Il titolo de La Specchia del diavolo, il nuovo romanzo di Gabriella Genisi uscito per Rizzoli, segnala un luogo bellissimo, un altro pezzo di Salento meno famoso che l’autrice ci suggerisce di scoprire, pure attraverso i tanti viaggi dell’attraente protagonista.
Lecce e Salento. Marzo – aprile 2025. Come spesso la mattina presto, quell’11 marzo l’avvocato Mauro De Pascalis sta facendo un’oretta di jogging nei dintorni di Martano. A un paio di chilometri dal centro abitato, vede sporgere un piede calzato con una ciabatta da piscina da un cunicolo sotto la Specchia del diavolo (in griko Segla u demonìu), un noto antico cumulo sassoso del diametro di una ventina di metri nel cuore della Grecìa Salentina. Il ragazzo sembra messo molto male, corpo e volto appaiono tumefatti, forse da percosse.
Chiama il 118, servono vari interventi per ridurre ematoma cerebrale e fratture diffuse; al polso porta un cerchietto in argento con inciso il nome “Rami”; viene ricoverato in terapia intensiva; la struttura sanitaria invia il referto al comando dei carabinieri, segnalando un possibile tentativo di omicidio. Qualche giorno dopo il capitano Biondi passa il caso al maresciallo Francesca Chicca Lopez, nata a Leuca e circa trentenne, madre sparita, padre noto e assente (non l’aveva riconosciuta), magra e fiera, timida e spigolosa, bella con gli occhi da cerbiatta e la coda, cintura nera di karate. Lei non sopporta i toni viscidi e maschilisti del superiore; ha crescenti problemi con Glenda, la barista con la quale convive nella centrale mansarda storica; è un poco distratta dalla ricomparsa del padre Giovanni Contaldo, che ha un’antica bancarella di frutta buona sul capo e le ha proposto di fare un viaggio nel Vermont dove la madre Marisa è morta. Inizia comunque l’indagine, subito con qualche successo. Rami era aiutato dalla generosa logorroica marchesa Carlotta Geloso (il marito è l’influente giudice Verri), poi si sveglia ma mostra paura quando intravede Chicca; lei capisce che è un problema di somiglianze e scopre nessi, inoltre, con un altro morto il 10 marzo (interpretato come un suicidio). Va a verificare anche a Avellino e attiva sia caparbietà che acume.
L’ottima scrittrice Gabriella Genisi (Mola di Bari, 1965), corroborata dal meritato successo televisivo della “sua” mitica friccicosa barese Lolita Lobosco (undici romanzi dal 2010 al 2025, interpretata su Rai Uno da Luisa Ranieri), ripresenta la nuova protagonista salentina in grande spolvero, con il quarto bel noir sentimentale della serie (il primo nel 2019). Certo, l’età e la psicologia di Chicca consentono di offrire uno spettro maggiormente approfondito di emozioni private e dinamiche sociali: la stessa marchesa osserva che “sono anni di un individualismo esasperante, non si ama la diversità, la disabilità, un altro colore della pelle. L’intolleranza verso gli immigrati è ormai nella vulgata comune, il sovranismo al governo ha tirato fuori il peggio dal ventre degli italiani”.
Il titolo segnala un luogo bellissimo, un altro pezzo di Salento meno famoso che l’autrice ci suggerisce di scoprire, pure attraverso i tanti viaggi dell’attraente protagonista con la lucida moto Triumph Bonneville T100 del 2011 in molti dei 96 comuni della provincia (in copertina davanti a quel laboratorio di oreficeria e negozio di gioielli che stava per essere inaugurato in centro nella turistica Specchia). La narrazione è in terza persona, non proprio fissa ma quasi, concentrata sulla volitiva Chicca, che mescola ironicamente gli squilibri (casomai con un Maalox) e indaga sempre anche sulle proprie sensibilità emotive: due figure genitoriali che le sono venute a mancare, una compagna che improvvisamente la evita e trascura, la necessità di dormire altrove e il nuovo affetto verso il padre, poche amicizie sincere da coltivare e consolidare, un forte desiderio di realizzarsi sul proprio lavoro di sbirra, un legame viscerale con le librerie indipendenti e i magnifici ecosistemi del salentino.
La vicenda si dipana attraverso oltre una quindicina di capitoli, scanditi in esergo da versi del grande poeta, ispanista e traduttore, Vittorio Bodini (Bari, 1914 – Roma, 1970). Si mangia spesso bene (pure ad Avellino) e si gustano ottimi vini, preferibilmente il rosso Negroamaro, anche bianchi, rosati, dolci.
Valerio Calzolaio

