“Quelle montagne calabresi custodiscono la grecìa più che in Grecia, dove ormai s’è persa. Pensano e pensano, si passano il tempo a progettare tragedie, ci campanu e ci morinu a pane e tragudia.”
Ritornano le anime nere di Gioacchino Criaco. A quasi vent’anni dall’uscita di Anime nere, il libro da cui Francesco Munzi ha tratto il soggetto per l’omonimo film vincitore di nove David di Donatello, lo scrittore di Africo torna in libreria con Dove canta il cuculo (edito Piemme), un nuovo romanzo dalle spiccate tinte scure, una storia di diavoli, di connivenze criminose, menzogne e ferocia.
La storia si dispiega fra il Canada, il Messico, Milano e l’Aspromonte calabrese, con Africo punto di partenza e di arrivo di tutte le trame che attraversano l’Oceano Atlantico.
Il caso Africo
Africo, il nome del paese che alla fine degli anni quaranta del secolo scorso assurse a simbolo della Calabria arretrata e dannata, terra “senza peccato e senza redenzione”, per dirla con Carlo Levi. Un angolo di mondo rimasto fuori dal tempo, distante dai progressi sociali, dimenticato per secoli, riscoperto soltanto nel Secondo dopoguerra, quando il reporter Tommaso Besozzi ne parlò come del “più disperato paese della Calabria”. Inviato dell’“Europeo”, Besozzi si era recato in Calabria nel marzo del 1948 assieme al fotografo Valentino Petrelli per documentare le tremende condizioni di vita della gente che viveva nell’isolato e poverissimo entroterra della Vecchia Calabria. Capolinea del loro viaggio nel cuore dell’Aspromonte, fatale Itaca, il primitivo abitato di Africo e la attigua contrada di Casalinuovo, che solo una manciata di anni dopo sarebbero stati forzatamente evacuati a seguito di una alluvione.
La “traggidia aspromontana” di Gioacchino Criaco
Nelle pagine di Dove canta il cuculo, l’autore racconta la storia criminale di due uomini, di due famiglie: quella di Gino mandato in Canada appena adolescente, affidato a Frank Morano e da questi educato al crimine e inserito nella famiglia mafiosa che in Nord America gestisce tutti gli intrecci illeciti, dallo spaccio di stupefacenti al racket delle estorsioni; quella di Salvo, un tempo un capraio dell’Aspromonte, ora vecchio boss dell’intero massiccio, padrone di distese infinite di terre, prese, in un modo o nell’altro. Sovrano di una “terra disgraziata” da cui scappare, per non tornare più; una terra in cui “c’è chi ci muore e chi ci campa”. Sulla vita degli altri. Lui. Divenuto con la prepotenza il re della “Montagna lucente”. Lui, papavero della ’ndrangheta aspromontana, presente, con la sua fosca rifulgenza, in diversi consigli di amministrazione, nei palazzi in cui si gestiscono i veri poteri, nei luoghi dove si governano i Paesi.
L’uccisione, ad Acapulco, di un accolito della ’ndrina calabrese impiantata oltreoceano scatena una sanguinosa guerra che trasvola l’Atlantico per colpire in Calabria, verso la Grande Madre Aspromontana, lì dove tutto è nato. Terra di riti antichi, di patti e tradimenti, di agguati senza fine. Montagna spietata, “l’Aspromonte era, è, un covo d’ipocrisia e di vipere: comparaggi e mangiate, ma ognuno per sé e contro tutti”.
Un universo sommerso in cui conta chi spara per primo, chi sferra il primo morso. Un branco di lupi pronti a sbranare chiunque possa frapporsi fra sé e i propri desideri, segnati da una connaturata propensione alla tragodia (da trágos, capro, e ádo, cantare), il canto estremo del capro, all’origine della tragedia greca.
Presenza sottotraccia della “traggidia aspromontana” di Criaco è però un altro animale, il cuculo, un uccello furbo, cattivo, che occupa con prepotenza i nidi degli altri volatili, li intimorisce, distrugge le loro uova e li costringe ad allevare la sua prole. Un volatile arrogante e spietato: le medesime peculiarità comportamentali del mafioso, falco mascherato da colomba, che promette armonia e pace, potendo, invece, assicurare a sé, alla propria famiglia e agli affiliati soltanto l’inferno.
“L’armonia fra noi c’è perché è la forza che ci garantisce potere e affari. Non è l’amore che ci lega, né la rigidità delle regole su cui si fonda la nostra società. Il nostro è un patto fra diavoli, anche se lo abbiamo stretto in nome dei santi. E agli affiliati garantiamo solo l’inferno anche se gli promettiamo il paradiso.”
In un susseguirsi di vicende criminali e umane che si incontrano, nel segno della vendetta – “contro sentimento” che divora tutto quello che si trova davanti: affetti, amicizie, amori –, l’esodo della tragedia si trasforma in una tempesta di piombo che si abbatte sulle cosche di qua e di là dell’oceano.
La ’ndrangheta, una storia di falsi miti
Gioacchino Criaco manda in frantumi il trito – nonché nocivo – cliché della famiglia, del rispetto, delle regole, dell’onore che tante pellicole hanno inculcato nelle teste del grande pubblico. Nella criminalità organizzata gli affetti non contano nulla, contano soltanto gli affari, il denaro, il potere e quindi l’Io.
L’avidità propria di un microcosmo criminale fatto di sopraffazioni e inganni, proiettili e sangue, governato da uomini in guerra con la vita, che alla vita hanno lanciato la loro battaglia; un mondo parallelo abitato da sanguinari tragediaturi, per adottare un efficace termine del gergo mafioso, in cui crolla quel poco che resta del mito dell’antica onorata società: “La verità è che tutti sanno che tutto è possibile, all’insaputa anche dei membri stretti della famiglia, perché la fratellanza dentro alla ’ndrangheta è una favola a cui non credono manco gli agnelli”.
Antonio Pagliuso

