I giorni di Vetro di Nicoletta Verna è un romanzo potente che s’imprime indelebilmente nella memoria: un pugno allo stomaco, ma anche un racconto di resistenza (e di Resistenza) dinanzi agli orrori della Storia e di coraggiosa, ostinata, inestinguibile speranza.
Una nascita segnata
La protagonista, Redenta, è una giovane donna segnata dal destino: nasce a Castrocaro il giorno del delitto Matteotti e porta sul suo corpo i segni indelebili della poliomielite. Una figura vulnerabile, dunque, eppure tenace. In mezzo alle atrocità del Ventennio non perde, infatti, il dono della pietà verso il prossimo.
Redenta abita sulla soglia, in un mondo liminale tra vivi e morti: i fratelli nati prima di lei sono morti in fasce, perché lei nasca e viva sua madre si rivolge a un guaritore il quale le predice che la bimba vivrà ma si porterà addosso la scarogna, tuttavia il suo sacrificio permetterà alle sorelle nate dopo di lei, tutte rigorosamente femmine, di vivere e di essere sane.
La scarogna – vale a dire la sventura che la accompagnerà per tutta la vita e che si palesa nella “gamba matta”, pegno della polio – è un fardello che Redenta, timida e taciturna, porta sulle spalle con abnegazione e mitezza. Quasi invisibile agli occhi degli altri, il solo a vederla davvero, al di là dei pregiudizi e delle superstizioni, è Bruno, l’amico d’infanzia, che la prende sotto la propria protezione e, da ragazzo, promette di sposarla.
Dalle colonie ritorna Vetro
Bruno ha uno spiccato senso della giustizia e non tollera i soprusi, tuttavia scompare senza dare spiegazioni, lasciando Redenta a una solitaria esistenza da storpia, fino a che il padre, arruolatosi anni prima e partito per la guerra coloniale, non torna dall’Etiopia insieme a un commilitone soprannominato Vetro, per via dell’occhio trasparente che gli hanno impiantato dopo aver perso l’originale durante uno dei tanti atti di barbarie perpetrati dai soldati italiani ai danni dell’inerme popolazione africana. Vetro prende in moglie Redenta e da quel momento per la donna inizia un incubo fatto di abusi e sevizie inimmaginabili.
L’incontro con Iris la partigiana
La grama esistenza di Redenta si intreccia a un certo punto della storia con quella di Iris, giovane donna bella, sana e colta, che si arruola come partigiana nella banda dell’eroico comandante Diaz, figura che diviene ben presto leggendaria, di cui Iris è anche la compagna.
Medium tra mondi opposti
L’incontro tra Redenta e Iris sembra quasi lo scherzo di un destino beffardo, ma assumerà le sembianze di un dono e di uno scambio grazie alla particolare natura di Redenta la cui esistenza da sempre è un tramite, un medium, tra mondi diversi, opposti, apparentemente inconciliabili: quello dei vivi e quello dei morti, quello dei fascisti e quello dei partigiani, quello di chi sa vedere la reale essenza dei fatti e quello di chi, per convenienza, vigliaccheria o semplice incapacità, non la coglie o addirittura la rinnega.
Vetro, il male puro
Il titolo del romanzo uscito per Einaudi ha una doppia accezione, Se da un lato I giorni di Vetro rimanda l’immagine del vetro come idea di fragilità e qualcosa che oltre a essere trasparente ha la capacità di tagliare, simboleggiando quei giorni profondamente segnati dalla violenza e dal dolore ma anche dalla capacità della Resistenza di mostrare in modo trasparente il valore di un futuro democratico, dall’altro, il termine vetro si riferisce al soprannome del gerarca fascista che ha perso un occhio durante la guerra d’Etiopia. Quest’occhio finto, di vetro appunto, diventa il simbolo del suo animo efferato e inaccessibile: un essere fatto solo di ferocia e disumanità.
Vetro, infatti, è un personaggio che, come ha dichiarato la stessa autrice, “nasce dall’esigenza di rappresentare il male nella sua forma più pura. A differenza di un personaggio complesso fatto di ombre e luci, lui è concepito come l’archetipo del male assoluto: non possiede sfumature positive, ma è interamente assetato di violenza. La sua incessante e feroce ricerca del male – che lo conduce quasi alla disperazione perché non potrà mai saziarsi – gli conferisce tutta la potenza simbolica per fungere da fulcro narrativo. In questo modo, il personaggio diventa lo strumento attraverso il quale la narrativa esplora le crepe e l’abisso dell’animo umano”.
La stagione della Resistenza oltre la retorica
Nicoletta Verna ha il merito di essere riuscita, in questo romanzo, nell’impresa estremamente ardua di raccontare la Resistenza senza cadere nella retorica. Ci riesce perché racconta i fatti dal basso, dalla quotidianità di esseri umani che vivono le loro piccole grandi passioni, i loro amori, le amicizie, le insicurezze, le paure, le gelosie. E sono proprio queste apparentemente piccole passioni a fungere da motivazione per combattere, ancor prima di inarrivabili ideali di eroismo e coraggio.
Come ha dichiarato l’autrice: “La Resistenza non viene trattata semplicemente come un evento storico, ma assume una valenza profonda e multisfaccettata. Rappresenta il contesto in cui si intrecciano scelte morali difficili e l’urgente necessità di riaffermare la dignità umana contro la brutalità del regime fascista. I personaggi, coinvolti direttamente nella lotta, si trovano a confrontarsi con il dramma della violenza necessaria per difendere la libertà, riconoscendo che ogni gesto di ribellione – per quanto motivato da nobili ideali – comporta un costo interiore elevato. In questo ambiente, la Resistenza diventa anche un percorso di crescita emotiva e spirituale: è una prova che mette a nudo le fragilità, le speranze e il coraggio dei protagonisti, trasformando il contesto storicizzato in una lente attraverso cui si esaminano le tensioni tra idealismo e realtà brutale”.
Redenta e Iris, le due voci femminili narranti, non sono due figure eroiche ma due donne come tante, che si trovano a vivere in un momento storico tanto drammatico quanto cruciale per la Storia recente di questo Paese. Redenta è una donna prigioniera del proprio corpo, un’emarginata che accetta docilmente il suo destino di subalternità e la sua resistenza ai soprusi del marito consiste solo in una sorda passività. Iris è una donna innamorata che sceglie di seguire il suo uomo nella lotta armata. Non ama la violenza, in alcuni casi prova anche goffamente a sabotarla, non riesce ad abbandonare gli scrupoli morali, si interroga sull’eticità delle azioni di guerriglia, ha un senso di civiltà che applica anche alla guerra e che finirà per costarle caro. Non sono donne eccezionali, Redenta e Iris, sono donne che subiscono la brutalità della Storia senza poterla cambiare, finché, incontrandosi, non riescono a infondere coraggio l’una all’altra, ma anche il loro coraggio altro non è che la forza che scaturisce dalla paura, quell’audacia che prende vita dalla consapevolezza ultima del proprio destino e fornisce una visione delle cose che si allarga dall’alto, quasi svincolata dal peso del corpo e dei suoi affanni.
La violenza di oggi e di ieri
“Ho scelto di raccontare il passato per parlare della violenza del presente”, ha affermato Nicoletta Verna, e leggendo queste sue parole il pensiero vola inevitabilmente alle tante guerre dei nostri giorni, dall’Ucraina a Gaza, passando per gli innumerevoli conflitti dimenticati che continuano a mietere vittime nell’indifferenza generalizzata di mass media e opinione pubblica.
Ma il romanzo della Verna finisce per puntare lo sguardo anche sulle colpe non elaborate – né mai veramente riconosciute – dei soldati italiani in Eritrea ed Etiopia, sulle stragi ingiustificabili di civili inermi e le ignobili violenze su donne e bambine. Atti di schiavismo, prevaricazione e sadismo gratuito di cui sappiamo – perché lo sappiamo sebbene fingiamo di non saperlo – si sono macchiate anche personalità osannate dell’intellighenzia patria, quali ad esempio, Indro Montanelli: nomi a cui sono tuttora intitolati parchi e statue a riprova del diniego assoluto e del totale rigetto italiano a fare i conti con la violenza e lo scandalo di un periodo storico per il quale si invoca da più parti la pacificazione, senza rendersi conto che quest’ultima è possibile solo dopo aver trovato il coraggio di guardare in faccia il Male da cui proveniamo e di cui siamo ancora profondamente impastati.
La lingua de I giorni di Vetro
I giorni di Vetro è un libro che rimane impresso anche per l’incisività dello stile e per la ricchezza e la molteplicità di sfumature di una lingua mimetica e duttile, flessibile, plasmabile, capace di adeguarsi alle varie esigenze narrative come al contesto sociale in cui agiscono i personaggi.
Soprattutto nella prima parte, quella relativa all’infanzia di Redenta, la lingua è intrisa di dialetto e vi è tutto un fiorire di parole – gazzamaia, svettole, quaioni, scapuzzando, invornita, sgumbiati – talmente variopinte e fantasiose che viene da chiedersi se, nascoste tra le espressioni del vernacolo romagnolo, non abbiano trovato posto anche parole inventate dall’autrice. Una lingua mimetica, dicevamo, che nelle pagine relative alle efferatezze compiute da Vetro si scarnifica, procede per sottrazione, in levare: il racconto si snoda qui attraverso la nuda e asciutta descrizione dei fatti. Solo azioni, non c’è spazio per commenti o interpretazioni.
I giorni di Vetro è uno dei libri più duri e più cupi che siano approdati in libreria negli ultimi anni, eppure ha una sua luminosa grazia, una luce intrinseca che rischiara la durezza dei fatti e che permette alle protagoniste, ma anche al lettore, di non soccombere dinanzi alla brutalità umana. Perché a fare da contraltare alla ferinità dell’essere umano c’è la capacità, anch’essa del tutto umana, di avere pietà. E chi ha pietà, come si legge nelle prime pagine del libro, è in grado di vedere più cose degli altri. In un certo senso, sa gettare lo sguardo, e il cuore, oltre gli ostacoli del presente.
Questo romanzo che – cosa sempre più rara e preziosa per un libro – a lettura ultimata continua potentemente a riecheggiare nella mente del lettore ed è destinato a lasciare una traccia indelebile di sé nella sua memoria, ha meritatamente trionfato nella sezione Letteratura del Premio Sila 2025 (dopo aver vinto l’European Union Prize for Literature), aggiudicandosi la tredicesima edizione del Premio, con la seguente motivazione: “È stato giustamente osservato che con I giorni di Vetro Nicoletta Verna ha composto un romanzo storico, che evoca questioni ancora vivissime e dolenti come le atrocità del fascismo e la Resistenza, evitando ogni prevedibile retorica. Ed è la credibilità psicologica dei personaggi dei Giorni di Vetro, a partire da Redenta, l’indimenticabile protagonista del romanzo, unita alla fluidità e alla prensilità dello stile, a garantire a Nicoletta Verna un risultato artistico così notevole per un libro che, pur essendo ancora una novità in libreria, è sembrato alla giuria dotato della capacità, sempre più rara, di rimanere in modo vivido e indelebile nella memoria dei lettori”.
Antonella Falco

