“Almeno una volta vorrei essere acqua.
Un’acqua calcarea e cattiva che corrode
dall’interno e scava nei polsi,
che non mi possano bere le mucche
né i polli né il tuo bambino
né possa starti nella bocca
fra i denti e sul palato.
Almeno una volta
vorrei essere inconsumata.”
Inconsumata. Come l’acqua, come la poesia. Riprendendo le parole di Pier Paolo Pasolini, così come affermava lui, instancabile produttore di poesia, una merce inconsumabile, destinata a sopravvivere agli uomini, valicare i limiti umani, finché civiltà ci sarà.
Civiltà, quella umana, che si conserva ancora, di cui perdura l’esser contemporanea, e che produce poesia, spesso in eccesso se di eccesso si può parlare, ma che ne genera continuamente, come olio necessario al suo moto perpetuo, “moto d’amore”.
E di poesia, unguento dei savi, si nutre, insaziabile, Valentina Falsetta, autrice della silloge che reca il titolo di Le cose erano ricche.
Uscita per Eretica Edizioni, la raccolta poetica di Falsetta – il cui esordio nella poesia risale al 2022 con Osservatrice aggravata – trae origine da una frase del romanzo Vicino al cuore selvaggio di Clarice Lispector – al secolo Chaja Pinkasivna Lispektor –, opera prima, uscita alla fine del 1943, della scrittrice brasiliana di origine ebrea ucraina.
Quelli contenuti nelle pagine di Le cose erano ricche sono componimenti espressione di una poesia che non si arrende, che affronta un dialogo col proprio io più intimo e con un interlocutore nascosto, lontano, ideale e irraggiungibile: “forse mi servi per scrivere, / dirimere / la storia di un’ossessione”.
I contrasti già ravvisati nella prima opera dell’autrice ritornano anche in questa nuova raccolta in cui il verso si fa risoluto, incisivo, il ritmo agile e frammentato:
“Mentre pensi
mentre vesti
mentre svesti:
che sia senza tempo
lo chiedo a ogni ruota,
ogni ingranaggio,
niente ti è lontano.
Hai prese di minatori
pigli di filosofi e santi
risoluzioni di padre amico
compagno. Io ti sono nulla,
annullata, annullabile.
Che sia senza tempo
lo chiedo al profano,
ma è legata al fuoco sacro,
dice”.
Nelle poesie di Valentina Falsetta si parla di condizione femminile nel Meridione, influenzata dalla ferocia che spesso certe aree retrive sanno riservare, di identità e diversità, di emigrazione, un argomento delicato, forse troppo abusato, enfatizzato, trasfigurato nelle cronache del nostro tempo:
“Gli andati
son scappati con poche cose
certi non avevano testa
di salire i gradini,
altri di crescere.
Difficile ammettere
il fallimento,
son tornati nella capanna sicura
in cui da bambini nascondevano
principesse e bugie”.
Nata dal personale e pensata per l’universale, la raccolta di Valentina Falsetta intende spogliare le tematiche sviluppate dalla retorica dell’oggi, del presentismo che obnubila la ragione, riportandole a una condizione di equilibrio, di purezza, di ritrovata inconsumabilità.

