“La mala Pasqua a te!”: il ritorno del rimosso in Goliarda Sapienza

Poco conosciuta e studiata, l’opera di Goliarda Sapienza è segnata dal ciclo della cosiddetta “autobiografia delle contraddizioni”, inaugurato nel 1967 con Lettera aperta e proseguito due anni dopo con l’uscita de Il filo di mezzogiorno, testo che ci palesa alcuni degli episodi più significativi della vita della scrittrice siciliana: la complessa esperienza psicoanalitica, l’odio per i totalitarismi e quella Resistenza della quale non amava parlare.

Nel panorama della letteratura italiana contemporanea, l’opera di Goliarda Sapienza passa spesso inosservata, eppure meriterebbe più voce. Vogliamo ricordare il profilo della scrittrice siciliana, nata a Catania nel 1924, girando intorno ad una sua opera biografica: Il filo di mezzogiorno. Secondo romanzo pubblicato da Goliarda nel 1969, rientra nel ciclo dell’“autobiografia delle contraddizioni”.

A primo impatto può sembrare un linguaggio delirante quello del soggetto che parla, o meglio, che ricorda, perché è un’opera che si dispiega su due linee temporali e per due macro-temi. In merito al tempo, prevale uno scandirsi analogico, dato dalla necessità della scrittrice di recuperare la memoria; è un tempo che diviene sempre più chiaro e logico man mano che giunge la fine del romanzo, man mano che i ricordi vengono recuperati grazie alla terapia con l’analista. In merito ai temi, il primo appena citato, la memoria; il secondo è il transfert che si viene a creare col terapeuta. Sono due “spazi” che divengono ben visibili sulla scena nella trasposizione teatrale del romanzo fatta da Ippolita di Majo: spazi alternanti in cui la prima zona, quella onirica è dell’interiorità di Goliarda; la seconda zona è quella del reale, la sua casa, il luogo dove incontra quotidianamente l’analista. Eppure, lei pensa di vederlo di rado, eppure non ricorda, perché nel 1962, in seguito ad un tentativo di suicidio viene ricoverata al Policlinico di Roma e sarà qui a subire l’elettroshock.

Attraverso una narrazione che permette il ritorno del rimosso, alternando ricordi della sua vita e ricordi dei dialoghi col dottor Majore, conosciamo alcuni eventi e fatti fra i più significativi della vita di Goliarda: la promozione all’Accademia d’Arte Drammatica di Silvio d’Amico, l’odio per i padroni e per il fascismo, ricordi (anche distorti) del suo periodo di partigiana.

Scrive Angelo Pellegrino, compagno di Goliarda sino alla morte: “Goliarda non parlava molto di Resistenza, come tutti i veri partigiani che non hanno mai amato parlarne. Ancora, quasi vent’anni dopo, quando fu sottoposta al trattamento dell’elettroshock, durante il delirio pensava di essere caduta sotto le torture dei nazisti”. E infatti, nel Filo di mezzogiorno: “Arrestarono anche me e mi torturarono come papà… no, non proprio come lui. Lui lo picchiavano, a me mi mettevano sotto una macchina che mi faceva sbattere contro dei ferri aguzzi”. Non accadde veramente ma fu simbolo del terrore di tali torture, viste anche coi suoi occhi. Goliarda fu anche ricercata dalle SS e dovette nascondersi in un istituto di suore, nel periodo in cui anche il padre giunse a Roma, dove egli costituì la Brigata Vespri.

Il filo di mezzogiorno, versione teatrale di Ippolita di Majo uscita per Einaudi

È un romanzo che si avvia con un grido quasi mitico per la scrittrice “la mala Pasqua a te!” – grido-insegna del punto liminale da cui inizierà il recupero della memoria, che non è altro che un ritorno alla madre, come sua era la frase appena citata. Fu per lei che scrisse la prima poesia, ed è intorno alla figura materna che gira tutto Ancestrale, la raccolta di poesie curata da Pellegrino. La morte della madre fu evento spiazzante per Goliarda, che nella perdita di memoria, come una bambina, la aspetta perché è solo uscita a fare la spesa.

Il rapporto con l’analista, infine, che in un tempo analogico distorto porta ancor più distorsione: i ruoli si capovolgono e Goliarda, quasi guarita, aprirà le ferite più profonde del terapeuta che uscirà dalla relazione fratturato e anche “innamorato” – anche Goliarda – e a riguardo i riferimenti alla loro vicinanza fisica nelle ultime sedute. Un romanzo ricco di simboli, come vuole un recupero degli eventi passati di una vita: l’inevitabile approccio al simbolo per riconoscere il significato. Il diritto al segreto, poi, è inviolabile, “e come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…”.

Ci vorrebbe un’opera intera per parlare della vita di Goliarda, e rimandiamo ad una simpatica e profonda intervista rilasciata nel 1994, ove parla della sua crescita in una “piccola società” (la sua famiglia numerosa), della sua esperienza nel carcere di Rebibbia e anche di eventi intimi della sua storia, che si concluderà a Gaeta nell’agosto del 1996. Noi invece vogliamo concludere con la sua penna:

“E se camminando nel bosco sconosciuto della vita avrò voglia di correre e morrò schiantata da una corsa felice nel sole, controvento… se morirò per la sorpresa di qualche nuovo viso-incontro nascosto dietro un albero in attesa […] se morirò pugnalata dalla lama affilata di uno sguardo crudele vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la selezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto”.

Foto di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Katia Ruberto

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