Cultura woke, attivismo e capitalismo: una decostruzione della realtà moderna

La sinistra della lotta, l’attivismo e il woke sono fagocitate da un capitalismo culturale sempre più imperante ed estremo che dà vita a pose semplicistiche e a una ideologia woke-pop talmente rigida da respingere il confronto e ignorare le complessità della società. Nato per ridestarsi e combattere le ingiustizie, oggi il woke è un fenomeno di costume che fa tendenza, insincero così come l’attivismo performativo.

Social, società, media e giornali sono permeati da un elogio lezioso alla sensibilità, prendendo in prestito cause sociali a cui spesso si incolla un’idea che diventa il trend del momento. Nel tempo si è assistito a un generale ribaltamento di quei movimenti nati per rivendicare diritti come uguaglianza e libertà, o per contrastare ingiustizie sociali, razziali e di genere, e finiti per essere l’ennesimo argomento in voga usato per raccogliere like sui social, smaterializzato dal suo intento e significato d’origine. Un caso fulgido di tale situazione riguarda la cultura woke, fenomeno socioculturale nato negli anni ’30 per sensibilizzare alla consapevolezza relativa a disuguaglianze sociali, abilismo, sessismo, comunità LGBTQ, razzismo e ogni forma di discriminazione.

Woke, sveglio in inglese, significa accorgersi di ogni forma di oppressione, darsi una svegliata insomma. Tuttavia, il rimanere vispi e vigili per trend, da parte di alcuni, ha creato una contro-narrazione che non ha portato beneficio al fenomeno arrivando a far sì che il termine fosse utilizzato in accezione canzonatoria e dispregiativa. Attraverso le espressioni woke washing e woke capitalism si designa un atteggiamento attribuibile a individui o associazioni volto a un utilizzo dell’ideologia per scopi personali, di crescita o lucro, e quindi poco sincero. Quell’attivismo performativo così di moda che tende a ingannare l’utente, il lettore e lo spettatore così come già in precedenza è stato per il movimento femminista spesso tramutatosi in pink washing.

Gli estremisti predicatori di inclusività

Non vi è alcuna intenzione di fare lezioni sulla questione ma solo riflettere e proporre, per quanto sia possibile, un’analisi su un certo tipo di retorica che sta conquistando la realtà moderna attraverso un’egemonia che è estranea a qualsiasi colore politico. Per gli attivisti sentiti è lapalissiano sottolineare come la cultura woke abbia una connotazione positiva, in quanto significante e significato del fenomeno coincidono con l’idea iniziale per cui è nato. Le storture nascono quando, per scopi aleatori, si ribalta l’impostazione ideologica d’origine; si parla di propaganda o dell’uso che ne fanno i predicatori di inclusività per elargire atteggiamenti censori, estremismi e intolleranze al dissenso.

Se Pier Paolo Pasolini con l’espressione “Il fascismo degli antifascisti” si riferiva a una forma di consumismo ben più subdola delle idee diffuse dal regime, nel mondo della tecnologia e del bombardamento continuo di informazioni anche il capovolgimento del significato originario di un’idea può essere deleterio per la realtà. In Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo (“Corriere della Sera”, 18 ottobre 1975), Pasolini scrive:

“Che cos’è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall’ansia economica di esserlo? […] Il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo ‘reale’, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene”.

Il bene e il male oggi

Chiedersi oggi cos’è il bene e cos’è il male è diventato come chiedersi cos’è la destra e cos’è la sinistra (Gaber dixit). Il consumismo è anche e soprattutto culturale: quel proletariato che si omologa alla borghesia attraverso la civiltà consumistica auspicando una egualitaria distribuzione dei beni di consumo si è annichilito rinunciando alla lotta di classe, non solo nella visione materialistica della stessa ma anche ideologica. La sinistra delle ingiustizie e della lotta, l’attivismo e il woke sono state fagocitate da un capitalismo culturale sempre più imperante ed estremo; colpa di ingranaggi stridenti che utilizzano cause sociali per rendere prodotti e idee appetibili, ma anche di chi ha dimenticato che ogni forma di attivismo senza lotta di classe non ha poi così senso.

L’attivismo che vende

Generazione di profitto e impegno sociale, una contraddizione in termini; una sinestesia che tuttavia galleggia. Il movimento woke ha aiutato a sensibilizzare l’utenza verso alcuni temi pungolando anche la responsabilità sociale del pubblico, questo è più che positivo, ma c’è un rovescio della medaglia. Rivendicazione di genere, femminismo, lotte per i diritti, diventano funzionali per una qualsiasi azienda che vuole accalappiare quella fetta di pubblico sensibile e guadagnarsi una posizione alta di mercato.

L’attivismo vende, il perbenismo anche, il progressismo risulta proficuo in termini di rendimento. Un’antica espressione greca καλὸς καὶ ἀγαθός – kalòs kai agathòs, bello e anche buono, ne esprime la succulenza.  La Kalokagathia si sposa perfettamente con le locuzioni moderne di pink washing, rainbowashing e cultura woke estremizzata e virata sul marketing; la trasparenza è poca e alla causa non resta nulla.

Transitorietà delle mode e vite non vitali: una spiegazione da Giacomo Leopardi

Le mode sono sempre state simbolo delle derive consumistiche, in qualche modo, seppur ci si discosti dall’elemento materiale, in questo ambito, ma ci si rivolga all’idea. Per Giacomo Leopardi la moda è simbolo di pressappochismo. Le mode si susseguono continuamente poiché per affermarsi devono rimanere in attesa che la moda precedente che ha preceduto la novella scia consumistica, perisca.

Un concetto lungimirante e attuale in Dialogo della Moda e della Morte contenuta nella raccolta Operette morali, scritte fra il 1824 e il 1832. Qui la moda è intesa come un comportamento quasi compulsivo e automatizzato che l’umanità si affanna a seguire; la morte è, invece, colei che tutto elude e porta con sé, eliminando ogni traccia di esistenza. Tuttavia, entrambe sono figlie dell’effimero e del transitorio. La moda, essendo figlia della caducità, crea stasi eliminando la facoltà di movimento una privazione che Leopardi definisce “morte sensibile”, ovvero quella vita non vitale che determina uno stato di morte in atto nel vivente dovuto al prostrarsi dell’uomo ai progressi, illusori, della civiltà. In un certo senso il poeta di Recanati aveva già predetto il potere subdolo del capitalismo e la logica dell’edonismo del consumo profetizzata da Pier Paolo Pasolini. Tutto confluisce nell’omologazione, sia essa esterna che interna.

La trasformazione dell’ideologia woke: dalla consapevolezza al sarcasmo fino alla guerra culturale

Progressisti e conservatori sono sempre stati in conflitto ma cosa succede se chi si dichiara progressista si ritrova un’ideologia che non è più libera e limpida ma confezionata e piegata alla logica dei consumi? Che tutto sia diventato un prodotto utile a smistare e barattare non è un segreto; e sì, persino il wokismo nato con nobili intenti ha subito una trasformazione ideologica che fa riflettere.

La cultura woke incita a rimanere “svegli” contro ingiustizie e svilimenti, tuttavia oggi quel monito sembra esser passato in secondo piano verso un fenomeno che si è evoluto in quello che si potrebbe definire woke-pop. Dalla consapevolezza nel riconoscere oppressioni e arginare le ingiustizie si è giunti a sfumature di ilarità contro la medesima ideologia. Il fenomeno del wokismo, per qualcuno, ha introiettato e metabolizzato impalcature rigide; talmente anchilosate e inflessibili che, a tratti, sembrano respingere il confronto.

Fra le critiche maggiori mosse all’ideologia woke di oggi c’è proprio la mancanza di dialogo; un modus operandi che stride notevolmente con le radici teoriche e ideologiche del movimento. La cultura woke nasce dall’intersezionalità ma anche dal postmodernismo e dal decostruzionismo che esortano a una visione critica verso le narrazioni dominati. Il pensiero dominante di una certa categoria woke-pop ha fatto sì che l’intera ideologia fosse guardata con sospetto, scatenando critiche e, anche, sarcasmi multiformi. Il nuovo fenomeno si è lentamente trasformato in una battaglia che semplifica la questione sociale dove esistono solo gli inclusivi e i non-inclusivi, a prescindere.

Non mancano le disapprovazioni e i biasimi contro un’eccessiva struttura moralistica che inficia il dibattito pubblico; spesso chi esprime dissenso verso un’idea appartenente alla novella concezione woke è accusato di essere contro inclusività e giustizia sociale, alimentando atteggiamenti semplicistici e un conformismo che appiattisce il dialogo e la complessità della società.

Cultura woke, attivismo e capitalismo
Foto di Julian Cordero da Pexels

Cancel culture e letteratura

A questo si aggiunge una certa disapprovazione della tradizione o la famigerata cancel culture di cui tanto si è discusso, volta all’esclusione di chi ha opinioni opposte e che si è, oramai, estesa anche a libri datati per via di un linguaggio non inclusivo. Il politicamente corretto imbevuto di marketing ha adombrato anche la letteratura; l’ondata censoria del revisionismo storico si è abbattuta, come una scure, su diversi scrittori in nome di una condanna del passato sulla base di una sensibilità contemporanea. Le impostazioni rigide non rischiano, in questo modo, di svuotare il significato dell’ideologia woke la cui genesi originaria mirava all’equità e alla libertà?

Sembra quasi che quel tipo di tolleranza decantata, quell’accoglienza al diverso così tanto gorgheggiata, valga di meno se si mette in discussione una struttura predominante di questa nuova ondata di trend. Non a caso, soprattutto sui social, è facile incorrere in dibattiti fra utenti dove l’oggetto del contendere è una tematica cara ai progressisti e spesso, con stupore, si assiste a un confronto che flette sull’intolleranza e sulla polarizzazione. Questo tipo di approccio ha creato dibattiti anche all’interno degli stessi progressisti mentre, dall’altro lato, l’estremismo della nuova ideologia woke è usato dai conservatori come strumento di polemica o come oggetto di scherno.

È chiaro quindi che la nuova ideologia woke-pop sia divisiva e l’atteggiamento di chi la mette in pratica, spesso, contraddittorio. Una lezione, in questo senso, potrebbe essere estrapolata da un pensiero di Pasolini risalente alla sua ultima intervista, Siamo tutti in pericolo, fatta da Furio Colombo nel pomeriggio del 1° novembre 1975 e uscita poi l’8 novembre successivo su “La Stampa-Tuttolibri”:

“Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone”.

Oppressi, oppressori e capitalismo culturale

Il primo terreno fertile dove la cultura woke ha seminato e colto sono i social network in cui il dibattito polarizzato è sempre più in rialzo. Da un lato l’insensibilità degli oppressori che osano non concordare con le statiche e cementificate impalcature ideologiche del momento, dall’altro gli oppressi che predicano una tolleranza inesistente. Il problema sorge quando un fenomeno sociale è utilizzato come tematica trend volto alla ricerca di un costante profitto il quale produce modelli che si affermano, in seguito, nell’omologazione producendo un progressivo allontanamento dalla realtà che si concretizza in forme di alienazione. L’omologazione in questo caso tocca da un lato chi ha una responsabilità culturale, quindi professionisti della cultura, che tendono a inseguire la tematica che magari sui social crea engagement e profitti; dall’altro lato colpisce l’utente medio che tenta di emulare lo stile di vita e di pensiero del modello in cui si imbatte.  

Il critico culturale e accademico Mark Fisher, nel saggio Realismo Capitalista pubblicato nel 2009, analizza i meccanismi che attraversano la società contemporanea, fra questi anche l’area culturale. Fisher scrive: “Il capitalismo semplicemente occupa tutto l’orizzonte del pensabile” e quindi anche i prodotti culturali che sono ormai pervasi dal realismo capitalista. Qualsiasi segno, pensiero o azione alternativa è fagocitata dal capitalismo: anche l’arte, anche le cause sociali. E quindi succede che chi non concorda con le logiche del capitalismo culturale sempre più pervasivo sui social – che ha introiettato anche la cultura woke snaturandone il concetto attraverso le piattaforme – viene punito: tacciato di insensibilità, escluso magari anche da aree di mercato culturale ambite, in casi estremi attraverso la gogna social.

La connessione fra cultura woke e capitalismo è molto complessa ma l’estetizzazione di cause sociali che portano al profitto di pochi adombra l’essenza originaria di una fazione progressista che, in tempi più o meno recenti, si batteva per quel proletariato che adesso sembra messo ai margini. Il sociale, il culturale, il battersi per la causa è stato masticato truculentemente dal capitalismo attraverso il meccanismo di cooptazione; un processo spesso sussurrato, di cui non ci si rende conto, ma che accade quando un principio critico resta impigliato e inglobato nel mercato capitalistico, perdendo gran parte della sua originaria potenza e missione.

Purtroppo, anche e soprattutto per colpa dei social, è quello che è successo alla cultura woke oggi derisa dai conservatori. Nato per ridestarsi e combattere le ingiustizie, oggi il woke è un fenomeno di costume che fa tendenza così come l’attivismo performativo, del resto, e un certo tipo di femminismo arzigogolato.

Trarre profitto ma sentirsi bene con sé stessi perché legati a una causa sociale che distoglie dall’eventuale guadagno. È interessante notare come il mondo – sociale, artistico, etico, statico, dinamico – viva attraverso il mito dell’estetizzazione. L’estetica di massa orienta consumi, logica del profitto e pratiche culturali; i confini sono sempre molto sottili ma il nuovo capitalismo non vende più merci bensì esperienze, emozioni, rapporti, cultura emotiva e relazioni mercificate. Non è una novità, qualcuno fra la fine del 1846 e l’aprile del 1847 scrive un concetto che ben si incastra con i dinamismi del mondo moderno: si tratta di Karl Marx nell’opera Miseria della Filosofia:

“Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”.

Frasi profetiche che risuonano nelle strade di un mondo sempre più costruito e fazioso dove se si osa grattare la patina di amorevole compassione di cui taluni, che si professano amanti della libertà di opinione e di espressione, amano avvolgersi si diventa subito nemici o oppressori. E sempre in Miseria della Filosofia, Marx sottolinea un concetto che a volte sfugge all’essere umano:

“La storia sociale degli uomini è sempre solo la storia del loro sviluppo individuale, che ne siano coscienti o meno. Le loro relazioni materiali sono la base di tutte le loro relazioni”.

Cultura della superficialità e realismo capitalista

Il woke-pop, svilito dalla sua primigenia origine concettuale, incarna una tendenza ormai prostrata alle mode; seppur esista ancora chi si interessa di giustizia sociale, femminismo e lotta di classe senza piegarsi all’ideologia del consumo o fare pink washing, la realtà moderna è amara.

Il capitalismo, per il primo, è un sistema utile a perpetuare la disuguaglianza; per Slavoj Žižek la società moderna è permeata dall’ideologia del consumo, meccanismo alimentato anche sfruttando l’emotività di questi tempi che crea una cultura della superficialità volta a distrarre il consumatore medio il quale si allontana sempre di più dai problemi reali e, principalmente, dal pensiero critico.

Il capitalismo realista, espressione coniata da Mark Fisher, sottolinea quella sensazione di inevitabilità del fenomeno e di mancanza di alternative dello stesso: non ci sono ulteriori opzioni possibili. La lungimiranza di Fisher è stata soprattutto quella di prevedere come una società basata su tale ideologia promuova una cultura della competizione (e anche dell’individualismo) che può portare a forme depressive. E in effetti l’edonismo del consumo – che non è solo meramente materiale ma oggi, per lo più, informativo – porta gruppi, masse e utenti a gridare, urlare, inseguire la moda del momento pur di arrivare per primi, magari neanche approfondendo: pena il sentirsi indietro, sfatti e non adatti a una società che promuove chi sta dalla parte giusta – in base alla parte giusta del momento storico – e chi arriva per primo, a ogni costo.

In un momento storico in cui ci si batte per inclusività, libertà e diritti chi si fa portavoce di tali temi dovrebbe fare attenzione a non sconfinare “sporcando” ideologie nate per diffondere l’uguaglianza e la giustizia sociale con tracce e pennellate di capitalismo neoliberista.

Foto di Rosemary Ketchum da Pexels

Stella Grillo

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