Edipo in fuga (Les Flaneurs, Bari 2022) è l’ultima silloge di Emilio Nigro, poeta, drammaturgo, attore e critico teatrale italiano, firma di riviste e testate di settore tra cui Hystrio e Persinsala.it. Membro di prestigiose giurie teatrali – come l’Associazione Nazionale Critici di Teatro (ANCT) e il Premio Hystrio –, affianca all’attività critica una ricca produzione letteraria e drammaturgica.
Tra le sue opere principali figurano la raccolta di racconti Malarazza (2024) e Edipo in fuga (2022), vincitrice del Premio Giulio Angioni 2024 e tradotta in diverse lingue (arabo, serbo/croato). Ha firmato testi teatrali di rilievo come Avemmaria e Abbascio, portati in scena in numerosi festival nazionali e internazionali. È stato ospite dell’Istituto Italiano di Cultura ad Algeri (2026) e dell’Ambasciata d’Italia in Montenegro (2024), oltre che vincitore di vari riconoscimenti, tra cui il Premio “Nico Garrone” (2011) e il Premio “Giulio Stolfi” (2025). Svolge inoltre un’intensa attività di formatore, tenendo laboratori di scrittura creativa e critica teatrale.
La fuga si snoda attraverso più tappe, composte tra il 2021 e il 2022, attraverso le quali Nigro, con versi brevi e un fitto utilizzo di anafore – a evocare quasi un andamento liturgico –, porge il suo pasto crudo per gli affamati. Molteplici le traiettorie tracciate dall’autore in questa raccolta, dalla sacralità alla necessità della terra, dalle figure mitologiche all’amore e ancora, alla perdita, allo sradicamento. La varietà di spunti e l’intensità dell’opera muove, in chi scrive, la necessità di costruire un dialogo frontale con l’autore, al fine di un’indagine poetica che al meglio sappia attraversare le pieghe di questa scrittura.
Nulla è cambiato/ i soliti versi/ il treno che passa/ e passa/ scrivevi nel marzo 2021. Oggi invece, rispetto ad allora, cos’è cambiato? L’Emilio Nigro del 2026, si rivede ancora in quel “nulla è cambiato”?
«Le composizioni originano nel tempo che descrivono, del tempo che descrivono. Tempo e condizione. Alcuni versi restano attuali, profetizzavano e tornano a incidere senso, scandire stati. Il poeta è il mezzo per cui l’essere delle cose si manifesta, a prendere in prestito le parole di W. Otto, e credo sia essenzialmente così, non tanto per atteggiamento di adesione al concetto quanto per esperienza intima. Il poetare non è esercizio o mestiere, prima di essere arte è un atteggiamento naturale, una predisposizione, un “io”. Che sia mezzo o voce o pasto crudo per gli affamati. Dal 2021 a oggi i giorni sono trascorsi con altrettante vite. Sono rimasto quello di sempre, con qualche anno in più e la scrittura impastata al tempo, non mummificata. Cambiano i suoni, le verticalizzazioni più o meno volute, le strutture (parlo tecnicamente delle stesure), ma cosa ispira e scaturisce resta originato da me. Non è importante il senso. Quanto i significanti a intercedere per ognuno dei lettori, ognuno degli ascoltatori.»
[…] e le voci dei compagni non dicono niente. Quello della mancanza è uno dei temi centrali del libro. L’assenza è per te una condanna o uno strumento di difesa?
«Né l’una e né l’altra. L’assenza è un vuoto, come in poesia un chiasmo è una parola mancata di cui si percepisce la presenza, il senso. Si descrivono le condizioni, a costo di essere ripetitivo, il poeta traduce intimità nel linguaggio che gli è proprio, come farebbe un musicista con il suo strumento o uno scultore con la materia. Non sono carte da decifrare, né individuare asetticamente una scomposizione elementare e critica che dia certificato.
«Oltre a verseggiare da altrettanti anni mi occupo di critica, teatrale soprattutto e d’arte in genere e so cosa significa distinguere nettamente il processo creativo dall’analisi su di esso e non necessariamente le due cose sono speculari. Provo una certa ironica antipatia per chi cerca di spiegare l’opera supponendo di individuarne l’entità, l’ethos. Così come i presunti auto-investiti di “bolle papali” a certificare il valore di un’azione creativa. Nessun poeta lo è per grazia ricevuta o per qualcuno che crede di “portare in spalla” l’artista. Si è poeti quando lo si è autenticamente, per vocazione, passione (nel senso portante pathos), perché si sente in modo differente e si è destinati a quel tipo di narrazione, quel tipo di linguaggio, anche un tipo di vita a ricordare la concezione baudelairiana della diversità di chi opera di poesia. L’assenza è un sentire. Un vuoto, una invocazione al colmarla, una preghiera. Nessuna condanna, nessuna difesa. Ci si difende da sé. Quando il parlarsi non è poetico…»
Nell’opera vengono esplicitati alcuni dei luoghi in cui sono state composte le poesie – Sapri, Napoli, Pescara. In che modo il loro attraversamento ha influenzato Edipo in fuga?
«Ogni luogo incide sulla morfologia psicofisica e dunque sulla scrittura. Ne orienta ispirazione, ne influenza “grafia”, modula i suoni. Edipo in fuga è un percorso di poesie di esilio. La condizione di chi riceve il destino subendolo e ignorantemente. Edipo compie atti scellerati inconsapevolmente, per la vergogna si acceca e espia i suoi concittadini dalla colpa, cittadini cui è sovrano. Io fuggivo per colpe affibbiatemi indecentemente, ignorantemente, presuntuosamente, e pure per invidia, lo dico senza nascondermi, e di cui me ne sono assunto il carico probabilmente per fragilità, per dare troppo ascolto all’altro da me per indole, per empatia, per impulsività, e quindi avere reso grosse voci di gente da niente.
«Edipo in fuga racconta quell’andare, quell’andare via, quel cercare pace altrove tra simili, essendo in terra natia additato a perturbante freudiano. Forse perché la verità, dire la verità, fa bruciare la coda di molti, di quelli che la mascherano sotto finte sembianze di artisti, di direttori artistici, di critici di cinema, di ruffiani e mezzecalze (direbbe l’immortale Guccini). E non sempre sono stato roccia impenetrabile. Le poesie raccontano l’uomo a sé stesso. In qualsiasi manifestazione, interiore, esteriore, anche simbolica o per assenza. La mia esperienza personale può essere pane spezzato in ascolto, può essere voce comune. Quando accade, penso si raggiunga il vero fare e la vera funzione sociale del poetare, secondo me. Non esclusiva, certo. Fare e fruire di poesia è talmente tanto irriducibile a etichette… come irriducibile è la voce interna a muovere la mano sul foglio…»
Torna spesso il mare. A volte col suo canto, a volte come suggeritore di fuoco cieco, meticcio di speranza vana, fuggiasca. Cosa rappresenta per te il paesaggio marino?
«Il mare è il mio migliore amico. Fedele e autentico uditore, potrei dire mia amante prediletta giocando a identificarlo di genere. Mi dà pace. E ispirazione. Perché rasserena il groviglio di dentro e benché questo nutra il verso, sciolti i nodi la parola fluisce armonicamente, esce in suono. Ecco, rende l’aria sonora, il mare. Rappresenta il disperato e continuo desiderio di altrove, ne soddisfa il tentativo. Potrei dire altre mille cose, mi fermo qui. Dicano per me i miei versi…»
Tienimi/ senza corpo/ senza mani. Considerando anche la tua formazione strettamente correlata al teatro, che ruolo ha la corporeità all’interno della tua ricerca espressiva?
«Il corpo è il limite dell’io all’altro. Ma anche il tramite per unione. Corpo è segno maggiore di comunicazione, anche a parola è emissione del corpo, così come lo è il pensiero, o cosa definiamo anima. In senso correlato a cosa mi chiedi, scrivo perché le immagini ricreate attraverso le parole siano vivide, siano avvertite dai sensi, dal tatto, dal gusto, dall’olfatto… che si possano udire e vedere. Piuttosto perché l’ispirazione a muoverle si concretizza in quel senso nella mia immaginazione. La plasticità caratterizza l’espressione teatrale, la mia esperienza in questo campo contamina “automaticamente” la mia produzione. Alcuni getti si vivificano al pari dei dispositivi scenici come automatismi cerebrali, sensibili. Il cervello di chi scrive sviluppa neurologicamente delle aree per cui si alimentano le reazioni nervose e bio chimiche atte al pensiero e a determinate ramificazioni del pensiero.
«L’osservazione teatrale, frequente, costante, nutre la corporeità, soprattutto, in senso concettuale, non solo atletico. La mia scrittura è materica. Non può non esserlo. Anche molto teorica, essendo un imperdonabile e inamovibile pigro per cui ragiono più di agire. La ricerca, è una parola non compatibile con la mia idea di processo creativo. Si fa ricerca quando una espressione si deve andare a trovarsi, appunto. La mia espressione, la mia orma, è impressa da più di vent’anni. Ricerco materiale, ma espressivamente non è una didattica o una formazione a istruirti, o ne sei dotato o copi. Le mie parole sono corpo. Corpo al posto mio.»
Salvatore Giuseppe Di Spena

