Recensioni: “Col buio me la vedo io” di Anna Mallamo

“Il giorno che pensai di rapirlo e ammazzarlo era un sabato di marzo, il mese pazzo.”

Reggio Calabria, anni ottanta del secolo Ventesimo. Un ragazzo è nascosto nello scantinato di una casa, incatenato a una sedia. Ad avvolgerlo, le tenebre. È questa la scena disturbante che cattura il lettore nelle primissime pagine di Col buio me la vedo io, il romanzo di esordio (edito da Einaudi) di Anna Mallamo, giornalista per Gazzetta del Sud e Huffington Post.

Siamo nella fase conclusiva della drammatica stagione dei sequestri di persona, parabola che ha terrorizzato e sconvolto l’Italia intera e che in Calabria, negli anfratti invisibili dell’Aspromonte – luogo del sequestro più lungo mai registrato, quello di Carlo Celadon, rapito nell’88 e rilasciato dopo ottocentotrentun giorni di prigionia –, ha trovato il palcoscenico ideale in cui dare forma agli incubi più bui.

Buio come quello in cui è confinato il ragazzo, Rosario, l’erede dei Cristallo, i padroni della città. Rosario si trova in quel pozzo nero – ci è stato portato – perché è lì che si affastellano le cose rotte; le cose rotte di cui lui fa parte, quelle che rovinano il paese, che lacerano le famiglie, come quella di Lucia Carbone, sua coetanea, sua compaesana, soprattutto, adesso, sua carceriera.

Lucia Carbone, col nome che ha l’ombra dell’ossimoro, è la protagonista e voce narrante dell’opera. Immaginando di essere una paladina della giustizia, la ragazza crede che incatenando nel buio Rosario Cristallo potrà “chiudere i mali del mondo”, punire con la sua concezione di bene e giustizia ogni misfatto commesso dalla famiglia criminale.

“È una vertigine, disporre così d’un essere umano.”

Il male e il bene, due stelle che collimano nei cieli dell’esistenza; oppure due venti provenienti da punti opposti, che di colpo si scontrano generando un vortice in cui si può finire risucchiati.

Nell’oscurità della cantina di Lucia confliggono bene e male, e sembra di ripercorrere la vicenda de La orca del maestro della suspense Eriprando Visconti; ancor di più, di ritrovarsi negli scantinati della morte de La scheggia di Zazubrin: da un momento all’altro spunterà fuori un cekista, gote perfettamente rasate, sguardo gelido, revolver in mano, mirerà sulla nuca del nemico del popolo in mezzo alla stanza e in un attimo sarà tutto finito. Giustizia è stata fatta, avanti un altro.

E invece no, perché fuori dall’edificio del romanzo di Anna Mallamo non c’è la periferia tetra e polverosa della Mosca post rivoluzione bolscevica, ma una città stupenda, abbracciata dal mare e dai monti, una città che ruzzola giù verso le acque dello Stretto, mitico crocevia del Mediterraneo, pontos accanto cui si srotola “il chilometro più bello d’Italia” – espressione attribuita a Gabriele d’Annunzio e che il Vate non ha mai pronunciato, ma che come le bugie ripetute mille volte si è oramai trasformata in verità (Goebbels, per restare in tema di citazioni contraffatte) di cui Reggio Calabria legittimamente si gloria. Una città alveare dove tutti sono parenti di tutti, dove tutti si conosco; una città paese che ha tanti occhi, occhi che sanno e nascondono ogni cosa. Una città sbattuta dallo scirocco, il vento d’Oriente, il vento dell’oblio; una città verticale, spaccata a metà, alta e bassa, soprana e sottana, dove l’abbondanza può diventare carenza, la lucentezza provocare cecità.

Figlia di una famiglia matriarcale in cui le donne “comandano al contrario, facendosi comandare”, “guidano dando ai maschi l’illusione di guidare”, Lucia ha rapito Rosario, lo ha segregato nelle viscere della città, nello scantinato-prigione svelatole dalla nonna, la tana per topi dalle mura muffe che divorano tutto: rumori, urla, lacrime, sangue, corpi.

Le azioni di Lucia sono guidate da uno smisurato per quanto vacuo sentimento di giustizia – e quindi di impunità –, un desiderio di giustizia soltanto personale seppur la giovane protagonista del romanzo intenda legittimarlo con qualche argomentazione più collettiva. Una vendetta personale, quindi, ché per Lucia Carbone la famiglia di Rosario è responsabile della scomparsa della zia Rosa, la zia “pazza” – i pazzi, gli unici che “parlano nella città che sta zitta” – una donna che amava la montagna, quell’Aspromonte che per lei rappresentava “un racconto senza fine”. Lei voleva scriverlo, riportarlo su carta, quel racconto infinito, e ciò la avrebbe portata alla collisione con chi quella storia, coi suoi margini neri, voleva tenerla muta. Rosa ha visto qualcosa che non doveva vedere e per questo è scomparsa, inghiottita dalla montagna dei Cristallo, i lupi dei boschi.

Giustizia e vendetta, queste le parole che si ibridano e riecheggiano mentre la protagonista percorre la sua catabasi, ché se è vero che “le colpe dei padri si ripetono nei figli, i corpi delle madri s’incarnano nelle figlie”, scappare dal proprio sangue proprio non si può.

“Mi prendo pezzi di Rosario, che mi guarda senza dire niente ma lo sa, sente le mie mani che gli prendono gli argini, le timpe, le pietrazze, gli sdirrupi, e arriveranno fino alla porta di casa sua, e l’abbatteranno, e faranno cadere suo padre, il contadino feroce, l’imperatore straccione, il lupo, e faranno cadere la casa, pietra su pietra, e loro scorreranno via, i Cristallo, e la loro legge non sarà niente, e i loro fossi si riempiranno e nessuno morirà mai più per mano loro, mai più.”

Quella di di Anna Mallamo è una lingua mobile, che rulla non perdendo però in precisione, una scrittura, propinqua all’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, piena, melodiosa e seducente, rapinosa.

Nel calderone di Col buio me la vedo io bollono sentimenti come la rabbia, l’odio, il rancore e il bisogno di vendetta, una storia di silenzi e storie da disseppellire che si muove sul confine sfumato, mai netto, della verità e della menzogna, del bene e del male, e che ci rimanda alla lezione essenziale del misterioso M. Ageev e alle pagine distruttive del suo Romanzo con cocaina in cui si invita a soppesare per quel poco che è la massa indistinta dei peggiori, quella che in fin dei conti si limita a commettere “qualche minuscola nefandezza”; occhio invece ai migliori, gli individui illuminati dai “sublimi sentimenti umani”, ché sono loro quelli realmente propensi “a uccidere”.

Antonio Pagliuso

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