Gli influencer non influenzano nessuno

L’ultimo referendum ci ha confermato una verità oggettiva: gli influencer, quando vogliono influenzare i cittadini su tematiche serie, dimostrano il loro assai relativo peso e la scarsissima aderenza col Paese reale. Gli influencer non influenzano proprio nessuno.

È uno degli aneddoti più coloriti legati alla figura di Palmiro Togliatti, membro dell’Assemblea costituente e líder máximo del Partito Comunista Italiano – in due parentesi: dal 1927 al ’34 e dal 1938 fino alla morte, avvenuta in Crimea il 21 agosto 1964 –, indiscusso protagonista della Prima Repubblica.

Togliatti e il risultato della Juventus

Un lunedì mattina – siamo probabilmente negli anni successivi all’attentato subito da Togliatti nell’estate del 1948 – è in corso presso la sede romana del Pci una tavola rotonda fra i pezzi da novanta del partito. A tenere banco è Pietro Secchia, vicesegretario generale comunista e responsabile della propaganda, infervorato anticapitalista e intransigente oppositore della borghesia. Ad ascoltarlo c’è chiaramente anche il segretario generale Palmiro Togliatti, che però non sembra molto entusiasta dei vuoti e retorici – e magari ascoltati già mille volte – slogan del compagno Secchia.

Appena questi interrompe il suo eloquio per prendere fiato, il teorizzatore della via italiana al socialismo prende parola e gli rivolge una domanda che all’apparenza pare totalmente fuori luogo: “Cos’ha fatto ieri la Juventus?”.

Secchia non si interessa di calcio, ma sa che Togliatti è un tifoso sfegatato della squadra degli Agnelli, i proprietari della FIAT: un paradosso che il leader della lotta comunista, il difensore di tutti i proletari d’Italia, tenesse per la squadra dei padroni, degli “sfruttatori”, ma l’amore, si sa, è cieco. Pietro Secchia biascica, non sa cosa dire, meravigliato da quella domanda.

Colto il suo disagio, Togliatti riprende: “E tu pretendi di fare la rivoluzione senza conoscere i risultati della Juventus?”. Cioè a dire, tu vorresti cambiare le sorti di un Paese senza conoscerlo?, senza avere contezza degli umori del popolo, del suo stato d’animo, delle sue tensioni e delle sue passioni?, senza avere il polso della situazione?

Ecco, l’aneddoto – uno dei molteplici sul cosiddetto Migliore del Pci – non è mai stato confermato perlomeno nella forma che abbiamo voluto restituire in questi righi, ma è utile a capire quanto la politica di un tempo prestasse attenzione al Paese che era chiamata a rappresentare, vigile verso gli umori del proprio elettorato e di quello che si voleva conquistare. Una applicazione scomparsa nello sventurato Ventunesimo secolo, in cui, complice l’insanabile disinnamoramento delle masse dalla politica – quale che sia il colore –, gli esponenti politici sembrano quanto mai distaccati dal popolo, ignari delle paure e dei reali problemi che angustiano la quotidianità della gente, miopi – se non già ciechi – dinanzi alle esigenze dei cittadini e alle aspettative che questi hanno nei confronti dei loro rappresentanti al Parlamento.

L’esito dell’ultimo referendum abrogativo, col pugno di mosche raccolto dai suoi esagitati proponenti e sostenitori, è stato ulteriore conferma dello scollamento che ravvisiamo. Una tendenza oramai consolidata che, checché se ne dica, neppure i papaveri delle nuove piattaforme di comunicazione di massa, cui sempre più i leader politici chiedono spalleggiamento, riescono a invertire.

Milioni di seguaci, migliaia di cuoricini, commenti e condivisioni. E poi?

Già le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America dell’autunno scorso avevano lanciato un chiaro avvertimento: le parole delle celebrità non smuovono neppure l’aria, figurarsi i voti della popolazione libera e sovrana.

Lady Gaga, Leonardo Di Caprio, LeBron James, Bruce Springsteen, Beyoncé. Sono soltanto cinque delle decine di vip schieratisi accanto alla democratica Kamala Harris nella campagna per la Casa Bianca che la vedeva opposta al repubblicano Donald Trump; cinque esseri umani che, analizzando i profili della sola piattaforma Instagram, la rete sociale della vanità, contano quasi 600 milioni di seguaci.

Ecco, la reboante vittoria di Donald Trump (primissimo, oltre che negli Stati chiave, anche nel voto popolare) ci ha confermato che le promozioni mediatiche dei personaggi famosi non smuovono voti più di quanto sia capace di fare uno smaliziato compare di un qualsiasi anonimo paesino d’Italia offrendo il caffè al bar a ogni avventore residente che passa.

Gli influencer in-influencer

Provano a trasformarsi nelle nuove eccellenze del nostro secolo. Nel Rinascimento avevamo Leonardo da Vinci, oggi Mattia Stanga, a cavallo fra Ottocento e Novecento Gabriele d’Annunzio, oggi Elisa Maino. Segno dei tempi, che possiamo farci? I secondi – trovati dopo apposita ricerca effettuata sul web – sono fra gli influencer più seguiti e imitati del nostro scalcagnato Stivale. 

Come loro, migliaia se non di più – e il numero cresce ogni giorno che Dio manda –, impegnati a conquistare la fetta più grossa dei miliardi di like che giorno dopo giorno si disperdono sulle reti sociali.

Tutti, con rarissime differenze, accomunati da un conformismo raccapricciante, schiavi dell’emulazione più lutulenta, drogati di un edonismo oggigiorno, sempre più sovente, mascherato, ripulito con un ambiguo interesse verso le criticità globali, i temi green o le cause sociali che riguardano questo o quest’altro agglomerato umano, meglio se una minoranza – temi selezionati con accuratezza, seguendo abilmente la tendenza social del momento, quella che potrebbe generare un profitto maggiore o perlomeno rendere in visibilità.

L’influenza è sempre negativa

Certamente digiuni dalla lezione di Oscar Wilde per il quale ogni influenza è da considerarsi negativa e immorale, “perché influenzare una persona significa darle la propria anima”, questa sconfinata pletora di aspiranti influenzatori di anime è costretta a non mancare l’appuntamento con la tendenza emulativa del giorno, col copia e incolla a buon mercato di oggi promosso senza curarsi delle possibili responsabilità e conseguenze, ché tanto “domani è un altro giorno”, per non fallire l’occasione di arraffare qualche altro centinaio di like. Chissà, ci chiediamo, se di competitività social si muore.

Un inseguimento senza traguardo, una lotta continua e senza esclusione di colpi, il tutto magari sacrificando sull’altare del becero conformismo capitalistico i propri ideali, ma pure semplicemente i propri gusti e passioni – che noi instancabili fiduciosi nel genere umano immaginiamo abbiano comunque – per non perdere posizioni e non deludere milioni di utenti anonimi, quella comunità costruita, più o meno lecitamente, attorno alla propria immagine artificiosa che non li raggiungerà mai sullo scoglio virtuale in mezzo all’oceano in tempesta su cui si sono isolati. Ed è questo, umanamente, in ultima analisi, a rattristarci di più. Meschini loro.

Vip e influencer italiani

Ritorniamo alle influenze politiche cui ambirebbero i paladini della retorica woke-pop del bel mondo dello spettacolo.

Ecco, in Italia lo stato delle cose non appare difforme rispetto a quello riscontrato senza tema di smentita oltreoceano. A sostegno dell’ultimo referendum abrogativo a cinque punte sui temi del lavoro e della cittadinanza si sono mossi numerosi volti dello spettacolo e delle arti nostrani – da Alessandro Gassman a Ghali, da Zerocalcare a Malika Ayane, passando per Geppi Cucciari e Neri Marcorè. Milioni e milioni di seguaci, palazzetti che scoppiano ai loro eventi e centinaia di migliaia di copie vendute, stelle del jet set inappuntabili nei loro rispettivi settori ma assolutamente negate quando c’è da intercettare ed entrare in connessione con le intime volontà del Paese, talmente incapaci di comprendere il presente e anticiparne gli sviluppi.

Quella dell’8 e 9 giugno 2025 è stata una chiamata referendaria politicizzata nel disperato tentativo di dare robustezza a cinque quesiti arrivati orfani dell’unico che assai probabilmente avrebbe davvero toccato la pancia degli italiani, spingendoli alle urne, vale a dire quello sull’Autonomia differenziata delle regioni (tema fuori moda oramai). Quesiti presentati male e spiegati peggio, ben più complessi e profondi rispetto a quanto le storielle Instagram da quattro righi – che altrimenti gli utenti si stancano a leggere – divulgate dal giornalista o dal vip o dall’attrice o dalla tiktoker di turno hanno voluto far credere.

Ciechi davanti alla realtà

Ignorato dalla maggioranza ultra assoluta degli italiani, l’ultimo referendum ha dimostrato ancora una volta di più quanto certi capibanda, impantanati nelle loro posizioni ideologiche stantie – altro che progressismo –, siano privi della minima aderenza col Paese reale, senza visione, orbi dinanzi le sue ambasce e i suoi desideri.

L’invito è quello di ritrovare un contatto con la realtà, ripoggiare i piedi sulla terra, sul mondo – quello reale, l’unico possibile –, ché là fuori ci sarà sempre qualcuno più lungimirante di noi. Oppure, semplicemente, che non sarà all’oscuro del risultato della Juventus.

Foto di Artem Podrez da Pexels

Antonio Pagliuso

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