Il rito dei Vattienti di Nocera Terinese, uno degli ultimi rituali di sangue rimasti nel Mediterraneo

Quello dei Vattienti di Nocera Terinese, in Calabria, è uno degli ultimi rituali di sangue della Settimana Santa rimasti nel Mediterraneo. Un rito antico, pur se le fonti frammentarie non ci aiutino a fissarne le origini, che si rinnova di generazione in generazione.

Le tradizioni popolari lottano costantemente per la loro conservazione in un mondo sempre più globalizzato e, in determinati casi e latitudini, tendente alla creazione di un campione unico e universale e, così, alla cancellazione delle culture particolari. Non si tratta di un fenomeno partito oggi, di certo non destinato ad arginarsi nel breve termine.

Permangono, però, delle isole di resistenza, specie nel Sud Italia, la cui presupposta poca predisposizione al cambiamento – e pure su questa idea retriva, storicamente parlando, ci sarebbe tanto da ridire, anzi, da approfondire – ha permesso la preservazione di riti e usanze che oggi rappresentano, grazie alla rivalutazione dell’antico, l’impronta caratteristica nonché il potenziale di sviluppo sociale ed economico per diverse comunità – se gestite con mediocritas, senza retorica e vacue sovraesposizioni e senza ricorrere financo all’invenzione a bella posta di passati mai esistiti. Tradizioni gastronomiche, peculiarità linguistiche, celebrazioni civili e religiose, i quadri popolari reali e specifici che costituiscono l’eredità culturale di un Paese, l’Italia.

I Vattienti di Nocera Terinese, uno degli ultimi rituali di sangue rimasti nel Mediterraneo

Alle estreme periferie della Penisola, in Calabria, si conserva da secoli un rituale che accompagna al rilevante contenuto storico-religioso di una liturgia antica una grande eco mediatico-culturale, intensificatasi negli ultimi anni grazie ai nuovi strumenti della comunicazione.

Si tratta del rito dei Vattienti – da vattere, battere – di Nocera Terinese, che annualmente, durante la Settimana Santa, si rinnova nel paesino della provincia di Catanzaro appollaiato su di una collina con sublime vista sulla Valle del Savuto e sul Mar Tirreno.

Il rito pasquale che fa rivivere la passione di Gesù Cristo è contraddistinto dal sangue, quello che sprizza dai corpi dei flagellanti durante le due processioni eseguite lungo le vie del paese la sera del Venerdì Santo e la mattina del Sabato Santo, i due giorni che precedono la Pasqua cristiana.

Il rito che la pietà popolare dei fedeli di Nocera ha adottato per rievocare i drammatici episodi della Passione di Cristo ha radici antiche, sperse nel groviglio di un passato che non ci ha consegnato apparati documentari e coordinate chiare per orientarci.

Le origini del rito

Un documento del 1921 firmato da Ernesto Pontieri, storico di Nocera e magnifico rettore della Federico II di Napoli, porta gli studiosi a sostenere che le origini del rituale dei Vattienti, così come si presenta oggi, possano maturare nell’ambito di una crisi delle congregazioni locali e che, verosimilmente, un tempo la pratica non fosse pubblica, coi flagellanti espressi dal popolo, ma interna alle diverse congreghe.

Secondo alcune interpretazioni orientate a una datazione più remota, il rito dei Vattienti dovrebbe collegarsi alle manifestazioni di mortificazione della carne del Medioevo. Altre ricerche ne collocano le origini in epoca moderna, all’ultimo quarto del Settecento, secolo a cui risalgono le prime documentazioni scritte. Secondo le frammentarie fonti, nella seconda metà del secolo successivo il rituale della Settimana Santa attraversò un periodo di decadenza scaturito da molteplici ragioni, non per ultima l’emigrazione di massa che spolpò il Mezzogiorno. Il fenomeno religioso si riappalesò nella comunità nocerese nella seconda parte del Novecento, conforme alla tradizione ma con varie trasformazioni dettate dai progressi sociali avvenuti nel tempo. Ciononostante, oggi quello dei Vattienti di Nocera resta uno dei pochi rituali di sangue sopravvissuti nel bacino del Mediterraneo.

I Vattienti di Nocera

La pratica dei Vattienti segue uno svolgimento ben preciso che si rinnova da generazioni. Storicamente i penitenti si vattono gli arti con degli arnesi chiamati cardi, coperchi di sughero da cui spuntano, per due, tre, talvolta cinque millimetri, tredici pezzi di vetro appuntiti, le cosiddette lanze. È proprio questo particolare a differenziare il cardo – anche cardillo – dalla rosa, il secondo elemento della flagellazione pubblica, un disco di sughero piatto che viene utilizzato per riscaldare i muscoli prima della cardata.

I Vattienti percorrono le stradine erte di Nocera scalzi, con le gambe scoperte sino alla parte alta delle cosce. Vestono soltanto un pantaloncino nero rimboccato e una maglietta del medesimo colore. Il capo dei Vattienti è coperto da un fazzolettone scuro detto mannile – che a volte, più spesso in passato, avvolge persino il viso – e cinto da una corona di sparacogna, una pianta selvatica che cresce spontaneamente nelle campagne attorno all’abitato. I flagellanti sono poi allacciati tramite un cordone a un giovane Ecce homo – acciomo – vestito di rosso. Ad accompagnarli lungo la processione, inoltre, il portatore di vino, ovvero un terzo soggetto che trasporta la tanica col beverone di vino e aceto col quale i Vattienti si detergono le ferite al fine di impedire che il sangue si aggrumi.

La rievocazione scenica della Via Crucis del Figlio dell’uomo parte dalla dimora del Vattiente. Seguono le soste dinanzi le chiese e i calvari del paese e le case di parenti e amici in segno di amore, rispetto e buon auspicio per l’avvenire. Carico di pathos, susseguentemente alle cardate, il devoto suole quindi marchiare con la rosa le mura e i portali di questi luoghi. L’itinerario della Passione scivola noncurante del pubblico attorno ai penitenti e termina presso l’abitazione del flagellante che, ritornato a casa, lava e disinfetta le ferite con un infuso di rosmarino.

Sabato Santo di Nocera Terinese 2026 (foto Antonio Pagliuso)
Sabato Santo di Nocera Terinese (foto Antonio Pagliuso)

La processione

Il suggestivo rito religioso e comunitario di Nocera Terinese che ricorda il sacrificio del Nazareno comincia la sera del Venerdì Santo con la partenza della processione dalla Chiesa dell’Annunziata. Dal portale del tempio esce solenne la statua della Madonna Addolorata col Cristo morto sulle ginocchia, un gruppo scultoreo ligneo risalente al Seicento. Retto dai confratelli con indosso la tonaca bianca, il simulacro attraversa l’intero paese per poi ritornare nell’Annunziata in nottata.

I Vattienti seguono l’andamento della Pietà, talvolta la rincorrono, talaltre intraprendono un percorso autonomo. Quando la incrociano, comunque, i penitenti si inginocchiano e si segnano. Dopodiché si colpiscono polpacci e cosce, forse con ancora maggiore vigoria.

Ad accodarsi alla statua della Vergine e al cammino dei flagellanti è anche la banda musicale, al suono della jona, una marcia lenta, grave, mesta. Uno spasimo collettivo.

Dal luogo sacro, l’Addolorata si affaccia nuovamente la mattina del Sabato per ripercorrere tutte le vie di Nocera, seguita da un fitto corteo. Un profondo sentimento di religiosità e appartenenza si propaga nei vicoli che si arrampicano verso la sommità del paese. Lassù, presso l’ex convento dei Cappuccini fondato alla fine del Cinquecento, culmina la celebrazione religiosa. La statua di Maria fa così il suo ritorno nella Chiesa dell’Annunziata da dove non si muoverà per i prossimi dodici mesi.

Sabato Santo di Nocera Terinese 2026 (foto Antonio Pagliuso)
La Pietà di Nocera Terinese (foto Antonio Pagliuso)

Il rito negli anni

Molte critiche, sia da parte delle autorità civili che da quelle religiose, sono piovute sul rituale nocerese della Settimana Santa dal suo ritorno in auge. La celebrazione ha incrociato non pochi ostacoli per via della sua apparente cruenza e della sua natura “estrema”, contraria all’ambiguo concetto di morale e alle prassi sanitarie del nostro tempo. Ai Vattienti sono giunti attacchi anche sotto l’aspetto culturale e religioso: accuse di scivolare verso una deriva puramente folclorica – lo stesso Pontieri, a suo tempo, descrisse il rituale come “nota folkloristica locale intrisa di fanatismo” –; di fomentare un’ostentazione fatua, maturata in un ambiente popolare arcaico e “subalterno”, per dirlo in termini gramsciani; di rappresentare soltanto una bislacca esaltazione che poco avrebbe a che fare col profondo significato religioso che la liturgia della Settimana Santa conserva.

Come osserva Franco Ferlaino, autore di Vattienti – saggio edito nel 1991 per i tipi di Qualecultura – Jaca Book –, “i ‘vattienti’ sperimentano e trasmettono l’esaltazione e l’eccitazione della vita ostentando lo spargimento della sua stessa essenza: il sangue. Ostentare il sangue, nella comunità, acquista il significato di essere vivo, forte e vigoroso, tanto da poter persino effondere la stessa linfa della vita”.

Sangue, principium mortis e principium vitae, ma soprattutto comunità: ecco la parola che torna spesso quando si tratta il tema dei Vattienti di Nocera. Forse, anziché analizzare il senso cultuale e la liceità del rito, bisognerebbe concentrarsi primariamente sul valore identitario che esso ha per la comunità.

Sabato Santo di Nocera Terinese (foto Antonio Pagliuso)

Sovente accompagnate da scarso rispetto religioso e antropologico, le opinioni, le perplessità, le disapprovazioni e contestazioni si susseguono di anno in anno senza soluzione di continuità. Expedit o non expedit? Pensieri di piccolo cabotaggio che poco si associano all’anima granitica dell’inafferrabile rito dei Vattienti. Bagatelle che non scalfiscono nemmeno un cerimoniale così radicato nella comunità di Nocera Terinese, trasmesso di generazione in generazione. Il cuore antico di un rito penitenziale che resiste e si rinforza, anche dinanzi ai tanti curiosi che convergono nel centro calabrese in occasione delle due processioni; in buona parte osservatori esterni a caccia di neo-esotismi e “autenticità” irreali, di un oggetto culturale da mostrare a migliaia di distratti e sempre più assuefatti consumatori di immagini.

Il rito dei Vattienti, unicità simbolo di Nocera Terinese, traccia identitaria di un popolo, resta fedele a se stesso, non lasciandosi corrompere e mercificare – e quindi banalizzare –, ma continuando a rigenerarsi, indifferente alle critiche e alle depravazioni della modernità e di chi la abita.

Foto Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

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