Un inno all’amore, malinconico e leggero, un racconto che celebra il tempo come teatro per tutte le stagioni, un amore che sfida il tempo e la ragione. La storia che Tito Barbini ha in serbo per Paolo e Matilde non è interessata alle convenzioni sociali, con la sua prosa precisa ci racconta infatti di un amore che sfugge alla norma anagrafica – con lui che ha diversi anni più di lei – tra chi vive di passato e assolve il compito di produrre instancabilmente nostalgia, e chi non ha mai portato a termine una rivoluzione o perlomeno non ha mai potuto vivere un amore visto da diverse angolazioni, “perché era giovane e il suo futuro apparteneva solo a lei”.
Il tempo anagrafico che dista tra di loro è un giocattolo fragile, di una fragilità procurata dallo spogliare i sogni da ogni attesa, eppure si lancia a capofitto nella voglia di un reiterato presente, lungo i giorni, le notti, per tanti viaggi e ritorni puntuali. È un libro che sussurra verità sul tempo che nessuno vuole più ascoltare, richiede parole antiche e grandi, in tutti i posti in cui i due si amano le vanno ricordando per dirsele, come “per sempre”, o il volto di Matilde che è una specie di eternità, anche se nasconde una crepa e nuovi silenzi crescono.
Così tra le pagine ci sono concessioni di parole, Calvino, Borges, Neruda e tanti altri, parole in attesa di essere raccolte, messaggi che sono insieme rifugio e sospensione, per coprire il silenzio insopportabile della noia schiacciata contro le pareti, per evitare di girarsi su se stessi e sentire la carne che si stringe dentro, quella sensazione di mondo in rovina da una parte, e di voglia incontrollabile di nuovi orizzonti dall’altra. Ci sono libri dentro il libro, citazioni che indicano il cammino, poesie della pioggia e del vento, versi più carnali di istanti rubati, segreti e abissi, che raccontano il modo in cui il sudore scorre al centro del petto dopo aver fatto l’amore. “La letteratura è un grande aiuto” confessa Paolo in una lunga lettera, un accorato appello a mostrare che il tempo si misura soltanto risalendo l’esterno oltre lei e lui, come un male che colpisce e non ha cura, dove il mondo ricomincia e le strade si riempiono di ombre diffuse e abbracci frettolosi.
Pasquale Allegro

