“Borsellino aveva intuito che tra la mafia e gli apparati dello Stato si stava intavolando una trattativa che, in seguito alla sua morte, si concretizzò e andò a buon fine. Fu condotta sotto le bombe che, dopo Palermo, insanguinarono l’Italia da sud a nord.” (L. de Magistris)
Uscito per Iod Edizioni e curato da Silvia Camerino, Il filo nero del depistaggio dell’agenda rossa di Paolo Borsellino raccoglie alcune interviste realizzate dalla saggista e attivista impegnata nella diffusione della cultura della legalità e nella perpetuazione, alla più giovane generazione e a quelle che verranno, della memoria delle vittime della criminalità organizzata. Tema: la strage di Via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta e il successivo depistaggio delle indagini.
La curatrice e le personalità – Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato dalla mafia, Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, Nino Di Matteo, Angelo Garavaglia Fragetta, Luigi de Magistris, Stefano Baudino e Roberta Gatani – che hanno seguito, in tempi e ruoli diversi, le inchieste su quello che accadde il 19 luglio 1992 e tenuta viva la memoria del magistrato e dei servitori dello Stato periti nell’attentato, non hanno remore nel definire la strage di Via D’Amelio con la simultanea sottrazione dell’agenda rossa di Borsellino “il più grave depistaggio della storia della Repubblica”.
A Via D’Amelio morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Quella tragica domenica di metà luglio del ’92 a Palermo si consumò un massacro tuttora coperto da ombre, uno dei culmini dell’azione terroristica di cosa nostra contro lo Stato, ma anche passaggio chiave – aspetto sottolineato diffusamente nell’opera – della trattativa, accertata, tra i due organismi – Stato e antistato –, apparentemente inconciliabili ma che le sentenze di questi decenni ci hanno mostrato più volte vicini se non già combacianti. La trattativa palesava l’esistenza di un sistema all’interno del sistema, un serie di contatti avviati da apparati collusi dello Stato per fare cessare le stragi mafiose.
“Mentre i servitori onesti della Repubblica non trattavano con le mafie e cadevano sotto il fuoco militare di cosa nostra, altri si mettevano d’accordo. Come in tutte le guerre, si agiva tra bombe e diplomazia” afferma Luigi de Magistris, attivista sociale e politico e già magistrato, pubblico ministero a Catanzaro e Napoli, nello spazio riservato all’interno del libro.
Il concetto è ripreso e ampliato anche da Roberto Scarpinato, già procuratore generale presso le Corti di appello di Caltanissetta e di Palermo e oggi componente della commissione parlamentare antimafia: “Le stragi del ’92 e del ’93 furono stragi politiche eseguite dalla mafia per interessi che andavano molto al di là di quelli mafiosi, con l’intervento di apparati statali”.
Sotto quest’angolazione, l’opera investigativa di Paolo Borsellino, il suo acume e la sua libertà erano visti come un grandissimo pericolo. Per tale ragione alla deflagrazione della bomba dinanzi il caseggiato dove abitavano la sorella e la madre del giudice palermitano seguì l’azione, perfettamente sincronica, di alcune figure legate ai servizi segreti che, fra le fiamme, il fumo, i detriti e i resti umani, prelevarono dalla borsa del magistrato appena fatto a brandelli l’agenda rossa simbolo dell’omonimo movimento nato spontaneamente attorno alla figura di Salvatore Borsellino.
Su quell’agenda – “scatola nera della strage”, “contenitore dei segreti oscuri” d’Italia – Borsellino annotava da cinquantasette giorni, ovvero dal 23 maggio, funesto giorno della strage di Capaci ai danni del magistrato Giovanni Falcone, della di lui moglie e collega Francesca Morvillo e di tre uomini della scorta – Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani –, le sue intuizioni sulle indagini in corso e su chi, dall’alto, contrastava il suo operato e quello di Falcone. Chi prese l’agenda non era un criminale mafioso, ma qualcuno che voleva occultare i veri motivi dell’attentato. Poteri più grandi dietro una strage non autonoma, ma inserita in un progetto stragista complesso che coinvolgeva pezzi deviati dello Stato necessari al buon esito della diabolica trattativa.
“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.” (P. Borsellino)
Completano il saggio – inserito nella collana Cronisti scalzi, dedicata a Giancarlo Siani, giovane giornalista d’inchiesta ucciso nell’85 dalla camorra – la trascrizione di alcuni degli ultimi interventi di Borsellino e l’intervista che il giudice concesse a Giuseppe D’Avanzo sulle colonne della “Repubblica” (E Borsellino ora attende, 30 maggio 1992), parole in cui manifestava l’intenzione di fornire delle significative rivelazioni ai magistrati che seguivano le indagini relative alla morte di Falcone.
Antonio Pagliuso

