Il filologo, traduttore e scrittore Bjӧrn Larsson torna nelle librerie con Filosofia minima del pendolare, pubblicato dalla casa editrice Iperborea e tradotto da Andrea Berardini.

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Tre puntini tra parentesi: così è il viaggio del pendolare. Il viaggiatore, non-viaggiatore, a cui è dedicato il nuovo romanzo di Larsson, pendolare incallito, oltre che eccelso scrittore e velista appassionato.

Filosofia minima del pendolare si dimostra essere un piccolo manuale di filosofia in cui non mancano spunti continui. Appunti di viaggio sui modi di fare e di essere dei pendolari lasciano con naturalezza spazio a riflessioni più profonde. Poco più di duecento pagine in cui risulta impossibile annoiarsi.

Il pendolarismo di Larsson

Larsson ci fa un dono importante: ci porta con sé nel suo continuo spostarsi da un punto a un altro, ché è questo che fanno i pendolari, un viaggio sui mezzi di trasporto che per lui dura da quarant’anni.

Treni, traghetti, taxi, bus, aerei, immaginate quanta vita abbia incrociato Larsson, pendolare tra Danimarca, Svezia e Italia per lavoro e per amore (del resto, si è innamorato di una donna italiana che vive a Sedriano, nell’hinterland milanese). Perché quindi non mettere per iscritto e non farsi carico di raccogliere le cronache di questo continuo andare avanti e indietro, come un pendolo che oscilla.

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Nelle migliaia di chilometri percorsi non è mai davvero da solo. Lo scrittore svedese si fa accompagnare da miti letterari come Martinson e De Beauvoir, Orwell, Beckett e dall’amico Fabio Stassi. Tra analisi di matematica e fisica, nel testo non mancano critiche al capitalismo, alla situazione politica, e riflessioni sull’isolamento durante la pandemia, che ha toccato profondamente chi, come lui, ha gli affetti sparsi un po’ ovunque in questo mondo e che, dunque, trova nel viaggio una ragione di vita.

Lo scrittore non lascia da parte notazioni su quanto di atroce accade ancora oggi nel mondo: la guerra tra Russia e Ucraina, la pioggia di bombe, razzi e proiettili tra Gaza e Israele; le migliaia di persone annegate nel Mediterraneo in cerca di una vita, la sola a nostra disposizione, migliore. E poi a guardare tutto dal loro posto sicuro i super ricchi, sempre più ricchi.

Tocca le corde del cuore del lettore, e del pendolare, attraverso i temi a lui cari del viaggio e dello sradicamento, conseguenza del continuo spostamento.

Aveva pendolato per così tanto tempo, tra stati e indirizzi diversi, che non c’era più nessuna «casa», per non parlare di una patria o di un paese d’elezione.

E poi ecco l’ironia che si fa comicità, altro punto di forza di Filosofia minima del pendolare e motivo che ci spinge a continuare a leggere con rinnovata curiosità e voracità. Come non lasciarsi andare a una sana risata quando Bjӧrn Larsson ci riporta le abitudini e le nevrosi dei pendolari, incluso se stesso.

E noi, ché chiunque abbia esperienza di pendolarismo non può non ritrovarsi nelle sue accurate descrizioni riguardo alle frustrazioni del viaggio, al buffo e talvolta invadente chiacchiericcio dei viaggiatori, meno piacevole quando urlano scempiaggini parlando al cellulare, inutile negarlo.

Il viaggio del pendolare, talvolta, è una vera avventura fatta anche di una serie di decisioni da prendere: Larsson passa da spunti su come scegliere i migliori posti sui mezzi di trasporto, a come riconoscere i diversi tipi di viaggiatori, agli snervanti imprevisti che spesso tocca affrontare – scioperi, ritardi, incidenti e persino suicidi, per esempio – , passando per l’arte di trovare il tragitto più breve.

Ma, senza continuare a raccontare troppo di questo libro, vi lascio con una simpatica e profonda considerazione sulla decadenza del linguaggio, e tranquilli se vi renderete conto che anche voi ci siete “cascati”: si può sempre rimediare.

Ora, è chiaro che gli anglicismi non spopolano unicamente sui treni e gli autobus svedesi. La situazione è addirittura più grave in Italia, dove non solo la gente comune, ma anche politici, funzionari e amministratori pubblici usano parole ed espressioni inglesi, illudendosi che li facciano sembrare più intelligenti e credibili che se si accontentassero dell’italiano. Sempre che non sia banalmente un modo per gettare fumo negli occhi dei cittadini, i quali a loro volta danno per scontato che le parole inglesi debbano riferirsi a qualcosa di importante e significativo. Tanto per fare qualche esempio: spread, spending review, turnover, task force, emergency, part-time, voucher, location, best practice, exit poll, green economy e gree pass. Quanti italiani sanno cosa significano effettivamente queste parole, sempre che un significato concreto ce l’abbiano davvero?

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