Un racconto realmente accaduto e registrato nelle carte dell’Archivio storico del Vicariato di Roma è quello narrato da Margherita Pelaja con Le donne di piazza del fico (Piemme), al quale l’autrice ha cercato a suo modo di conferire giustizia e di dar voce a “fatti” che altrimenti sarebbero rimasti nell’anonimato. Pelaja ha donato tale testimonianza con la scrittura a chiunque volesse accostarsi per conoscere e riflettere sulla storia, sul passato. Una lettura intensa con intrighi, ricatti, inganni, dei quali a rendersi protagoniste sono le donne.
Una storia ambientata a Roma nel 1864, periodo nel quale gli aborti erano clandestini e le donne spesso erano vittime di matrimoni combinati, di gravidanze indesiderate, di violenze, di sottomissioni al genere maschile, alla comunità. Leggendo il libro, sembra che nonostante il passaggio di più epoche e del raggiungimento di alcuni diritti fondamentali, la donna sia ancora oggi soggetto e oggetto di “relazioni” che definiremmo “tossiche”. Non solo, ciò che colpisce sono talvolta le invidie familiari che travolgono in tal caso le esistenze di due sorelle. Così come emerge la fragilità della condizione femminile. È una storia plurale, seppur domini la solitudine.
Margherita Pelaja si è occupata nel corso degli anni di svolgere ricerche negli ambiti della storia delle donne e della storia della sessualità, con la pubblicazione di saggi e monografie, e anche con questo “racconto popolare” ha voluto dire qualcosa sul mondo delle donne appartenenti a una realtà contadina, poverissima, la cui unica soluzione per godere di un’esistenza dignitosa per alcune sembrava proprio quella di affidarsi a un uomo e darsi come moglie o essere scelta come tale. Ma, ne Le donne di piazza del fico il dramma sociale è ordito da menzogne e verità tribolanti, da un’assenza di sentimenti buoni, per così dire, l’autrice non ha edulcorato nessun dettaglio, ogni aspetto viene rivelato in modo disarmante e in tutta la sua cruda autenticità. La maternità ha una funzione riparatrice, diviene perfino una pratica di inganno. Ciò che prevale non è di certo il sentimento dell’amore. A dominare inequivocabilmente è il bisogno di sopravvivenza, la necessità di liberarsi dalla miseria, di non essere ghettizzate dalla comunità. Si consumano gli inganni tra Luisa, Gertrude, Angela. Non c’è complicità, se non apparente. C’è il bisogno. Il trait d’union sembra essere il denaro. La salvezza.
E così tra insinuazioni, istruzioni sul da farsi, un figlio, un prezzo da pagare: “Gertrude tornò a casa a passi lenti. Si sentiva stanchissima, svuotata e nello stesso tempo sopraffatta da un’amarezza inattesa, ben lontana dalla soddisfazione e dalla leggerezza che aveva immaginato di provare. Pensò alla creatura che aveva cominciato a crescere nella sua pancia. Nell’eterna competizione con la sorella […]”.
Con uno stile lindo, con dialoghi lapidari, in assenza di fronzoli, la nuda realtà: un drammatico scenario che deve essere conosciuto, discusso, in un confronto importante con sé stessi, con la vie quotidienne e l’importanza di costruire relazioni per essere “riconosciuti” non come corpi, ma come coscienze, persone che tentano di cambiare il proprio destino. Forse anche inconsciamente Margherita Pelaja con il suo romanzo ha provato non solo a testimoniare storie realmente accadute, ma ha anche manifestato il desiderio in qualche modo di tenere alta l’attenzione sulla violenza contro le donne, sul loro ruolo sociale, sulle dicerie che sono ordite spesso per costruire “reputazioni” del tutto errate, compromettendone le esistenze. Su donne sole, costrette a subire, sulle relazioni famigliari, sulla forza, il coraggio che alcune di loro (o di noi oggi) posseggono e che spesso viene confuso con ingenuità o ancor peggio superficialità.
Le donne di piazza del fico è un romanzo che impone un ascolto ossequioso. I giudizi sono banditi. A prevalere dovrebbe essere il sentimento della compassione: empatizzando con l’altro, con la sua vita, senza bisogno di aggiungere nulla. Queste donne non hanno bisogno di tante parole, semmai occorre loro quell’amore sincero che non hanno mai conosciuto.
Alessandra Peluso

