Giornalista di punta della seconda metà del Novecento, prima donna italiana sul fronte di guerra in qualità di inviata speciale, anticonformista e icona del pensiero libero, Oriana Fallaci si spegneva venti anni fa. Nella sua carriera di scrittrice e giornalista ha attraversato le più feroci guerre del suo tempo e affrontato con caparbietà e il coraggio delle idee il rapporto fra la civiltà dell’Occidente e il mondo islamico.
Il Columbia College di Chicago la ha definita “uno degli autori più letti e amati del mondo”. 20 anni fa, il 15 settembre 2006, si spegneva a Firenze Oriana Fallaci.
La giovane staffetta
Scrittrice e giornalista fra i più influenti della seconda metà del Novecento e dei primissimi anni del nostro secolo, Oriana Fallaci nacque nella città culla del Rinascimento il 29 giugno 1929 da Tosca Cantini, casalinga, e Edoardo Fallaci, artigiano e antifascista che la coinvolse, appena adolescente, nella lotta partigiana nei ranghi di Brigate Giustizia e Libertà. Nome di battaglia: Emilia.
Le interviste ai potenti della Terra
Iniziata presto la carriera giornalistica grazie al sostegno dello zio, Bruno Fallaci, a quel tempo direttore di “Epoca”, la Fallaci ha collaborato con grandi quotidiani e periodici come “The New York Times”, “Life”, “Le Nouvel Observateur”, “The Washington Post” e “Corriere della Sera”. Per Oriana Fallaci il giornalismo sarà sempre il primo amore, ma anche soltanto un modo per arrivare alla letteratura, la sua vera passione. Affermò che già da bambina non immaginava “nemmeno lontanamente un mestiere che non fosse quello di scrittore”.
Inviata da “L’Europeo” ha intervistato, senza remore e soggezione alcuna, tantissimi presidenti, sovrani e personalità del mondo della politica e della cultura, raccolte nel libro Intervista con la storia, uscito nel 1974. Fra questi: Henry Kissinger, Golda Meir, Yasser Arafat, re Husayn di Giordania, Alexandros Panagulis – con il poeta e rivoluzionario greco la Fallaci ebbe una relazione durata dal 1973 al 1976 –, Hailé Selassié I, Mohammad Reza Pahlavi, Indira Gandhi, Võ Nguyên Giáp, Pietro Nenni e Giulio Andreotti.
“Non riesco a escludere che la nostra esistenza sia decisa da pochi, dai bei sogni o dai capricci di pochi, dall’iniziativa o dall’arbitrio di pochi… Certo è un’ipotesi atroce. Ancor più sconsolato ti chiedi come siano quei pochi: più intelligenti di noi, più forti di noi, più illuminati di noi, più intraprendenti di noi?” rifletteva nella premessa del volume.
Lo scontro fra Oriana Fallaci e l’ayatollah Khomeini
Una delle “interviste con la storia” più celebri è quella realizzata nel 1979 per il “Corriere della Sera” con l’ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della rivoluzione, dinanzi il quale, all’ennesima provocazione sul tema della condizione e del ruolo della donna in Iran e quindi dell’imposizione dello chador – “I nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene” –, ebbe il coraggio di levare il velo, gesto intollerabile nella religione islamica. Irritato, Khomeini scattò in piedi e andò via.
“Perché le costringe a nascondersi sotto un indumento così scomodo e assurdo, sotto un lenzuolo con cui non si può muoversi, neanche soffiarsi il naso? Ho saputo che anche per fare il bagno quelle poverette devono portare il chador. Ma come si fa a nuotare con il chador?” domandò alla guida suprema nel corso della intervista pubblicata dal “Corriere”.
Inviata di guerra e i libri di successo
Penna brillante e rigorosa, irriverente per la sua epoca, Oriana Fallaci ha seguito da corrispondente di guerra – prima donna italiana inviata di guerra – i conflitti in Medio Oriente, in India, in Pakistan, in Bangladesh e in Vietnam.
Dall’esperienza nel Paese del Sudest asiatico ne uscì fuori il saggio Niente e così sia – premiato nel 1970 con il Premio Bancarella – in cui ricorda anche l’episodio che per poco non le costò la vita in Messico, il 2 ottobre 1968 alla vigilia delle XIX Olimpiadi di Città del Messico, quando negli scontri fra esercito e studenti fu ferita da alcuni colpi di mitraglia partiti da un elicottero. Quello che passerà alla storia come il Massacro di Tlatelolco fu ricordato dalla giornalista come il “massacro peggiore di quelli che ho visto alla guerra”.
La giornalista scomoda
Trasferitasi in maniera stabile a New York, negli ultimi anni di vita, in specie dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, fu criticata dall’opinione pubblica per i suoi articoli duri, estremi, poi in parte rivalutati negli anni a venire, riguardo i rapporti fra il mondo occidentale, definito in preoccupante decadenza, afflosciato sui suoi stessi valori, e il solido, fiero e caparbio fondamentalismo islamico. Le sue idee sulla delicata questione sono esplicitate con fervore ne La rabbia e l’orgoglio, edito nel 2001, bestseller da milioni di copie vendute in Italia e nel mondo. Anche questo scritto le riservò moltissimi attacchi e polemiche.
“Sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente oppure d’apparire razzisti, (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia e dalla cretineria dei Politically Correct, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. […] Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire. […] E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri, Cristo!”
Diverse altre critiche le piombarono addosso per via delle sue posizioni contro l’Unione Europea e l’eutanasia e dei suoi interventi pungenti, senza mezzi termini, a favore dell’intervento americano in Afghanistan dopo i fatti dell’11 settembre e contro il conflitto scatenato in Iraq sempre dagli Stati Uniti d’America.
A riguardo, nelle pagine de La forza della ragione, uscito alle stampe nel 2004 e dedicato agli italiani vittime dell’estremismo religioso, scrisse, palesando il suo sguardo lungimirante, financo profetico, che molti le riconoscono: “Signor Bush, signor Blair, credete davvero che a Bagdad gli iracheni accoglieranno le vostre truppe come sessant’anni fa noi le accogliemmo nelle città europee cioè con baci e abbracci, fiori ed applausi?!? […] e se invece di scoprire il concetto di libertà, invece di capire il concetto di democrazia, l’Iraq diventasse un secondo Afghanistan anzi un secondo Vietnam? Peggio. E se invece di lasciarvi installare la Pax americana cioè una pace bene o male basata sul concetto di libertà e di democrazia, quell’ipotetico secondo Vietnam si allargasse e l’intero Medioriente saltasse in aria? Dalla Turchia all’India, con un’inarrestabile reazione a catena”.
La morte nel 2006
Il 15 settembre 2006 il peggioramento della sua salute a causa del cancro ai polmoni – quel male che la aveva colpita più di dieci anni prima e che soleva chiamare “l’alieno” – ne determinò la fine della parabola terrena, ma Oriana Fallaci resta una delle autrici più lette e studiate, un esempio di giornalismo che si fa letteratura, una scrittrice e pensatrice indipendente. Una donna indomita che non aveva paura di essere libera.
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Antonio Pagliuso

