“‘Non ci penso neanche a mettermi in bocca questa robaccia,’ mi dice. ‘E se mi costringerai, la sputerò prima che mi si sciolga in bocca…’
‘Non capisci che rischi di perdere completamente la memoria?’ grido in tono adirato.
Rivolge uno sguardo stupito alla luce.
‘In tal caso, le tue pillole le inghiottirò tutte insieme per farla finita.’
‘Perché vuoi morire?’
‘Perché non posso più volare!’
Una risposta convincente.”
La secondina è il titolo dell’ultimo libro (uscito in patria nel 2025) di Nikos Davvetas, il primo edito in Italia dello scrittore e poeta greco. Pubblicata per Gramma Feltrinelli, l’opera raccoglie le pagine salienti della vita della madre dell’autore, della donna che fu, prima di smarrirsi nelle nebbie dell’Alzheimer, di finire prigioniera della sua testa. Una ricerca quasi disperata nel tempo e contro il tempo, a caccia di ricordi in grado di unire madre e figlio, di trovare, per un’ultima volta prima della fine, una sintesi, un senso a un legame viscerale ma non per questo compiuto e ineludibilmente felice.
Davvetas ripercorre il loro rapporto, distante, freddo, mai emotivo, segnato da un abbandono, quello del padre dello scrittore nato ad Atene nel 1960. L’autore racconta il no che ha indirizzato la sua esistenza, il no pronunciato dalla madre, quando, giovanissima vedova senza mezzi, le consigliarono di affidare il suo bambino a un orfanotrofio – “Lei disse un secco no, il primo di una lunga serie. Per quella risposta le sono ancora oggi riconoscente”.
Tradotto da Maurizio De Rosa, il memoir di Nikos Davvetas ordina in episodi il doloroso decorso della malattia della donna: le telefonate alle amiche già trapassate da tempo, i giri a vuoto attorno casa, persa nel suo appannamento mentale, l’accumulo di oggetti per illudersi che ci possa essere ancora un domani, il panico quando si trova fra le mani la nuova moneta che ha mandato in pensione la dracma, la valuta della sua giovinezza, la sensazione intermittente che qualcosa non stia andando per il verso giusto, “solo che non riesce a capire che cosa”.
E quindi la rabbia, le urla, i deliri, lo sgomento, le lacrime nei sempre più rari momenti di apparente lucidità:
“Crede che sia io il responsabile del disordine della sua vita quotidiana. Che sia io a creare le tenebre del caos che la circonda: lei si limita a inciamparvi. E invece le tenebre sono dentro di lei, come l’inchiostro è dentro il corpo delle seppie”.
Un lentissimo e penoso declino coperto insieme, madre e figlio, fianco a fianco, mentre la casa si riempie di foglietti colorati – non toccare questo, non fare quello – e il cervello si fa ogni giorno che passa più rarefatto.
Attraverso la scrittura, Davvetas intraprende un viaggio nella memoria della madre, al ritmo regolare, oramai senza interruzioni e sorprese, senza offrire false speranze, dell’avanzamento della malattia. Rinchiusa nel suo corpo, la anziana si trasforma in “un racconto in terza persona” di cui resta soltanto un filo di voce, appena udibile, appena sufficiente per rilasciare i ricordi di quello che è stato il capitolo più significativo della sua esistenza: la lunga carriera come secondina alle carceri Averof. La donna trovò lavoro come guardia carceraria della sezione femminile della prigione a cui erano destinati i dissidenti politici durante la dittatura dei Colonnelli – il regime militare che congelò la storia della Grecia dal 1967 al 1974 – poco dopo la scomparsa del marito. Mettersi al servizio dello Stato nell’“unico posto in cui si sentiva utile, indispensabile”, al fine di dare una possibilità di futuro al suo bambino.
“Mentre il presente è sul punto di collassare”, i ricordi di Averof si accatastano, ermergendo in ogni minuto dettaglio. Parole che rappresentano una confessione. Nikos Davvetas si fa così testimone del racconto dei nomi, dei volti, delle storie delle detenute. Storie perdute, terribili, drammatiche, sepolte nella mente per decenni e ora, nel momento del disfacimento, pronte a disperdersi nell’aria, oppure a essere raccolte e ascoltate e salvate dall’oblio. La secondina non è quindi soltanto la storia di una malattia crudele e del rapporto fra un figlio e la madre, ma è anche un tributo al valore prezioso della memoria delle singole persone. Che spesso si rivela la memoria e la coscienza di un intero popolo.
“Oggi è piuttosto nervosa. ‘Non riesco a trovar pace,’ ripete senza sosta. ‘Questo tic tac tic tac che sento nelle orecchie mi fa impazzire. Tic tac tic tac. Non lo senti anche tu?’
‘No, che cos’è?’
‘Il tempo.’
‘Il tempo che passa?’
‘Il tempo che finisce.’”
Antonio Pagliuso

