Recensioni: “Cellulosa” di Sofia Pirandello

La domanda che tra le righe insinua nel lettore questo romanzo è: “Cos’è la libertà?” E come si diventa liberi, come ci si può emancipare da un futuro già scritto che spersonalizza l’individuo livellandolo, rendendolo schiavo di un sistema a cui nessuno, pare, può sottrarsi?

È questa la sfida di cui ci racconta nel suo ultimo lavoro letterario Sofia Pirandello, che torna nelle librerie con Cellulosa, edito per i tipi di e/o, dopo il suo Bestie (Round Robin), tra le proposte al Premio Strega 2023.

Trecase, frazione di Caino è il luogo immaginario in cui si svolgono i fatti; un microcosmo isolato dove campeggia l’ingombrante presenza della fabbrica di cellulosa, della Cartiera. Un gigante industriale che paradossalmente crea, dà vita ai libri (ai tanto amati libri di Re Bomba), ma è allo stesso tempo un insaziabile mostro, che esige di tanto in tanto un sacrificio, ha bisogno di nutrirsi delle vite degli abitanti di Trecase.

Qui, nonostante l’industrializzazione sembri avere la meglio tra spiazzi di verde, boschi e voglia di riscatto e libertà, si sviluppano le personalità dei ragazzi che la abitano: Orlando, Pietro, Ida, Futura, Re Bomba e il Conte. Ognuno, a modo suo, cerca il suo futuro, chi lo cerca nella voglia di fuggire via, chi restando, chi con la rivoluzione e chi, forse, omologandosi.

Insomma, vivono quella stagione fragile e anche feroce che si chiama adolescenza. E proprio come la cellulosa, una materia grezza e altamente infiammabile che viene lavorata per diventare carta, anche loro vengono trasformati dall’ambiente circostante.

“A Trecase ogni porta è sempre aperta, Pietro è entrato senza neppure bussare. Ha il fiatone e le lacrime agli occhi, ma riesce comunque a dirlo. «Orlando è morto. L’hanno trovato alla cartiera. È ancora lì».”

Ed è proprio questo il momento in cui, da un divagare filosofico, si decide di passare ai fatti, alla rivoluzione. Un sogno inseguito, cesellato, fallito ma che pulsa con rabbia, che ha bisogno di trovare una realizzazione, ché non si può morire di lavoro, non si può essere fagocitati dal grande mostro di carta che ha rubato la vita di tutti, dei loro genitori, dei loro amici e che rischia di ingoiare anche loro! E allora Rivoluzione! Ma come? Che mezzi utilizzare? Leggendolo scoprirete che il potere esplosivo delle idee a volte è superiore a qualsiasi mezzo.

“La parte più complessa della rivoluzione è la resistenza, continuare ancora e ancora, per non dimenticare mai. La parte più difficile, senza dubbio, è non fare niente e aspettare, ricordare, immobili. Orlando lo sapeva perché sua madre lo ripeteva sempre: «Comunque la notte deve passare». È esperto di rivolta solo chi sembra tutta un’altra cosa.”

Una riflessione amara che lascia questa lettura è che in fondo il mondo non è all’altezza dei sogni, che essere un prodotto è più “normale” che avere una identità, che forse tutti siamo veramente morti, fagocitati nelle fauci di quel terribile mostro chiamato progresso.

Però c’è anche la scintilla (!) di una speranza… a volte – o almeno come ci insegnano i ragazzi di Cellulosa – il vero rivoluzionario indossa la maschera della normalità, della rassegnazione, dell’omologazione, per proteggere la propria libertà intellettuale, per agire al riparo dallo sguardo del potere, per sembrare “un’altra cosa”. Fino al momento giusto.

Sofia Pirandello, in realtà, ci lascia in balia di tante riflessioni più o meno amare, ma lo fa con un ritmo leggero, una scrittura sì profonda e riflessiva, ma altrettanto fresca, ironica e scanzonata. La dimostrazione, a mio avviso, che si può parlare di argomenti importanti mantenendo la grazia nella scrittura – e, sottolineo come già fatto sopra – ricordandoci che finché sapremo sembrare “un’altra cosa” non saremo mai fagocitati dal mostro.

Emanuela Stella

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