Negli anni venti del Novecento George Orwell fu ufficiale della Corona britannica in Birmania, odierno Myanmar. Da quell’esperienza trasse un romanzo e due saggi narrativi in cui pose l’accento sugli effetti lesivi del colonialismo, sia nel colonizzato che nel colonizzatore.
Le immagini devastanti che giungono dal Myanmar stanno sconvolgendo il mondo. Ancor più se si pensa quanto esse raccontino soltanto una porzione minima della catastrofe, considerato l’isolamento in cui si trova il Paese dell’Asia sudorientale a causa della dittatura militare instauratasi dopo il colpo di stato del 2021.
Il terremoto in Myanmar, un Paese instabile
Il terremoto del 28 marzo di magnitudo 7.7 Richter – seguito da una seconda scossa di 6.4 M – ha ridotto in macerie numerosi città e villaggi del cuore dell’ex Birmania; la conta dei morti ha già superato le mille unità, ma le proporzioni del disastro fanno temere – fonte US Geological Survey – un numero di vittime superiore alle diecimila anime in un Paese già poverissimo e al centro di una sanguinosa e ignorata guerra civile, scoppiata dopo il golpe, fra forze della giunta militare e gruppi armati di ribelli diffusi in gran parte del territorio birmano.
La situazione del Paese del Sudest asiatico non conosce stabilità dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito. Il Myanmar – questo il nome ufficiale dall’89, per certi versi imposto dalle giunte militari succedutesi nei decenni e perciò non accettato da molti birmani, fra cui la politica Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace del 1991 e in carcere dal 2021 – ha una storia antichissima, segnata dall’avvicendarsi di civiltà, regni, dinastie e domini, per ultimo il periodo coloniale sotto il controllo della Gran Bretagna.
Cominciato nel 1826, al termine della Prima guerra anglo-birmana, con la penetrazione nella estrema regione meridionale del Tenasserim, il dominio britannico perdurò fino al 1948, anno dell’indipendenza birmana che sancì la fine di un amore mai sbocciato fra la popolazione locale e i colonizzatori inglesi.
George Orwell in Birmania
Il rapporto incompatibile fra birmani e britannici è tematica del primo romanzo di uno degli scrittori europei più conosciuti. Parliamo di George Orwell, il celebre autore britannico di capisaldi della letteratura del Novecento: 1984 e La fattoria degli animali.
Nato nel 1903 a Motihari, città dello stato del Bihar dell’India britannica, Orwell – al secolo Eric Arthur Blair – si trasferì prestissimo in Gran Bretagna con la madre Ida e la sorella. Nell’autunno del 1922 decise di seguire le orme del padre, Richard Walmesley Blair, per anni funzionario della Corona britannica in India, e ritornò in Birmania.

Dopo un periodo di formazione presso la scuola di polizia di Mandalay, oggi seconda città del Paese asiatico, vicina all’epicentro del terremoto in Myanmar, ricevette la nomina a sovrintendente distrettuale assistente e all’inizio del 1924 fu assegnato all’avamposto di frontiera di Myaungmya.
Alla fine dell’anno fu inviato a Syriam, nella regione della capitale Rangoon – oggi Yangon, capitale del Myanmar fino al 2005 –, dove rimase sino al 1926. Nella primavera di quell’anno fu quindi inviato a Moulmein, città della Bassa Birmania in cui ancora viveva la nonna materna, e a Katha, tappe finali del suo quinquennio birmano, concluso nel ’27, e ultimi incarichi militari prima di intraprendere la carriera di scrittore.
L’esperienza di Orwell in Birmania ha ispirato il suo primo romanzo Giorni in Birmania (Burmese Days), pubblicato nel 1934, e altri saggi narrativi: Un’impiccagione (A Hanging), uscito nel 1931, e Sparare a un elefante (anche noto come L’uccisione dell’elefante, Shooting an Elephant il titolo originale), apparso nel 1936 sulla rivista letteraria New Writing.
Sparare a un elefante
L’opera Sparare a un elefante è ambientata a Moulmein e vede come protagonista un ufficiale della polizia britannica – proprio come Orwell – alle prese con il complesso ambiente birmano. Nelle pagine del volume – così come negli altri due testi di ambientazione birmana – è raccontato il sentimento antieuropeo degli indigeni, la loro unanime ostilità manifestata con le offese che l’ufficiale riceve quotidianamente. Avversione che la voce narrante comprende e in buona parte sostiene: “Mi schieravo del tutto con i birmani e contro gli inglesi, gli oppressori. Odiavo il mio impiego con più rabbia di quanto probabilmente io riesca a esprimere”.
Nelle pagine di Sparare a un elefante, di fatti, è criticato l’imperialismo britannico, l’uso della violenza, le prevaricazioni, i maltrattamenti e gli abusi perpetrati contro le popolazioni locali. A essere stigmatizzata però è pure la sua natura infida, assurda e macchiettistica. Carattere che emerge nell’episodio che contraddistingue il saggio narrativo.
Un giorno, l’ufficiale di polizia è chiamato a intervenire su una questione che sta mettendo in apprensione un villaggio: un elefante addomesticato, uno dei pachidermi di Moulmein impiegati nel trasporto dei tronchi, è scappato dalla custodia del padrone.
Imbracciato il suo vecchio fucile, più da parata che altro, il funzionario si dirige verso il luogo in cui si trova l’elefante, animale venerato dai buddisti birmani, riconosciuto simbolo di purezza e potere. Dopo aver razziato alcune capanne e banchi di frutta, accade che il pachiderma attacca un indiano, uccidendolo dopo averlo stritolato con la proboscide, scuoiato e schiacciato al suolo con una zampata.
A questo punto il colonizzatore si trova a sostituire la sua inefficace arma con un fucile da elefanti, seppur con l’intento di utilizzarlo soltanto per difendersi, in caso di estrema necessità.
Seguito da un numero crescente di birmani, l’ufficiale raggiunge l’animale, arrestatosi nei pressi di una risaia. Il proposito è di attendere il suo mahut – l’addestratore –, ma è in quel momento che l’uomo, voltandosi verso la folla sempre più numerosa, si rende conto del destino a cui non può sottrarsi:
“Osservai la marea di volti gialli sopra i vestiti appariscenti – volti felici e concitati per questo pizzico di svago, sicurissimi che l’elefante stesse per essere colpito. Mi guardavano come si guarda un illusionista che stia per fare un trucco di magia. Non gli piacevo, ma il magico fucile nelle mie mani mi aveva fatto guadagnare una temporanea attenzione. All’improvviso capii che, dopotutto, avrei dovuto sparare all’elefante: la gente si aspettava che lo facessi, e dovevo farlo”.
“La gente si aspettava che lo facessi.” È in quell’istante che per il protagonista del racconto di Orwell si materializza l’insensatezza del colonialismo. Non è più un uomo, ma una pedina di uno scacchiere senza margini, un burattino chiamato a fare quel che un intero popolo sottoposto vuole da lui, costretto a fare l’unica mossa che i nativi si aspettano da un feroce colonizzatore: uccidere l’elefante.
“Arrivare fino a lì, fucile in mano, con duemila persone che mi camminavano alle calcagna, e poi svignarmela senza aver fatto nulla – non, non potevo.”
Forzato a difendere la sua immagine, quella della Corona e di ogni colonizzatore europeo in Oriente – “Un uomo bianco non deve apparire intimorito davanti ai nativi” –, spaventato anche dalla possibile reazione degli indigeni dinanzi la sua titubanza, l’ufficiale britannico fa partire il colpo.
L’azione si trasforma in una lunga agonia e per il pachiderma, che stenta a morire, e per il suo uccisore, costretto a consumare due caricatori prima di porre fine a quell’insopportabile tormento: “Era tremendo vedere quel grandioso animale steso lì, incapace di muoversi e incapace di morire, e non essere neanche in grado di finirlo”. Schiacciato da un dovere che non desidera, vittima del suo tempo, l’uomo ha ucciso l’elefante per “evitare di passare per uno stupido”.

L’inizio della carriera di scrittore di Orwell
In Asia lo scrittore trovò conferma riguardo la sua disillusione nei confronti della politica coloniale inglese, combattuto fra l’interesse verso l’affascinante cultura orientale e il suo ruolo scomodo di rigido colonizzatore. Una scissione fra due mondi inconciliabili.
George Orwell ritornò in Inghilterra nel 1927, congedato dopo aver contratto una malattia infettiva tropicale. Presto decise di non fare più ritorno in Birmania, rassegnando le sue dimissioni dalla polizia imperiale indiana e cominciando così la sua carriera di scrittore.
Nel corso della sua esperienza militare in Birmania, George Orwell si tatuò dei cerchietti sulle nocche delle mani, all’uso dei locali, e salutò i baffi a spazzolino, molto in voga nei primi decenni del Ventesimo secolo, adottando i distintivi baffetti a fiammifero che lo accompagneranno per il resto della vita.
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Illuminante affresco del trascorso da colonizzatore di uno degli scrittori più significativi della letteratura europea e di tutta la disgraziata parabola coloniale occidentale, il cruento racconto Sparare a un elefante è una metafora contro l’assurdità del colonialismo che Orwell riassume in questa frase: “Quando l’uomo bianco diventa tiranno distrugge la sua stessa libertà”.
Orwell negli anni quaranta
Foto di Cassowary Colorizations – George Orwell, c. 1940 condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 2.0
Antonio Pagliuso

