La passione di Pier Paolo Pasolini per il cinema nasce dal suo amore per le immagini e dal bisogno di trascendere la statica della pittura e della fotografia.
La settima arte è per lui uno strumento di ricerca e conoscenza sociale ed interiore, una conquista graduale di una tecnica personale e inconfondibile. In principio, Pasolini si concentra sul mondo attorno a lui con forme narrative più classiche ma che già manifestano pienamente la sua sensibilità verso l’Italia in trasformazione del Secondo dopoguerra, come in Accattone (1961): esplorazione del sottoproletariato romano ma anche di una Storia premoderna, a contatto con un senso del Fato rimosso dal miracolo economico.
La voglia di capire e raccontare il mondo con forme narrative e documentarie (si veda lo splendido Comizi d’amore) non bastano però al regista-poeta; ed ecco che dal Vangelo secondo Matteo (1964) in poi Pasolini inizia a cercare un rapporto più cosciente e intimo con le immagini, libere associazioni tra piani antropologici e spazio-temporali, un proprio senso ritmico nella coesistenza tra parola e rappresentazione visuale.
In questo suo viaggio, Pier Paolo Pasolini attraversa l’Italia del boom economico, l’Africa, l’Oriente, il Medioevo e il Mito greco per saturarsi di riferimenti, stimoli, lucidità critica e coraggio narrativo: tutto ciò è espresso in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), in cui egli raggiunge il culmine della sua filmografia con una profezia visuale sul Duemila e sulle nuove forme del Potere, mostrate in forma allegorica e spaventosamente materica al contempo.
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Con questo suo testamento, che unisce Sade a Dante, Pasolini cessa di guardare al Passato, di esaminare il Presente e si proietta, con una condensazione massima del suo potere di narratore, verso il Futuro.
Pier Paolo Pasolini a Matera durante le riprese de Il Vangelo secondo Matteo
Foto di Domenico Notarangelo – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0
Antonio Canzoniere

