sono intitolate piazze da New York a Calcutta.

A Lepanto, nella celeberrima battaglia del 1571, a spuntarla è stato l’esercito del Sublime Stato Ottomano e il bagno di sangue di cristiani nelle acque del golfo lepantino ha preannunciato la caduta di Vienna e dell’Occidente in mano musulmana. Nella ex capitale imperiale, così come a Parigi, Roma e Berlino le decine di moschee ci parlano ancora di quella epocale cesura storica.

I carrarmati e gli stuka di Hitler non sono stati frenati dalle milizie di terra e dell’aria di Churchill, ma il führer ha sopraffatto anche il Regno Unito e sottomesso i Paesi dell’intero Vecchio Continente, tuttora dei nazi-protettorati del Terzo Reich. L’impero del Male continua a influenzare la politica mondiale, dagli Stati Uniti al Giappone.

Che sarà mai questo affastellamento di fandonie? Sarà un incubo dopo una notte di bagordi? No, è ucronia, la materia al centro delle riflessioni contenute nelle pagine del nuovo libro di Emmanuel Carrère dal titolo Ucronia, uscito in Francia nell’86 e per la prima volta in Italia quest’anno per le edizioni Adelphi con la traduzione congiunta di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.

Ucronia, ovvero un gioco letterario

Congetture eversive? Frottole intenzionate ad alterare il corso della storia? Becera disinformazione che sgorga da fonti non verificate? E perché, esistono realmente fonti verificabili? “Che prove abbiamo, una volta stabilita l’autenticità di un documento, che l’autore non abbia scritto sciocchezze?” domanda e si domanda Carrére. Conserviamo forse delle prove che la storia come ce la hanno raccontata non sia “frutto di una cospirazione millenaria ordita da generazioni e generazioni di intellettuali che si sarebbero passati ininterrottamente il testimone, con lo scopo perverso di contraffare la realtà nel suo dipanarsi?”.

Appare chiaro fin dalle prime pagine che il lavoro dello scrittore parigino sia un inconsueto “gioco letterario” e, proprio per via della sua eccezionalità, debba ritenersi esonerato da qualsivoglia giudizio critico di carattere storico.

Coniata nel 1876 dal filosofo Charles Renouvier, esponente di spicco del neocriticismo francese – il cui testo, Ucronia, è alla base dello studio di Carrère –, la parola ucronia è modellata sull’utopia di Tommaso Moro: ou-tópos, in nessun luogo, ou-chrónos, in nessun tempo.

La storia come poteva accadere

La storia che non è rinvenibile in nessun tempo, ma che avrebbe potuto essere la nostra, se le cose fossero andate diversamente, in altro modo rispetto a quello che ci è stato tramandato, che conosciamo, che tramandiamo noi stessi; una storia, che poi, probabilmente, in buona sostanza, è già nostra, ché “immaginare come sarebbe il mondo se un certo evento, considerato decisivo, fosse andato diversamente è uno degli esercizi più naturali e frequenti messi in atto dal pensiero umano”.

“Non si può, è chiaro, far sì che non sia stato ciò che è stato. In compenso si può, senza destare scandalo e senza bisogno di prove, sostenere che ciò che è stato sarebbe potuto andare diversamente, che prima di tradursi in atto l’avvenimento esisteva in un numero quasi infinito di forme virtuali e che ognuna di quelle forme avrebbe potuto benissimo avere la meglio.”

Tutti i possibili non realizzati

Il libro dell’autore de I baffi e V13 – opera per la quale ha ricevuto il Premio Strega Europeo nel 2023 – prende le mosse da questo semplice concetto: che nella storia del mondo sono esistite “infinite soluzioni possibili”, un mucchio inquantificabile di “possibili irrealizzati” che sono passati accanto – talvolta lo hanno anche sfiorato – all’unico possibile che il fato ha voluto si concretizzasse. E questo i buoni storici lo sanno, che le cose avrebbero potuto andare in maniera diversa, se una delle possibilità non compiute che brulicavano attorno alla sola realizzata avesse avuto maggiore fortuna.

Emmanuel Carrère non si lascia andare a una sequela di “fantasticherie retrospettive” volte a stravolgere le vicende storiche, a spacciare fogli zeppi di controstoria, ma si dedica a sollevare degli interrogativi, stimolare delle riflessioni sulle infinite “incoerenze che rendono la storia imprevedibile”, tracciando i contorni dell’ucronista e chiamando in causa una schiera di eminenti scrittori e pensatori che nelle loro opere hanno trattato il tema dell’ucronia: Pierre Veber, Cartesio, Baruch Spinoza, Leibnitz, Nietzsche, Philip K. Dick.

L’ucronista, d’altra parte, ha necessità di proteggere se stesso e conferire dignità alle sue considerazioni sovversive ricorrendo a un plotone di illustri militi del pensiero, perché scrivere una storia ucronica “di solito significa dar corpo alla storia che si desidera”; peccato di cui l’ucronista è comunque perlomeno sospettato.

Un’ucronia per il futuro

Una “moltitudine di possibili” continua ad aleggiare sul nostro tempo e l’ucronia può rappresentare una chiave per tentare di interpretare il presente e l’avvenire, incerti per definizione – però non così tanto di più rispetto al passato –; un lavoro sull’ucronia legittimo perdipiù, perché, bisognerebbe ricordarsi, “se tutto può succedere, allora tutto succede”.

Antonio Pagliuso

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