Con il turismo di massa, il cosiddetto overtourism, a rischio sono la stabilità ecologica e sociale dei luoghi, nonché la qualità della vita dei residenti. Il sovraffollamento turistico è una emergenza cui non possiamo più voltare le spalle e, mentre città d’arte e isole come Venezia, Barcellona, Roma, Mykonos e Santorini sprofondano sempre più tentando equivoche soluzioni per contenere la ingestibile pressione turistica, da Bruges, in Belgio, giunge un modello virtuoso che potrebbe tracciare una nuova strada collettiva.
Il sovraffollamento turistico, il cosiddetto fenomeno dell’overtourism o iperturismo, è una problematica collocata nelle posizioni apicali dell’agenda di molte amministrazioni locali d’Europa. Spesso giocoforza, a causa delle tensioni scoppiate negli ultimi tempi a più latitudini.
Parigi, Barcellona, Roma, Venezia, Firenze, Londra, Amsterdam, Mykonos, Santorini: sono queste le località del Vecchio continente storicamente mete delle orde turistiche più nutrite e minacciose. Città sfigurate, trasformate negli ultimi decenni in attrazioni turistiche, in parchi dei divertimenti conformi all’immaginario stereotipato che altrove si è conservato di esse.
I ritmi quotidiani svenduti per fare spazio al turismo
Non più luoghi in cui vivere, luoghi in cui coltivare le abitudini che regolano la vita quotidiana. Il turismo altera la realtà, falsa la vita dei paesi, occupando gli spazi senza animarli, con tutti gli inevitabili danni causati al patrimonio architettonico e ambientale, sovente già delicato, e alla popolazione locale, prima vittima di un’economia eccessivamente basata sul turismo che ha reso invivibili – sotto molteplici aspetti – le città e i posti più “amati” dai villeggianti.
L’emergenza turismo di massa a Venezia
Venezia e Santorini sono senza dubbio fra le località più in sofferenza del Mediterraneo, bacino in cui si concentra un terzo del turismo globale.
Le due meravigliose località devono proprio alla loro bellezza unica l’origine dei loro disagi. Le migliaia di crocieristi scaricati giornalmente nell’evanescente Serenissima mostrano facce annoiate dietro ai sorrisi tirati, costretti a completare, al seguito di frettolose guide turistiche, quell’esperienza – le chiamano così i turisti –, ché oramai hanno pagato. Essi sono l’esempio principe per quel che riguarda le note stonate del turismo nella Penisola italiana. E a nulla è valsa l’introduzione del biglietto d’ingresso volto, nei propositi, alla duplice funzione di regolare gli accessi e scoraggiare il turista mordi e fuggi intenzionato soltanto a fotografarsi sul Ponte di Rialto e a unirsi all’invasione di piazze, sestieri e calli di una delle città più fragili del globo terracqueo.
Santorini e il turismo mordi e fuggi
L’affanno di Venezia, però, pare poca cosa a confronto di Santorini. A livello continentale, infatti, esempio in negativo del turismo matto e disperato è rappresentato dalle carovane di turisti-passeggiatori che invadono d’estate l’isola vulcanica della Grecia, impazienti, anche a costo di lunghe file, di scattare una fotografia chic, fingendosi felici e spensierati, dinanzi allo sfondo di casucce e chiesette bianche della celebre meta turistica delle Cicladi.
Nel 2023 la fotograbilissima e sovraffollatissima Santorini ha “accolto” circa tre milioni e mezzo di turisti, in gran parte soltanto di passaggio. Tre milioni e mezzo di persone che diviso trecentosessantacinque giorni all’anno fa novemila e cinquecento vacanzieri al giorno su un coriandolo di terra che di abitanti ne conta appena quindicimila. Un dato che parla da sé.
Si approda, si scatta una fotografia perfettamente uguale a migliaia di altre già viste online – uno scorcio o un monumento che il turista-talpa in realtà non vede, ma “guarda” soltanto attraverso lo schermo del suo cellulare – e si riparte. Consumatori di tutto e nel minor tempo possibile: in concreto, una variazione moderna delle patetiche gite aziendali della saga di Fantozzi a organizzazione Filini.

Le conseguenze dell’overtourism
Con questi numeri, il turismo di massa non può che inficiare la qualità dell’esperienza del visitatore – chiaramente tendente al basso –, spaesato, che spesso non sa neppure dove si trova e quali meraviglie gli stanno d’ognintorno, così come la qualità di vita dei residenti, ritrovatisi reclusi a casa propria, in specie nei periodi di massima pressione turistica in cui la propria città o la propria isola, bonificata per accogliere al meglio il turista, muta il suo aspetto da madre in matrigna.
È così che il possibile rapporto fra locali e turisti si compromette; possibile, congetturato, sì perché, lungi da retorica, quello fra visitatori e residenti delle località turistiche è sempre un rapporto sommario, fasullo, inautentico, impastato di diffidente cordialità e ragioni di opportunità – economica, va da sé – fra il paziente mercante e il frettoloso pollo in cappello di paglia da spennare. Fulminea divagazione, tanto per sfatare il trito mito dell’accoglienza italica, impossibile come impossibile in ogni altra regione del pianeta.
La ribellione dei residenti contro i turisti
Sicché non può stupirci l’appalesarsi delle prime forme di rivolta degli indigeni contro gli “invasori”; nell’estate del 2024 hanno fatto il giro del mondo le immagini emblematiche degli assalti più o meno pacifici degli abitanti di Barcellona contro alcuni turisti che passeggiavano per la rambla della città catalana o sorseggiavano una bevanda al tavolino di un bar. Proteste civili, decise e consapevoli, già osservate in altri Paesi e che ancora in Italia non abbiamo registrato. Per il momento.

Overtourism in Italia, bisogna correre ai ripari
Esistono delle soluzioni? Possibilmente dall’“alto” e non dal “basso”? Come regolare, efficacemente, i flussi turistici oramai oltre la soglia di guardia in tanti luoghi?
In diverse città hanno cominciato a pensare a potenziali manovre contenitive. Anche con dubbi progetti di “musealizzazione” dei luoghi pubblici; ultimo, in vista del Giubileo 2025, il disegno che porterebbe alla prenotazione con annesso biglietto a pagamento per potere sostare mezz’oretta sul bordo della Fontana di Trevi, sito simbolo della Capitale, visitato ogni anno da un numero incalcolabile di turisti, ma anche, e soprattutto, un patrimonio inestimabile per i romani, gli italiani e la civiltà umana.
Il turista irresponsabile e i suoi complici
La turistificazione selvaggia del mondo globalizzato ha stravolto l’aspetto delle città, in taluni casi deturpandone grandi porzioni: quartieri trasformati in giganteschi ostelli diffusi e discoteche aperte tutta la notte, intere strade consegnate alla gestione di nauseabondi fast-food, palazzi storici ceduti ai colossi internazionali del cibo e dell’abbigliamento. Non-luoghi che divorano spazi a scapito della minuta economia paesana, delle attività tradizionali – alimentari, calzolerie, edicole, botteghe artigiane – che continuano ad abbassare inesorabilmente le saracinesche nella indifferenza generale. Non è soltanto un fenomeno sociale del nostro tempo, è una rivoluzione culturale.
Ai sapiens interessa tutelare il patrimonio artistico e naturalistico e la vita di chi vive nelle città prese d’assalto dal turismo di massa? C’è consapevolezza – non tanto nel volgo, ma nei governi – dell’emergenza che si attraversa? Forse è questo il quesito alla base di tutto.
Di certo non rappresenta priorità per i meschini protagonisti del turismo irresponsabile, catturati dalle proposte sempre più invasive delle agenzie di viaggi e degli organizzatori turistici, indirizzati e aizzati anche dai dannosissimi voli a poche decine di euro delle compagnie aeree a basso costo – e scarsissima qualità e affidabilità – nonché dai traviati consigli di viaggio dei cosiddetti influencer che intasano come carta igienica lorda le reti sociali. Tutti figli legittimi dell’imperante unico principio del profitto, privi di ogni responsabilità ambientale, saccheggiatori e nemici del patrimonio materiale e immateriale.

Il caso Bruges, la città anti turismo di massa
Mentre tantissime città europee crollano sotto il peso del turismo, un’altra concretizza un modello coraggioso di turismo ecocompatibile. È Bruges, città del Belgio nordoccidentale che conta circa centoventimila abitanti.
In anticipo sui tempi, Bruges studia politiche anti-turismo già dal 1996, volte a non trasformare la deliziosa città fiamminga in un sovraffollato luna-park gremito di b&b, rosticcerie e negozietti tutto-un-euro, a non svenderla – con le sue chiese, le sue architetture, i suoi abitanti – al turista contemporaneo, sempre più di passaggio, sempre meno di ritorno.
Tetto massimo ad alberghi e navi per combattere l’overtourism
Stop all’apertura indiscriminata di alberghi, alberghetti, affittacamere et similia nel centro della città medievale venata di canali e ponti – dichiarato patrimonio dell’umanità Unesco nel 2000 – e limite ai mezzi di trasporto – pullman e navi – cui è permesso l’ingresso in centro e al porto cittadino. Un controllo certosino degli accessi turistici giornalieri che ha già prodotto i primi effetti.
Un rapporto sano coi turisti
Di fatti, le misure si stanno rivelando efficaci: la città è godibilissima, anche nelle vie centrali, e i servizi offerti non risultano eccessivi ma equilibrati al numero sostenibile di visitatori ammessi.
Scelte che producono un beneficio anche per gli abitanti della città – a Bruges, non sacrificati in nome del turismo – che, non subendo l’impatto dei turisti, riescono a mantenere i ritmi della loro vita quotidiana e quindi a costruire una relazione sana e gentile coi visitatori che incontrano nelle ragnatela medievale del centro storico, lungo i viali che portano al Molo del Rosario (Rozenhoedkaai), alla piazza del mercato su cui si affaccia la Beffroi, la torre civica risalente al XIII secolo, al Groeningemuseum, il museo cittadino in cui sono custodite opere di Hieronymus Bosch, Jan van Eyck e René Magritte, alla Chiesa di Nostra Signora al cui interno è conservata la Madonna col Bambino di Michelangelo – chiamata anche Madonna di Bruges –, una stupenda scultura in marmo di Carrara scolpita nel 1506 dal genio del Rinascimento. Questa è la proposta di turismo sostenibile partita da Bruges.
Regolare i flussi turistici per salvare le città
Che sia per disciplinare l’affluenza o al fine di promuovere destinazioni alternative o un turismo fuori stagione e maggiormente compatibile con l’ambiente, il fenomeno del turismo di massa e del sovraffollamento turistico è una emergenza cui non possiamo più voltare le spalle e che ci coinvolge tutti, amministratori e società civile.
Riusciranno i modelli virtuosi come quello partito da Bruges a contaminare le città europee più angariate dal problema overtourism? Riusciranno i governi locali e i commercianti a mettersi in testa che il turismo non può essere l’unica fonte di salvezza delle città e delle loro comunità?
Ponte di Rialto, gondolieri e turisti a Venezia
Foto di Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

