Romanzo di romanzi, vicenda in cui il romanzo storico si amalgama al romanzo fantastico in un intreccio avvincente, storia di amore e vendetta che si perpetuano nei secoli, riflessione sulla memoria, sulla sua labilità, sul desiderio insito nella specie umana di conservarla e preservarla e tramandarla ai posteri, sul rischio sempre in agguato di perderla. Ma anche digressione metanarrativa sulla mancanza di una voce femminile nella tradizione letteraria capace di dire ciò che le donne vivono e sentono.
È questo e tanto altro il nuovo romanzo di Antonella Cilento, La babilonese, edito da Bompiani. Vertiginoso e affascinante, il recente lavoro della Cilento è una matrioska di storie, un susseguirsi di sei quadri narrativi, sei cerchi concentrici persi tra le onde del tempo.
La trama prende avvio nella Ninive del VI secolo a. C. dove troviamo Libbali, bella e infelice moglie del re assiro Assurbanipal (a noi meglio noto col nome di Sardanapalo). Assurbanipal è ricco e potente, è colto e ha messo insieme una grande biblioteca, una delle più importanti del mondo antico, ma è anche aggressivo e per nulla interessato alla moglie: “Il re è un leone, è un toro, è un’aquila. E si accoppia con altri uomini, salvo metterla incinta una volta l’anno. Per quel che ne sa lei, ha fatto lo stesso con le regine precedenti. Tante mogli, tutte piegate e ingravidate. Lei ha avuto questo onore quattro volte in sei anni. Adesso ha ventuno anni e fra una decina d’anni sarà vecchia, forse morta. E il suo destino toccherà a una delle sue figlie o a tutte: per Ninlil, Nintu, Ninmah e Uttu un re, un magistrato, un mago caldeo”.
Libbali è bella, i suoi capelli, “lunghi e ricciuti […] hanno ispirato poemi”, ma la splendida regina “non è mai stata innamorata e non ha mai provato davvero piacere”. Finché un giorno arriva a corte un giovane prigioniero ebreo dagli occhi color lapislazzulo, è Avhiram, un mago, in compagnia della sua bambina, Yeoudith.
Tra Libbali e Avhiram la passione divampa travolgente fino alle inevitabili conseguenze: scoperto il tradimento, Assurbanipal fa giustiziare Avhiram e le quattro figlie di Libbali, che sta per fare la stessa fine ma viene salvata dalla piccola Yeoudith che porta fra le mani una lucerna e la guida in una fuga millenaria nel tempo senza fine. Prima di fuggire, però, Libbali promette a se stessa di tornare: “Se il dio Luna Sin fa reincarnare Acherib [il medico di corte che ha avvelenato le sue bambine] e Assurbanipal, io tornerò. Quattro volte o quaranta volte quattro, se serve. Una per ogni mia figlia. Una per ogni occhio e ogni dente di Ninlil, Nintu, Ninmah e Uttu”.
La vicenda si sposta poi nella Londra del 1848. Qui incontriamo l’archeologo Henry Austen Layard, colui che ha riportato alla luce le città assire, tanto nella realtà storica quanto nell’invenzione romanzesca della Cilento. Ebbene, l’uomo è perseguitato dalla visione di una donna accompagnata da una bambina che reca in mano una lucerna. Nella Napoli del 1656, nel dilagare della peste, il pittore Aniello Falcone – noto battaglista contemporaneo di Velázquez – si innamora della maga “babilonese” Albalì e conosce Giuditta, la sua bionda e sfuggente bambina, che con una lucerna in mano, corre tra i vicoli di Napoli incurante dell’epidemia.
Un altro salto temporale ci porta nel 1683. Siamo sempre a Napoli e l’erudito Sebastiano Resta rinviene un disegno di Aniello Falcone che farebbe riferimento a una misteriosa donna, “Albalì babilonese”. Il disegno rischia di finire bruciato ma viene sottratto alle fiamme da Antonio Argento e così “mezzo distrutto, si nasconderà […] per quasi duecento anni fra la biancheria, i documenti, i libri contabili e gli abiti di casa Argento e salterà fuori, in un riordino dovuto alla vendita di ogni bene commerciabile, fra le mani dell’ultima erede dei signori della seta, ormai caduti in disgrazia, Filomena Argento”. Arriviamo in tal modo al 1881, quando non solo rispunta il ritratto mezzo bruciacchiato della maga babilonese, ma Filomena Argento fa anche la conoscenza di una fascinosa negromante francese, madame Ballu e della figlia… L’ultima tappa di questo avvincente rincorrersi tra i secoli di amore e vendetta ci conduce nella Napoli degli anni Duemila, dove Alice Bilardi, nel fronteggiare, insieme al suo compagno Angelo, il fallimento del loro progetto imprenditoriale, incontrerà un’insolita e enigmatica ragazzina…
La babilonese è un appassionante viaggio nel tempo, che mescola storia e invenzione, mistero e spunti di riflessione sulla memoria, sul trascorrere del tempo, sui sentimenti e le passioni umane; ma è anche un libro estremamente colto nel quale convivono e si intersecano i molteplici interessi dell’autrice che da sempre trovano espressione nella sua scrittura al contempo erudita e piacevole: la letteratura e l’arte, l’archeologia e la narrativa popolare, i mille volti di Napoli e la condizione femminile.
Come nella Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu la vampira protagonista ritorna sotto vari nomi – Mircalla, Millarca e, appunto, Carmilla – tutti anagrammi del nome originario, così Libbali, nel corso dei secoli, si reincarna in figure femminili diverse, i cui nomi, se non proprio degli anagrammi, richiamano quello della regina assira.
Insieme a lei si reincarna anche Yeoudith, o Giuditta o Judith a seconda dei luoghi e delle epoche, e si reincarnano il re Assurbanipal, il suo medico assassino Acherib e l’amato Avhiram. In particolare, la piccola Yeoudith torna di epoca in epoca sempre con una fiammella in mano: lucerna, torcia o candela che sia, quella piccola fiamma è un simbolo potente che rappresenta insieme spirito femminile e forza creatrice. È emblema di riscatto e luce che rischiara le tenebre della dimenticanza. Dunque, è anche la luce che guida colui che scrive e che sta alla base del lavoro letterario. Un lavoro che è pure recupero della memoria storica dei luoghi, ed è così che il libro annovera il ricordo di due personaggi realmente esistiti nella Napoli dei secoli passati: il pittore di battaglie Aniello Falcone e il prolifico autore di romanzi d’appendice Francesco Mastriani a cui si attribuiscono oltre ottocento titoli e che al momento della scomparsa viene ricordato da Matilde Serao con parole di stima e come precursore del romanzo sociale meridionale.
In ultima istanza, La babilonese può essere considerata, in senso lato, anche un romanzo politico nella misura in cui la figura femminile protagonista trapassa e evolve di epoca in epoca in incarnazioni di donne da un lato detentrici di una qualche forma di “potere”, ma, dall’altra, imprigionate in un ruolo che le condanna e le porta ad anelare una libertà che non hanno.
Libbali è una regina, vive una vita apparentemente dorata, circondata di agi e bellezza, ma soffre terribilmente la sua condizione, peraltro mancata, di “fattrice” di un erede maschio del re. Albalì e madame Ballu, rispettivamente maga e negromante, sono di fatto delle streghe e come tali possono essere vittime di pregiudizi e persecuzioni, la stessa Filomena Argento, sebbene non inserita nel ciclo di reincarnazioni e ritorni, è in tal senso un personaggio centrale del romanzo: è una donna di mezz’età, non sposata e non particolarmente avvenente, quella che la società dell’epoca definiva volgarmente una “zitella”. Ma anche lei troverà la sua rivincita e vendicherà le tante zitelle che popolano la letteratura ottocentesca, una letteratura che tacitava le donne e censurava la loro sensualità e la loro sessualità, i loro desideri carnali e il loro piacere. Ed è proprio Filomena, in questo ponte ideale, a traghettarci fino ad Alice Bilardi, ultima incarnazione di Libbali, donna moderna e emancipata, che ha accanto un compagno di vita attento e partecipe e non un padrone che la prevarica e, tuttavia, esposta a nuovi pericoli e più subdole insidie, dal fallimento economico alla truffa.
Una volta chiuso il romanzo resta nel lettore un senso dolceamaro di malinconia, quella stessa che sempre accompagna i libri che non si fanno dimenticare.
Antonella Falco

