Alessandra Carati torna in libreria per Neri Pozza con il nuovo romanzo Atto di famiglia. Scontato dire che “ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”; dall’incipit di Anna Karenina l’autrice parte per definire la natura stessa dell’infelicità che vive il nucleo familiare, la Casa, quando smette di funzionare, quando smette di essere un luogo d’amore, quando la felicità non la abita più. La Carati ci racconta infatti, di una infelicità, di una quotidianità senza scrupoli, di un sopruso che non nasce d’ improvviso, ma che si fa strada lentamente, forse in maniera del tutto prevedibile, nel silenzio invisibile delle aspettative e dalla lenta disgregazione del rispetto.
“Lui, sul divano, tiene la bambina cavalcioni, giocano. Il rumore smorzato del primo pugno in testa, scagliato da dietro, li fa sussultare. Poi arriva il secondo, il terzo, la raffica. Tenta di riparare la bambina con un braccio, basta! urla, per impedirsi di reagire, e lei: da qui non te ne vai.”
Ecco, quindi, al centro della storia l’analisi della fine di un matrimonio, un’unione che nasce come l’adesione a un modello prefissato, a uno stereotipo, che deve necessariamente corrispondere alle aspettative altrui, alle aspettative del contesto sociale in cui si vive. Un uomo e una donna, di cui non sappiamo il nome, vivono una relazione in cui la vita di coppia si riduce a una convivenza monca, fatta di ripicche silenziose, un senso strisciante di estraneità e di violenza. In questo spazio il controllo prende il posto dell’affetto, la cura verso la figlia e la gestione del quotidiano diventano strumenti di prevaricazione per affermare il proprio dominio sull’altro.
La casa non è più un rifugio e si trasforma in un campo di battaglia in cui ogni gesto è carico di una forza sotterranea, ctonia. Amare e sottomettere si sovrappongono in un gioco di potere dove ognuno si convince di agire per il bene comune mentre difende esclusivamente la propria posizione, la propria ragione, la propria verità e poco conta se a farne le spese è la figlia, una bambina che assiste inerte allo sfacelo della sua famiglia.
“Lei capiva all’improvviso qualcosa sul loro conto. L’avevano voluta, l’avevano messa dentro questo mondo e non erano stati capaci di farle da scudo perché potesse crescere libera, anziché intrappolarla nelle loro angosce. Erano entrambi consenzienti, anzi, di più: erano complici.”
E la memoria. Di fronte agli episodi di scontro non c’è una versione condivisa dei fatti: i ricordi vengono manipolati, alterati o diventano spietate invenzioni pur di non affrontare la sacra verità o peggio, pur di dominare l’altro.
“Ai loro occhi era la moglie abbandonata e qualcuno finalmente la vedeva per quello che era, una vittima.”
L’incapacità genitoriale di trovare una narrazione comune scarica sulla bambina il peso dei rancori sputati e urlati durante il processo per l’affido. E la bambina, che diventerà poi nello scorrere delle pagine una donna, si ritrova a farsi carico di un dolore che non le appartiene, assorbendo il caos emotivo degli adulti fino a farlo diventare un malessere fisico, un modo disfunzionale di stare al mondo per trovare una parvenza di quell’equilibrio di cui è stata privata violentemente dai suoi stessi genitori.
Il romanzo mette chi legge davanti alla tragedia di una famiglia moderna che si nutre dell’impossibilità di ascoltare l’altro, lasciando così i protagonisti cristallizzati nella loro certezza di essere, sempre e soltanto, le uniche vittime.
Alessandra Carati scrive con una prosa essenziale, asciutta, che non cede il passo al sentimentalismo, così da poter osservare i fatti con chirurgica lucidità. La narrazione, infatti, è suddivisa in tre parti – tre atti distinti – in cui ogni personaggio racconta, depone, la propria versione davanti al tribunale del lettore. Non troviamo nessun deus ex machina – come avviene nelle tragedie classiche a cui forse il titolo stesso fa richiamo – non troviamo nessuno che indichi chi abbia ragione e chi torto. La verità vera non esiste. O, quantomeno, forse noi non la scopriremo mai.
Emanuela Stella

