La solitudine è nostra compagna o nostra nemica? Si possono provare diversi tipi di solitudine in base al luogo in cui una persona si trova?
“Chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o un dio, diceva Aristotele. Bestia selvaggia mi ci sento, dio mai.”
Daria Bignardi nel suo ultimo romanzo dal titolo Nostra solitudine, edito da Mondadori, decide di esplorare questa fantastica e temibile esperienza partendo dalla scelta di disintossicarsi dai social mentre si trova in Vietnam in compagnia del figlio. Scoprendo una passione per i cappuccini, e osservando l’inquinato fiume Mekong, l’autrice riflette su quanto possa essere profondo, tragico o benefico il senso della nostra solitudine.
È un percorso in continua relazione con le persone con cui condivide il quotidiano o che incontra per motivi di lavoro, soprattutto con le donne della sua vita: la sorella, la figlia, la nipote, le amiche, la madre. Una necessità per cercare di capire il suo modo di stare al mondo come figlia, sorella e soprattutto madre.
Il trauma e la solitudine si inseguono, si intrecciano e si separano, sono presenti in qualsiasi luogo in cui l’autrice decide di andare: Vietnam, Tel Aviv, Uganda. Incontra gruppi di persone con cui si relaziona sentendosi piccola e privilegiata soprattutto ascoltando la storia di Wael Al-Dahdouh, giornalista che ha perso tutta la sua famiglia, o ai prigionieri palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane e trasportati a braccia perché le condizioni precarie non consentono loro di camminare.
Si confronta con grandi traumi provocati da altri genitori mentre presenta il libro di Caroline Pelicot, figlia di un uomo che per dieci anni ha narcotizzato e fatto stuprare la madre, consapevole che qualsiasi figlio può allontanarsi da un genitore ma non potrà mai annullarlo dalla propria esistenza.
Un susseguirsi di viaggi ed esplorazioni in cui Daria Bignardi porta con sé la stessa domanda: “ma è sufficiente sentire l’ansia di un genitore per rimanere traumatizzati, o c’è dell’altro?”. Quanti si sono soffermati ad analizzare ciò che avviene dentro il proprio essere e come questo si rapporta con ciò che sta accadendo nel mondo? È salvifico sentire tutto e farsi coinvolgere emotivamente o è più salutare mantenere sempre un certo distacco?
Quello a cui giunge l’autrice può essere riassunto in questa frase: “La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani”.
È una scrittura limpida, capace di arrivare a chiunque, scopo questo dell’autrice, che non contiene ipocrisie e/o giudizio ma solo la schietta ricerca dello stare al mondo, in questo mondo. Una narrazione che non cade mai nel sentimentalismo. Quello che manca in questo libro, che all’inizio ha gli aspetti di un diario in cui vengono riportati questioni relative al rapporto genitori-figli, è la capacità di suscitare dubbi e/o domande. Scorre come un mare calmo che non si agita mai. Questa solitudine sentita, ricercata ed elaborata, non scava a fondo nell’animo umano, non fa scaturire disappunto e riflessioni ma è una solitudine che non sfiora le altre solitudini.
Ilaria Matà

