Rimango fedele alla terra (Interno Libri, 2026) è la nuova raccolta di Mario Saccomanno, brillante voce poetica della feconda (qualcuno dovrà pur prendersi la responsabilità di dirlo) generazione ’90 italiana, già autore del carnet poetico Tragitto ricurvo di sogni e d’amore e delle sillogi Tanto vero da farsi utopico e Lembi edificabili.
Se cedere a sovraterrene speranze significa compiere un veneficio, Saccomanno traccia la linea della salvezza lungo una partitura suddivisa in due atti, in cui già dal “Preludio” emerge la necessità del poeta di impaniarsi nel mondo e farsi voce del proprio tempo: e allora io devo cantare, / coi versi io devo di nuovo / il mio tempo / cantare; e melodie suadenti risuonano tra “Notturni” e “Dissonanze”, che costituiscono il corpus principale della prima parte dell’Opera (maiuscolo d’obbligo per architettura della silloge).
Il buio non porta responsi, piuttosto è disvelamento totalizzante di incertezze e resto qui seduto / a mendicare una risposta; per molti la notte è nient’altro / che incubi e insonnia, sino alla commistione del corpo stesso con le tenebre, trasposto su pagina attraverso scelte formali estremamente pertinenti, come il dispiegamento di un settenario ed un endecasillabo lungo piccole strofe, costituite rispettivamente da due e tre versi nel silenzio / notturno; solenne / emporio / di significanti ed una disgregazione totale di essere e parola nella conclusiva io / sfumo.
Le “Dissonanze”, conseguenze dei “Notturni”, racchiudono le impurezze necessarie “perché la ruota giri”. È solo sfiorando le piaghe del tempo / se ne sente lo strazio, l’onta, il dolore e vano è il peso della parola, appunto, infedele alla terra, se non figlia dall’incontro/scontro con la realtà materiale: Nulla / si può / neppure / dire / senza / prima / aver / tastato / l’oceano / saldo / e vorticoso / della / materia.
Separa il primo dal secondo atto un “Intermezzo” di trentadue strofe in quartine di endecasillabi a rime incrociate, che fornisce lo stratagemma per denudare il tempo, spogliarlo dalle sovrastrutture imposte dalla società, attraverso una chiave, quella del legame, quella del farsi dimora per inverarsi. Il primo passo, non è che in fondo / senza pretendere una risposta, / il rivolgersi, in ogni breve sosta, / ai pochi amici sparsi per il mondo.
Il secondo tempo dell’Opera si gioca tra “Acuti”, “Inni” e “Dissolvenza”. I primi, mantenendo la stessa cifra stilistica delle altre sezioni e permeati da una spiccata vocazione lirica – che si mantiene costante per tutta la raccolta – apportano al discorso poetico alcune riflessioni sulle grandi tematiche sociali, come la globalizzazione, la guerra e l’immigrazione. Hiroshima, Rafah, Cutro, Lampedusa, sono gli snodi geografici di un canto che diventa urlo (acuto) e poesia grimaldello per coscienze: altro non ci è dato che spiccare / dagli ispidi rami del presente / un qualche nuovo nome delle assenze. / Anche un solo scricchiolio può farci vivi, / ma può assumere al contempo / il presagio di uno schioppo.
Quasi con un bisogno fisico di rincasare dopo aver toccato i mali che affliggono il mondo, gli “Inni” si compongono di affetti sicuri, vie familiari, luoghi in cui “non è possibile andare in pezzi del giro d’una notte”. Dimmi cosa sai / tu della vita dei paesi. È in questa sezione, ricolma di dediche, che si scorgono ascendenze della grande poesia meridionale, nei versi a Nonna Elvira, a zio Raffaele, alla madre, a Marilena, a Rosita, alla terra natìa, su tutte – Grimaldi, con umide viuzze e facce che chiami per nome, intreccio di rondini e campanili. In chiusura, la dissolvenza di Saccomanno, esempio di lucida consapevolezza, che invita a costruire nella penombra nuovi sorrisi, nei momenti / in cui la luce non ti avvolge, dove lui ha già costruito la sua dimora, dove tra gli urti e gli assalti, rimane, infine, fedele alla terra.
Salvatore Giuseppe Di Spena

