L’abbandono delle campagne e l’urbanizzazione selvaggia del Paese causarono un disastro allo stesso tempo “economico, ecologico, urbanistico, antropologico”. Nei suoi articoli e cortometraggi – come il famoso documentario-appello Le mura di Sana’a –, Pier Paolo Pasolini denunciò gli abusi perpetrati dai professionisti della speculazione edilizia capitalistica contro il patrimonio storico, l’ambiente e le civiltà tradizionali.
Il 2 novembre ricorrono i cinquant’anni dal brutale assassinio di Pier Paolo Pasolini, un caso che rappresenta uno dei tantissimi misteri che l’Italia si porta appresso.
Poeta, romanziere, regista, giornalista, saggista, intellettuale, polemista. Di Pasolini si continua a scrivere e a discutere. Di lui è noto tutto e niente. Tutti sanno tutto e sanno nulla di Pasolini. Come, in fin dei conti, dovrebbe essere per quei pensatori capaci, anche a causa delle loro contraddizioni, di lasciare il segno del loro passaggio terreno. Potremmo dire che Pasolini, ancora oggi, a cinquant’anni dalla scomparsa – da quella “notte sbagliata” sul lungomare di Ostia –, è un autore in divenire, un autore che continua ad aiutarci a riflettere sulle questioni della contemporaneità.
Si diceva, poeta, soprattutto poeta, probabilmente; poi anche regista di straordinari film e romanziere – forse, questa, l’attività meno apprezzata, quella che ha risentito di più del passare del tempo. E dunque pure giornalista, saggista, intellettuale e polemista, le vesti che hanno distinto maggiormente i suoi ultimi anni, quelli definiti “corsari e luterani”. Gli scritti essenziali, penetranti e severi della prima metà – e per lui unica – degli anni settanta sono appunto quelli in cui esplode la verve polemica di PPP, un uomo, un pensatore anticonvenzionale e in anticipo sui tempi, rivelatosi profetico in diverse occasioni, precursore anche delle tematiche che più stanno a cuore alla società contemporanea, come la tutela dell’ambiente, la difesa del paesaggio e delle tradizioni locali.

La perdita dei valori con la scomparsa delle lucciole
Celeberrimo in tal senso il cosiddetto “articolo delle lucciole” – così come pubblicato negli Scritti corsari, ma in vero, uscito con altro titolo, meno memorabile, Il vuoto del potere in Italia, il 1° febbraio 1975 sul Corriere della Sera.
Nei righi del pezzo, l’intellettuale suddivide la storia dell’Italia dal Secondo dopoguerra al ’75 in tre fasi: quella prima che le lucciole iniziassero a sparire, quella mentre se ne andavano e quella dopo la loro scomparsa. È una immagine semplice, comune a tutti gli italiani del tempo – oggi dubitiamo che i più giovani sappiano com’è fatta una lucciola – e pertanto dal fortissimo impatto. La scomparsa delle lucciole equivaleva alla scomparsa dei valori – autentici, non falsificati, quei valori antichi resi un fardello ridicolo dal nuovo diktat consumistico – che stava conducendo alla degradazione morale del popolo italiano, alla perdita del proprio conio culturale e antropologico.
“A causa dell’inquinamento dell’aria e soprattutto in campagna di quello dell’acqua sono cominciate a sparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più: sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato.”
La cancellazione del paesaggio tradizionale
Siamo fra la fine degli anni sessanta e il principio dei settanta. Nell’Italia ringalluzzita dal miracolo economico degli anni precedenti, ritrovatasi imborghesita e perbenista, piegata al conformismo dettato dal potere centrale, esplode un nuovo fenomeno: il boom edilizio.
Masse rurali si trasferiscono nelle città che si espandano a macchia d’olio, in maniera spesso incontrollata. Si sviluppano infrastrutture, nascono edifici e complessi abitativi periferici. All’urbanizzazione selvaggia corrisponde un necessario degrado del paesaggio che viene sacrificato per “fini di pubblica utilità”, per fare spazio alla “modernità”. Sfruttando la “bassa marea morale” del periodo, per dirla con Italo Calvino, i professionisti della speculazione edilizia capitalistica causeranno la distruzione di buona parte del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico del Paese.
I paesaggi idilliaci si diradano, la vita campestre e il mondo contadino e paleoindustriale vengono retrocessi al basso rango di vergogna da dimenticare. L’Italia cambiava volto e il sogno pasoliniano di innocenza svaniva in quegli anni storditi dal frastuono delle ruspe. Un disastro che era allo stesso tempo “economico, ecologico, urbanistico, antropologico”. E l’intellettuale ne scriveva, con dolore e rabbia, con una tensione crescente, sui giornali.
Con la sua voce sempre più scomoda, dissidente, isolata, da “giornalista impuro, sporcato da macchie letterarie e saggistiche”, come scrive in Pasolini giornalista Domenico Marino, PPP denunciava questo deterioramento, perché ci si fermasse.
Pasolini e le mura di Sana’a
Denunce sociali e ambientali, e quindi culturali, come quella partita nell’autunno del 1970, non in Italia, ma in Medio Oriente, a Sana’a. Dalla città che sarebbe divenuta la capitale dello Yemen unito il poeta lanciò uno dei suoi appelli più famosi.
A Sana’a, raggiunta al termine delle riprese de Il Decameron – film scandalo che gli causò ben ottanta denunce –, Pier Paolo Pasolini rimase incantato dall’architettura spontanea locale, unica nel mondo, frutto di un paesaggio incontaminato, di una storia rimasta ferma per secoli. Allo stesso tempo intuì che l’opera di distruzione, materiale e morale, sarebbe stata presto portata anche lì dagli speculatori delle potenze d’Occidente e Oriente sfruttando l’ingenuo desiderio di modernità del povero popolo yemenita che si andava rialzando, ferito, dopo la guerra civile fra ribelli repubblicani e monarchici fedeli all’imam Muhammad al-Badr: “Le minoranze rivoluzionarie hanno portato la democrazia in un Paese medievale che la ha accettata pieno di buona volontà, ma indifeso come sempre contro tutto ciò che viene dall’alto”.

Perciò decise di girare un cortometraggio, titolato Le mura di Sana’a – Le mura di Sana nel filmato –, un documentario in forma di appello all’Unesco perché l’agenzia delle Nazioni Unite aiutasse lo Yemen “ad avere coscienza della sua identità” e “di essere un bene comune dell’umanità”, che lo aiutasse a salvarsi dalla sua distruzione programmata.
Sana’a e il mondo antico e reale
La vecchia città di Sana’a folgorò Pasolini. I resti delle mura medievali, le cento moschee, la schiera di edifici a più piani in terra battuta e calce, con le porte e le finestre ornate da elaborati motivi geometrici donavano alla città sulla punta meridionale della Penisola arabica una bellezza straordinaria. “Bella come Venezia, Urbino, Praga o Amsterdam” diceva Pasolini, “la sua bellezza ha una forma di perfezione irreale, quasi eccessiva, ed esaltante.”
Sana’a, “una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca”, rappresentava quanto di bello sapeva esprimere il mondo antico, il mondo reale, quello il cui paesaggio bisognava tutelare e promuovere a “valore universale”. Perderlo, lasciarlo scomparire, significherebbe perdere un pezzo di realtà, che verrebbe subito rimpiazzato da un altro frammento di irrealtà, un nuovo elemento artificioso senza storia e incapace di parlare, di creare un dialogo con gli uomini, di tessere un legame con chi lo guarda.
L’appello di Pasolini fu ascoltato, seppur il poeta non poté gioire della notizia. Nel 1986 l’Unesco dichiarò la città vecchia di Sana’a patrimonio dell’umanità.
Le mura di Sana’a – documentario che fa il paio col successivo Pasolini e la forma della città con protagonista la città di Orte – resta un illuminante manifesto della tutela del patrimonio culturale e ambientale, diffuso agli albori della antropizzazione e industrializzazione del mondo, un documento che ci restituisce la cifra del Pier Paolo Pasolini attento osservatore della realtà, cassandrico sotto certi aspetti, paladino folle e solingo di un amore per il paesaggio e di una educazione ambientale che soltanto in tempi recentissimi si è diffusa e sta diffondendosi nella società.
Sana’a
Foto di Ali Al-Sunaidar da Unsplash
Antonio Pagliuso

