“‘Il russo e la Russia erano il territorio di mia madre, in quella direzione preferivo non andare’. Invece, poi, va: raggiunge il posto in cui si sentono per strada, nelle case, le parole che ha appreso da bambino.”
Emmanuel Carrère e la Russia. L’apprezzato scrittore e il Paese che da sempre più affascina l’immaginario degli europei, con la sua identità multiforme, misteriosa, impenetrabile. Un rapporto vivo, antico, che ha origine nel sangue, eppure per lungo tempo negato. Un legame da ricucire, una ferita da suturare. Giornalista professionista e reporter di guerra, Michela A.G. Iaccarino ha provato a leggere il rapporto fra la Santa Madre Russia e Carrère, setacciando le opere dello scrittore francese e riversando il risultato nel volume In Russia con Emmanuel Carrère, da qualche settimana uscito per i tipi di Giulio Perrone Editore.
In specie, ripercorrendo le pagine di un libro: Un romanzo russo. Nel libro-confessione edito in Italia per la prima volta nel 2009 col titolo La vita come un romanzo russo, Emmanuel Carrère analizza le sue origini georgiane e russe – riprese e meglio approfondite dallo stesso autore nel suo ultimo romanzo familiare Kolchoz, appena arrivato in Italia per Adelphi, e dedicato al padre Louis e la madre, la storica e accademica di Francia Hélène Carrère d’Encausse –, penetra nell’anima buia, feroce e primitiva dello sconfinato Paese-continente, sulle scarse tracce del nonno materno, “il più grande fantasma della sua famiglia”, svanito nel nulla nel 1944, probabilmente giustiziato per avere collaborato coi nazisti.
La ricostruzione di parte del turbolento passaggio terreno di nonno Georges Zourabichvili – questo il cognome georgiano di origine della mamma di Carrère – occupa una sezione considerevole nel volume di Iaccarino; pagine suggestive e con un finale singolare – un finale alla russa, ecco –, considerato che la nipote del controrivoluzionario scomparso – figlia del fratello Levan – nel 2018 sarebbe diventata capo di stato del Paese che un secolo prima, con l’ascesa dei bolscevichi, aveva indotto alla fuga lo zio. È Salomé Zourabichvili, prima presidente donna della Georgia, ora rifugiata in Francia a seguito delle violente proteste di piazza susseguenti alla salita al potere del nuovo presidente della nazione caucasica, Mikheil Qavelashvili, espressione del contestato partito antieuropeista Sogno Georgiano.
Imparare la lingua russa
Ritorniamo all’indagine di Un romanzo russo. Nell’opera, Emmanuel Carrère prova a ri-imparare una lingua che ha voluto non conoscere. Una lingua che però resta anche la sua, una persecuzione, un cruccio atavico cui provare a porre rimedio. Il russo, asserisce Michela Iaccarino, rappresenta per Carrère “uno spazio geo-emotivo”, senza la cui comprensione non può guardarsi dentro e capire chi è realmente: “Gli serve la Russia per trovare il vero se stesso”, il “suo sé perduto”:
“Tutti gli scheletri nell’armadio dello scrittore parlano solo quella lingua”.
Imparando la lingua delle sue origini, Carrère fa i conti col suo passato, disseppellendo, pagina dopo pagina, i segreti della sua famiglia; una scelta che gli costerà lo scisma con la madre per lunghi anni.
Michela Iaccarino, Carrère e Limonov
Come da costume per la collana Passaggi di dogana di Perrone Editore, il libro verte poi su un’altra personalità – in vero, già manifesta dall’elaborazione grafica della copertina –, quell’Eduard Limonov cui sia Carrère – con Limonov, la biografia romanzata uscita nel 2011 e divenuta presto un caso editoriale –, sia Michela Iaccarino hanno dedicato del tempo, nei diversi settori di competenza.
Limonov – al secolo Ėduard Veniaminovič Savenko –, lo scrittore bandito che aveva scelto il suo pseudonimo per via della limonka, il nome della bomba a mano in Russia. Limonov, l’agitatore, il poeta, il militante, l’ammiratore delle idee di Michail Bakunin, di Stalin, di Julius Evola; la canaglia che si unì ai “safari umani” di Sarajevo, il nazionalbolscevico che entrava e usciva dalle carceri russe – come la famigerata prigione di Lefortovo, dove venivano eseguite le torture e le esecuzioni capitali nel corso delle Grandi Purghe di Stalin –, il propugnatore di un eurasiatismo su cui fare sventolare la bandiera della cultura russa.
Prendendo le mosse dalla conversazione con Limonov della primavera del 2018 – due anni prima della morte dell’equivoco scrittore e attivista politico –, l’autrice riflette anche della Russia di oggi, quella che traversando i terribili anni novanta – periodo di smarrimento e povertà dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica – è approdata a una nuova era per la Federazione, quella di Putin, asceso al Cremlino nella primavera del 2000, con la benedizione del vecchio Eltsin, fatiscente come il Paese che lasciava nelle mani dell’ex grigio ufficiale del KGB. Un Paese che continua a essere, recuperando un celebre intervento di Winston Churchill, “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”.
Antonio Pagliuso

