Pier Paolo Pasolini ed Ernesto de Martino

Sovente accostati per gli interessi e il pensiero, Pier Paolo Pasolini ed Ernesto de Martino sono stati due intellettuali fra i più importanti della seconda metà del Novecento. Le loro parabole esistenziali hanno percorso traiettorie diverse, dando però vita a incroci e analogie.

Si potrebbe far sbrigliare da un momento particolare il filo della matassa che lega Pier Paolo Pasolini ed Ernesto de Martino.

È la sera del 7 novembre 1959 quando al Cinema Ariston di Crotone Pasolini riceve il Premio Crotone per il romanzo Una vita violenta, un riconoscimento contestato che per PPP coincise con un diluvio di polemiche a causa delle famigerate affermazioni su Cutro, uscite pochi mesi prima su Successo, la rivista su cui Pasolini pubblicò un reportage in tre puntate lungo le coste italiane, in cui il paese, a un tiro di schioppo da Crotone, e i suoi abitanti venivano appellati, certamente in maniera precipitosa e poco accorta, “banditi”. Una diatriba fatta scoppiare dalla giunta comunale democristiana di Cutro, che in realtà nascondeva – e neppure tanto bene – l’intento di delegittimare l’intellettuale comunista, il suo pensiero, la sua libertà di espressione. Un trattamento cui PPP era abituato, lui che nel corso della sua carriera – anche a causa dei suoi romanzi e soprattutto dei suoi film – di processi ne avrebbe attraversato ben trentatré.

Chiaramente, Pasolini si prese tutta la scena della cerimonia, ma in quella serata d’autunno del ’59, in Calabria, altri due autori furono premiati. Il Premio Crotone, corrispondente alla somma di un milione di lire, andò anche a Elèmire Zola e proprio a Ernesto de Martino, premiato per il saggio Sud e Magia, uno dei testi più conosciuti dell’opera demartiniana.

Ernesto de Martino e le spedizioni antropologiche

Autore di opere fondamentali per la conoscenza e lo studio della materia antropologica, Ernesto de Martino nel giugno di quell’anno, negli stessi giorni in cui Pasolini partiva dal confine italofrancese per il suo succitato reportage confluito poi nel volume dal titolo La lunga strada di sabbia, conduceva in Salento, assieme a un gruppo di lavoro specializzato, un’inchiesta etnografica sul fenomeno culturale e spirituale del tarantismo. La campagna avrebbe prodotto il saggio La terra del rimorso, lavoro conclusivo della cosiddetta “trilogia meridionalistica” di de Martino composta anche da Morte e pianto rituale nel mondo antico e Sud e magia.

Pasolini e de Martino e i mondi perduti

Entrambi di famiglia di estrazione sociale piccolo borghese, ma ambedue antiborghesi e anticapitalisti, Pasolini e de Martino approfondirono, pur in ambiti diversi e con differenti sensibilità e furore, gli studi riguardo i popoli arcaici, le culture tradizionali, la realtà contadina della gente marginale, quella tagliata fuori dalla storia e dai suoi progressi. Il mondo popolare “subalterno”, per dirlo con un termine di Antonio Gramsci.

Se nella seconda metà degli anni cinquanta – e poi con le prime esperienze cinematografiche del principio dei sessanta –, Pasolini portava fuori dal cono d’ombra la realtà povera, crudele e violenta delle borgate romane, de Martino scavava nei mondi perduti delle aree più isolate della Puglia, della Campania, della Basilicata, della Calabria, conducendo ricerche sul campo divenute essenziali negli studi etnografici. Nel corso delle sue spedizioni, Ernesto de Martino appurò che era lo stato in cui quelle persone vivevano, la precarietà delle loro vite e l’ambiente aspro che le circondava e isolava dal resto della Penisola, a favorire la permanenza di riti antichi, privi di ogni forma di razionalità, frutto di secolari sincretismi fra religioni e credenze popolari.

Stefano De Matteis, antropologo, studioso e curatore della pubblicazione dell’opera demartiniana, nota diversi punti di contatto tematici fra Pasolini e de Martino, due studiosi che, in alcuni testi, sembra che aprano un autentico dialogo.

PPP nutriva un forte interesse per l’antropologia cui afferivano le civiltà popolari a lui tanto care, le culture particolari cancellate dalla cultura dominante. Il poeta e intellettuale scomparso cinquant’anni fa lesse e citò Naturalismo e storicismo nell’etnologia e alcune note dell’etnologo campano nelle pagine del Canzoniere italiano, l’antologia sulla preziosa poesia popolare delle regioni italiane, dai canti funebri, agli stornelli ai canti di guerra uscita nel 1955. È lì, quindi, che si può collocare il primo accostamento fra i due Pasolini e de Martino.

Affini nella sensibilità verso le “apocalissi culturali e psicopatologiche” – collegate nella misura in cui la seconda agisce, e si inasprisce, nel vuoto lasciato dal fallimento della prima –, verso una civiltà che andava svanendo, sia Ernesto de Martino sia Pier Paolo Pasolini si batterono, nei rispettivi tempi e campi, per fare entrare il mondo popolare, quel mondo avviato verso la fine, sfruttato e messo ai margini, nella storia, dargli il giusto riconoscimento, il posto che meritava.

Del 1964, anno che precede quello della morte di de Martino, è un articolo pubblicato dallo studioso su Nuovi Argomenti. Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche uscì nel numero 69-71 della celebre rivista letteraria alla cui direzione vi erano Alberto Moravia, fra i fondatori del periodico, e proprio Pasolini, che, per forza di cose, avrà fatto suo il contenuto dello scritto dell’antropologo napoletano, anticipatore del volume postumo – e in parte incompiuto – La fine del mondo.

Una civiltà che scompare

Analogie ma anche molte differenze, soprattutto ideologiche per quel che riguardava il futuro: sul tema, si poneva in una posizione cautamente ottimistica de Martino, oltremodo apocalittica, invece, in specie nella ultima decade di vita, la visione del futuro di Pasolini.

Di più, de Martino vedeva quel mondo contadino che indagò così approfonditamente come un residuo arcaico da dimenticare, lasciarsi alle spalle per non intralciare l’avanzare della modernità. Un mondo da studiare con trasporto e passione, ma inevitabilmente destinato a sparire e per il quale non bisognava dolersene.

Un pensiero che lo allontana dal Pasolini “corsaro”, che soffriva per quel “genocidio culturale” che colpiva senza pietà le civiltà agresti, paleoindustriali, quel mondo semplice e puro, isolato e ancora non corrotto dai nuovi stili di vita imposti dal capitalismo scrivendone e parlandone, sempre con maggiore angoscia, in molteplici interventi in cui non si può non notare forte carattere antropologico.

Fra questi, la Lettera aperta a Italo Calvino dell’estate del 1974 – uscita su Paese sera e poi edita, col titolo Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino in Scritti corsari – in cui, citando ancora una volta de Martino, PPP precisò che rimpiangeva quell’universo contadino, “avanzo di una civiltà precedente (o di un cumulo di civiltà precedenti tutte molto analoghe fra loro)”, oramai inghiottito dalla modernità, scivolato “nell’orbita del cosiddetto Sviluppo”: “È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango”, chiosò.

Vicini e lontani, affini e divergenti, a entrambi, Pier Paolo Pasolini ed Ernesto de Martino, si riconosce il merito di avere accesso, nei diversi campi di studio e azione e in un periodo storico determinante, i riflettori sul Meridione, il suo mondo reale sottaciuto, sulle sue potenzialità inespresse e sul suo progresso non compiuto.

Foto di pubblico dominio da Wikipedia

Antonio Pagliuso

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