Recensioni: “Giovani e belli” di Sara Maria Serafini

“Come si diventa grandi se da piccoli si è stati amati male?”

È questo l’interrogativo che scorre sottotraccia e che pone e si pone Sara Maria Serafini nelle pagine del suo nuovo libro. Giovani e belli è il titolo del romanzo pubblicato da Morellini e che riporta in libreria l’autrice e fondatrice della rivista letteraria Risme tre anni dopo la novella distopica Rigenerazione K035, uscita nel 2022 per Divergenze.

Giovani e belli trae spunto da una vicenda di cronaca, lo scandalo Forteto. Scoppiata alla fine degli anni settanta, la faccenda riguardava diversi casi di abusi sessuali e violenze psicologiche avvenuti in una comunità di bambini affidati del Fiorentino. E proprio da una casa-famiglia principia la storia raccontata da Serafini.

Siamo nell’entroterra della Sardegna, infinitamente lontani dai luccichii del frammento d’isola “smeraldizzato” a uso e consumo del turista. È qui, fra le rocce e il vento e l’isolamento, che sorge la Littarru, un luogo in cui la notte fa più paura, la Casa in cui sono cresciuti Diana, Lippo ed Emma, tre ragazzi spezzati, uniti da una infanzia segnata dalla mancanza d’affetto e dai soprusi.

Amati male da piccoli, Diana e Lippo sono cresciuti e adesso, pur impauriti nel loro inconscio dal mondo sconosciuto che si spande oltre la Littarru, vogliono scoprire quel che c’è al di là della comunità.

Induriti dalla vita, dalle carezze che non hanno mai ricevuto, da quella felicità che non saprebbero riconoscere, i ragazzi hanno perso un pezzo. Con loro non c’è più Emma – non presente almeno fisicamente –, sorella e mamma che un giorno ha deciso di farla finita gettatasi nel vuoto. Emma, che collezionava legnetti di liquirizia, la bambina-madre che conviveva coi suoi demoni; Emma che amava sfidare la vita, la morte, se stessa, e “un giorno ha deciso di lanciarsi nel vuoto”, forse per finirla con gli orrori della Casa, forse per salvare i suoi amici, i suoi fratelli, i suoi figli.

“A volte mi viene il dubbio che il destino sia una fotografia precisa che abbiamo già dentro e continuiamo a riprodurre, con molto ostinazione. Credo sia la parte che ci fa più male: non aver capito fino a che punto sarebbe stata capace di sacrificarsi per la storia che aveva deciso di mettere in scena.”

Tema di fondo dell’opera è l’abuso sui minori nelle case-famiglia. Nelle pagine di Giovani e belli le mostruosità sono raccontate come una fuga onirica, un incubo da cui magari ci si risveglierà; una violenza accennata, ma chiara e terribile, narrata con sobrietà dall’autrice.

Ricordando Emma esce fuori un altro personaggio: Lucio, custode della Littarru, il mostro che si muove nelle tenebre, l’uomo nero delle fiabe che ha offeso l’innocenza dei piccoli ospiti della casa-famiglia. Il giorno dopo la tragedia di Emma, Lucio è scomparso, ha lasciato la struttura per non farci più ritorno.

“Forse siamo alla ricerca ossessiva di Lucio perché è l’unica cosa che in qualche modo ci lega ancora a lei.”

La storia prende la forma della caccia all’uomo, al topo. Una preda da raggiungere. Da punire. Lucio si trova a Maratea, in Lucania, un viaggio in capo al mondo per i ragazzi il cui universo è circoscritto dalle mura della Littarru.

Dalla Sardegna alla Sicilia, poi l’attraversamento dello Stretto, quindi la Calabria e da lì in Lucania. Una strada lunga, frammentata, in cui il tempo si dilata; un itinerario verso Lucio che si trasformerà in un viaggio nella memoria, nei sospesi del passato, ma proiettato al futuro, al domani che sarà, che ci sarà, indubbiamente. Il viaggio cambierà i ragazzi, iniziati a una nuova scoperta di sé, assieme alla famiglia che la vita ha loro donato, la “famiglia che davvero ti appartiene”.

“Siamo giovani e belli, la vita è nostra, non ci può fermare nessuno.”

Sara Maria Serafini firma una storia cruda e al contempo delicata. Un viaggio di formazione in cui l’arrivo rappresenta soltanto una tappa di un percorso più complesso e profondo verso la consapevolezza di sé e delle proprie radici. Un inno alla giovinezza e alla vita che resta, nonostante tutto.

Antonio Pagliuso

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