Recensioni: “La metamorfosi della ragione” di Alessandro Bastasi

Tertium non datur. È questa la formula, l’assioma che colpisce di primo acchito e detta, forse, il destino dell’intera opera. Il principio del terzo escluso, la certezza matematica che tra il vero e il falso non esista una terza via, è la bussola su cui il protagonista, un ex professore di fisica implacabilmente misantropo, ha indirizzato tutta la sua esistenza confinandola in un rassicurante spazio che però inizia a vacillare nel momento esatto in cui il mondo smette di rispondere alle sue equazioni.

La metamorfosi della ragione di Alessandro Bastasi, edito dalla casa editrice Qed, può essere definita una cronaca della scoperta di un Io razionale che si ritrova nudo di fronte all’assurdo.

“Ma so anche che le cosiddette emozioni non sono che il mero risultato di una sequenza di reazioni chimiche da valutare in quanto tali. E io credo solo nella scienza, senza svolazzi estetici o filosofici.”

Nel momento in cui questo confine crolla, il romanzo smette di essere una narrazione lineare e si trasforma, per atmosfere e struttura, in un palcoscenico che strizza l’occhio al Teatro dell’Assurdo. C’è moltissimo di Samuel Beckett in questo vagare: il protagonista si ritrova immerso in una stasi sospesa, un’attesa logorante dove il tempo si frantuma e i dialoghi con figure stravaganti come Lupo e il suo cane Argo o il vecchio Elia sembrano le conversazioni surreali tra Vladimiro ed Estragone. Come in Aspettando Godot, i personaggi si muovono in uno spazio astratto dove niente resta immutato, ripetendo gesti e riflessioni sui propri ruoli per dare un senso a ciò che non si comprende.

Ma se la cornice evoca l’assurdo beckettiano, il fulcro del racconto si fa quasi claustrofobico innestando il legame profondo con Franz Kafka, nel momento in cui il protagonista perde il proprio nome per diventare semplicemente Josef, ecco che qui il richiamo a Josef K. de Il processo si palesa. E se Gregor Samsa si risveglia prigioniero di un corpo animale, il Josef di Bastasi subisce una metamorfosi ancor più radicale e forse salvifica: si trasmuta in linguaggio, diventando “puro Verbo”, finalmente libero dalle costrizioni dei ruoli che impone la società e soprattutto libero dalle gabbie dell’identità.

“Invece qualcuno ti porterà in una dimensione altra, in cui il reale, l’immaginario e il trascendente ti appariranno nella loro fondamentale unità.”

L’autore gioca con il mito di Platone, rovesciandone il senso. La “caverna nella quale si dibatte l’ignara umanità” non è un luogo fisico, ma la prigione invisibile di chi si ostina a credere che la vita sia misurabile solo attraverso formule matematiche, solo usando la razionalità. Il protagonista abita questo teatro delle ombre, convinto che la luce sia altrove, finché non comprende che la via d’uscita non risiede nella chiarezza della logica, ma in quella fresca brezza notturna della Parola, che gli sussurra nell’anima, tra gli anfratti della grotta, per indicare a quello che ormai è diventato Josef, un nuovo cammino.

“È questo che provocano i cambiamenti, pensare all’esistenza precedente sapendo che non tornerà mai più così com’era. E ti ritrovi solo, di colpo, perché è cambiato il ruolo e diventi la nuova immagine creata dalle contingenze.”

Nelle battute finali del romanzo, il cerchio si chiude perfettamente. La trama si svela per ciò che è sempre stata, un semplice strumento. Così, spogliato da ogni difesa, Josef accetta di farsi pura parola che vaga nello spazio eterno della Letteratura.

Alessandro Bastasi chiude il sipario lasciandoci interdetti, con la meravigliosa e ipnotica consapevolezza che la “metamorfosi della ragione” non era una discesa nella follia, ma l’unico modo possibile per smettere di essere prigionieri, evadere per sempre dalla stanza delle ombre e farsi, finalmente, infinito.

“Ma basterà che uno solo si cibi di te e tu avrai avuto un senso. Quante volte ti sei chiesto che bisogno ci sia che il mondo esista? Ora lo sai.”

Emanuela Stella

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