Un romanzo che esplode nei visceri degli Anni di piombo, attraversa tutto l’ultimo quarto del Novecento e raggiunge gli inizi del Duemila. Pubblicato nel 2025 per i tipi di Armando editore, Odio innocente di Domenico Romeo è il racconto noir dell’ossessione violenta di un uomo.
Con Domenico Romeo, docente di criminologia e criminologo per l’Associazione nazionale criminologi e criminalisti, indaghiamo l’intera esistenza di Matteo, il protagonista del romanzo, una vita che fugge via, divorata da un credo irrealizzabile, da una promessa bugiarda.
Figlio delle classi subalterne, espressione del sottoproletariato romano, Matteo diventa uomo negli anni settanta, la fase più drammatica della storia recente del nostro Paese, educato nel culto giovanile di tre personalità di riferimento. La prima è il cadavere di Benito Mussolini, il Duce che non aveva inventato il fascismo, ma lo aveva “tratto dall’inconscio degli italiani”; la seconda è Roberto Rossellini, il regista della rinascita che ha creato cinema sulle macerie della Seconda guerra mondiale; la terza guida spirituale del protagonista del testo di Domenico Romeo è Pier Paolo Pasolini, il poeta, il regista, il polemista, probabilmente l’intellettuale italiano più influente della seconda metà del Novecento.
Una triade di passioni non immediatamente accostabili per il lettore, ma che in Matteo trovano il modo di coabitare. Nelle pagine di Odio innocente seguiamo la sua condotta in quel periodo di guerriglia ideologica, anni bui in cui era impossibile discernere il buono dal cattivo, il bene dal male, anni in cui gli scontri erano la norma, a tal punto che soltanto quelli più eclatanti – ovvero quelli in cui ci scappava il morto – conquistavano le prime pagine dei giornali.
Matteo diventa un fascista clandestino, a destra della destra, affrancato da ogni organizzazione politica riconosciuta, frutto naturale dell’odio verso la società generato dalla sua condizione marginale, dal punto di vista economico, sociale e culturale. Però, un fascista atipico – se proprio si desidera ottusamente uniformare tante individualità sotto un unico canone –, ché Matteo all’amore per la violenza esercitata attraverso il manganello integra quello, non meno intenso, per la poesia di Pasolini.
E quando PPP sarà assassinato sul litorale di Ostia la notte fra il 1° e il 2 novembre del 1975, nel cuore nero del giovane uomo, frattanto divenuto un uomo di Stato, si scatena una feroce ossessione: riuscire a mettere chiarezza sulla morte oscura del poeta.
“E soprattutto comprendevo, da persona cresciuta per strada, l’esistenza di baratri di vuoto, cose che non sarebbero mai state dette, voragini di menzogne sull’assassinio di un uomo. Lo percepivo, lo respiravo nel luogo del massacro perché a chi cresce per strada basta un’occhiata per capire tutto, senza spiegazioni dall’esterno.”
La narrazione verge così al noir, nel segno della doppiezza morale di Matteo – necessaria per un “servitore dello Stato” permeato da un’ideologia tanto sovversiva –, destinato, sempre più solo e isolato, a discendere le bolge della malavita organizzata, delle scorie dello spontaneismo armato radicale che fu e dei servizi segreti deviati nel tentativo di raggiungere la verità, la sua.
Antonio Pagliuso

