Nelle pagine del suo nuovo romanzo dalle venature noir, Ruska Jorjoliani ci guida nelle profondità della sua storia personale e di quella della Georgia, una terra in trasformazione, in bilico fra un passato scomodo e un avvenire tutto da scrivere.
“Non avrei mai immaginato che un giorno avrei assistito all’esumazione del mio bisnonno. Me lo sono sempre figurato fatto di materiale iridescente, un po’ reale e un po’ inventato.”
Entra subito nel cuore della storia Ruska Jorjoliani nelle prime pagine del suo ultimo romanzo dalle venature noir, Ardesia, uscito per Italo Svevo.
La protagonista e voce narrante dell’opera è tornata a Mestia, piccolo centro montano della Georgia nordoccidentale, circondato dai picchi del Tetnuldi e dell’Ušba, imponenti cime dell’antica Colchide, la regione della principessa Medea. L’occasione è il disseppellimento e la successiva traslazione delle ossa del bisnonno, morto ancora giovane durante il terrore sovietico degli anni trenta e, a suo tempo, sepolto nel giardino di una casa diroccata, clandestinamente, nottetempo, lungi dagli sguardi della gente e dai registri ufficiali.
L’escavatore apre e penetra il terreno, smuovendo zolle, frammenti di ardesia e ricordi riposti in un angolo della memoria, quella personale dei singoli e quella collettiva dei luoghi. Gli eredi dell’uomo scavano nelle profondità di una vita turbolenta e misteriosa, a tratti da romanzo: delitti, arresti, evasioni, fino a giungere a una morte dai contorni grigi.
Ma chi era veramente suo bisnonno, si domanda la protagonista del romanzo. Quale traiettoria ha percorso la sua breve esistenza? Era un brigante antizarista, un menscevico, un anticomunista dell’aristocrazia locale o un ufficiale comunista? O ancora, era un martire dello stalinismo o un feroce assassino? Vittima o carnefice? Il confine fra i due emisferi talvolta è sottile e fragile quanto una lastra di ardesia, quelle che vengono utilizzate per separare il mondo dei vivi da quello dei morti, l’al di qua dal “Grande Paese” dell’oltretomba.
“Li devo riempire tutti io questi vuoti, le orbite, le narici, gli incisivi, la fossetta invisibile, la distanza tra le nostre verità, i buchi della sua vita. Chi era veramente?”
A emergere dallo sfondo cupo del testo e dagli interstizi della complicata storia georgiana del Novecento – con riflesso sui giorni nostri, sul presente inquieto del Paese caucasico –, la luminosa scrittura di Ruska Jorjoliani, un’armonia linguistica che affronta le tenebre e le trapassa per schiarire i punti più foschi della memoria.
Nelle pagine di Ardesia, la scrittrice e traduttrice trasferitasi da anni in Italia – che con le sue traduzioni sta portando nelle librerie della Penisola le opere di alcuni autori della letteratura georgiana, come lo scrittore del secolo scorso Nodar Dumbadze e i contemporanei Nana Ekvtimishvili e Iva Pezuashvili – ci accompagna nel cuore della sua terra di origine, una terra in trasformazione, in bilico fra un passato scomodo, disturbante, e un avvenire tutto da scrivere.
Fra vecchie dimore trasformate in b&b e affittacamere, botteghe di souvenir e le luci al neon dei caffè e dei pub che imitano la moda occidentale, a Mestia respirano antichi livori, vicende mai affrontate e mai dimenticate, storie soltanto in apparenza messe da parte dai bagliori della modernità. Il cuore antico dei luoghi che ci appartengono, di una Georgia alla ricerca di una forma propria e, come afferma l’autrice, di “un proprio posto nella carta fisica o metafisica del mondo”.
Antonio Pagliuso

