Recensioni: “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti” di Han Kang

Han Kang, la vincitrice dell’ultimo Premio Nobel per la Letteratura, è un’autrice sudcoreana che inizialmente potrebbe essere immaginata come una scrittrice molto lontana dal modus vivendi alla occidentale, per quanto delle due Coree quella meridionale sia occidentalizzata, e per quanto la stessa Han (in coreano Han è il cognome e precede il nome), figlia di uno scrittore, sicuramente avrà ricevuto un’educazione di stampo europeo. Comunque opere come L’ora di greco, che l’autrice aveva pubblicato in lingua originaria nel 2011, e che Adelphi ha tradotto nel 2023, possono confermare la sua vicinanza culturale a un lettore europeo.

Recentemente Adelphi ha dato alle stampe un opuscoletto contenente la versione italiana del discorso di accettazione del Premio Nobel pronunciato dalla scrittrice: Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti.

Credo che la sua lettura possa costituire una sorta di premessa all’attività della scrittrice per chi magari la conosce poco. Faccio notare che, comunque, esiste un disallineamento tra la produzione in lingua originaria e la sua trasposizione in italiano. Si dirà che i motivi possono essere parecchi e, forse non da ultimo, uno di essi potrebbe essere anche la difficoltà di tradurre da una lingua ostica come il coreano. Certe cose, forse, si fanno solo quando ne vale la pena. E forse non è un caso se Adelphi ha tradotto nel 2023 L’ora di greco.

Non sono esperta del settore: ma forse già allora si sentiva odore di Nobel… chissà. E solo nel 2024, dopo la proclamazione del premio, è arrivata la traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Non dico addio.

Ora non si ha qui l’intenzione di speculare sulle motivazioni di un Nobel piuttosto che di un altro o sulle ragioni che spingono le case editrici a tradurre un titolo piuttosto che un altro. Qui si voleva solo sottoporre una riflessione.

Il discorso del Nobel di Han Kang

Veniamo però alla ciccia del presente intervento: cosa sostiene Han Kang nel suo discorso? Semplice: racconta una storia, come sa fare e come ha fatto sempre. Di chi? La sua.

Narrando la propria storia la scrittrice asiatica offre due opportunità. La prima, come si è detto, è quella di introdurre l’interlocutore alla sua bio-bibliografia. La seconda cosa è far capire il filo che lega le sue storie a quelle dei lettori.

Il suo discorso di accettazione, infatti, si divide in un due parti: La luce e il filo e Il discorso del banchetto (il primo tradotto da Lia Iovenitti, il secondo da Milena Zemira Ciccimarra che ha anche seguito la cura editoriale dell’intero libello). Nella prima parte l’autrice ricorda le opere che ha scritto ma inserendole, come accennato sopra, all’interno di un racconto. Rievoca di aver ritrovato lo scorso gennaio un libriccino di poesie scritto da lei nel 1979 all’età di nove anni.

A quel tempo lei viveva a Gwangju, dove era nata nel 1970. All’epoca la Corea del Sud era attraversata da scontri dovuti alla repressione militare contro coloro che si ribellavano all’autoritarismo. In vista di questi disordini – risale al 1980 il massacro di Gwangju –, la sua famiglia decise di trasferirsi a Seoul: in occasione di tale trasloco la bambina aveva riunito le sue poesie sparse in un libretto creato da lei stessa artigianalmente: otto componimenti scritti su cinque fogli di carta ruvida spillati insieme.

La Han Kang di oggi annota nel suo discorso: “Tra i versi ingenui e impacciati che ci si può aspettare da una bambina di otto anni, mi ha colpito la poesia datata aprile. Aveva inizio con queste due strofe: ‘Dov’è l’amore? Nel tic-toc-tac del mio cuore; Che cos’è l’amore? È il filo d’oro che unisce i nostri cuori’”. E ancora: “…sentivo che c’era un legame tra alcune delle parole usate da quella bambina di otto anni e la me stessa di oggi. Dentro il cuore che batte nel mio petto. Tra il mio sentire e il suo. Un filo d’oro li univa, un filo luminoso”.

La carriera di Han Kang

Raccontando la propria vicenda letteraria, Han Kang tesse questo filo che la porterà ad una nuova consapevolezza. Ma procediamo con ordine. L’autrice richiama alla memoria di aver pubblicato all’inizio della sua carriera “un volume di poesie e, a seguire, uno di racconti”. Dopo cinque anni il primo romanzo: “Scrivere poesie e racconti mi piaceva – e mi piace ancora – ma il romanzo esercitava su di me un’attrattiva particolare”.

Il primo romanzo, La vegetariana, fu pubblicato nel 2007. Durante la sua stesura, l’autrice si è posta alcune domande: “È possibile per gli esseri umani, essere del tutto innocenti? Fino a che punto possiamo sottrarci alla violenza? Cosa accade a chi per questo rifiuta di appartenere alla sua stessa specie?”. La storia parla infatti di una donna che, rifiutando di mangiare tutto e bere solo acqua, come se fosse una pianta, si avvicina più che all’integrità morale alla morte: “L’intero romanzo è, nella sua essenza, un continuo interrogare. Resistere senza distogliere lo sguardo. In attesa di risposte”.

Successivamente racconta di aver composto Il vento soffia, vai (edito nel 2010 nel suo Paese e mai tradotto in Italia finora), dove afferma di aver approfondito le domande poste nel romanzo precedente. In particolare, se la condizione di essere animali porta in sé per sua natura la violenza, e se l’uomo del resto non può trasformarsi in pianta “come andare avanti?”.

Oppure è possibile trovare modi di vivere più umani, che danno modo ai singoli di incrociarsi? Questa è la domanda che ha segnato la scrittura del romanzo L’ora di greco. La risposta è stata la seguente: sono le fragilità a rendere le persone vicine come la donna affetta da mutismo e il professore di greco che sta perdendo la vista.

La storia del massacro di Gwangju

Portata a compimento tale istanza – scrive l’autrice – cominciò a lavorare a un nuovo testo: infatti per la Han scrivere un libro significa di volta in volta porsi nuovi quesiti fino ad esaurirli nella scrittura. E poi nuove domande e poi un nuovo romanzo con e per nuove risposte. Sempre con maggiore approfondimento: “Pensavo a un romanzo che facesse un ulteriore passo verso la luce e il calore, che accoglie finalmente la vita e il mondo”.

Questa nuova scrittura trova la sua realizzazione grazie o a causa della storia con cui Han Kang decide di fare i conti nel 2014 attraverso l’elaborazione del romanzo Arriva il ragazzo, tradotto in italiano per Adelphi con il titolo di Atti umani da Adelphi nel 2017.

La storia è quella del massacro avvenuto nel 1980 a Gwangju, la città natale da cui la scrittrice scappò con la famiglia. L’ho già anticipato all’inizio e la stessa autrice lo ripete nel corso del suo racconto: “Avevo nove anni quando lasciai Gwangju con la mia famiglia, nel gennaio del 1980, quattro mesi prima del massacro”. Con esso quindi la ragazzina entra in contatto in modo indiretto: “E ne avevo dodici quando trovai per caso su uno scaffale della nostra libreria, con il dorso girato verso l’interno, il Report fotografico di Gwangju e lo lessi di nascosto dai grandi. Si trattava di un volume compilato e fatto circolare in segreto dai sopravvissuti e dai famigliari delle vittime, per testimoniare la verità a dispetto delle distorsioni della censura imposta alla stampa; conteneva foto di cittadini e studenti massacrati a colpi di manganello, baionetta e fucile durante la resistenza al regime militare che aveva orchestrato il colpo di stato. Ero troppo piccola per comprendere il significato politico delle immagini, ma quei volti sfigurati mi si incisero nella mente sotto forma di un interrogativo basilare: l’essere umano è capace di atti simili su altri esseri umani? Nello stesso libro, però, c’era una foto che mostrava una fila interminabile di persone davanti a un ospedale, in attesa di donare il sangue per i feriti. Tanto che mi chiesi anche: gli esseri umani sono capaci di atti simili per altri esseri umani? Due domande che mi sembravano inconciliabili e contraddittorie, un dilemma senza soluzione”.

Nel 2014 con Atti Umani Han dunque incontra la storia anche come letterata e nel discorso fa capire di aver dedicato circa due anni a questa nuova opera, dedicandosi in particolar modo alla documentazione, intesa sia tramite fonti mute , il Cimitero nazionale, sia quelle scritte, sia di carattere oggettivo (“una pubblicazione che raccoglieva i resoconti di più di novecento testimoni”), sia soggettivo (“un diario di un giovane insegnante serale…ucciso durante gli scontri che esprimeva nelle sue righe frasi come: ‘Io voglio vivere’”).

Il predetto lavoro di ricerca, soprattutto quella condotta sulle fonti più intime come i diari, portano l’autrice ad ampliare i suoi interrogativi: come possono convivere bene e male? E ancora non più come il presente possa aiutare il passato, o come i vivi possano salvare i morti, ma anche il contrario: “Può il passato aiutare il presente? Possono i morti salvare i vivi?”.

La risposta giungerà, come sempre puntuale al termine della nuova narrazione; il titolo coreano Arriva il ragazzo fa pensare al singolo gesto umano che nel romanzo risolve la questione arrivando e accendendo una candela nella palestra dove sono le salme delle vittime; Atti umani, invece, è un titolo più generico. In ogni caso registra l’autrice: “Quando alla fine del libro venne pubblicato nella primavera del 2014, mi colpì molto il dolore che i lettori confessavano di aver provato leggendolo. Non potei fare a meno di riflettere sul legame tra il mio dolore nello scriverlo e il loro nel leggerlo”.

E qui torna il tema del filo di cui dicevo all’inizio: in questo volumetto la Han parla non solo di quello che lega la donna di oggi alla bambina di ieri, ma a quello che la lega ai suoi lettori, ovvero agli altri.

Gli ultimi romanzi editi in Italia

Per conseguire una più robusta consapevolezza degli altri scrive un nuovo romanzo: Non dico addio (nel 2021 l’edizione coreana, nel 2023 quella adelphiana). Il titolo è la cifra dell’amore di una madre che “dopo essere sopravvissuta al massacro, ha lottato per ritrovare almeno un frammento delle ossa di un suo caro e potergli dare sepoltura. Colei che si rifiuta di smettere il lutto, che sopporta il dolore e sfida l’oblio. Colei che non dice addio. Di fronte alla sua vita – in cui amore e sofferenza avevano ribollito sempre con pari densità e temperatura – credo che mi ponessi queste domande: quanto possiamo amare? Dov’è il nostro limite? E quanto dobbiamo amare per restare umani fino alla fine?”

Ad oggi l’autrice, che non ha ancora terminato la stesura del nuovo romanzo, tuttavia ha acquisito una nuova consapevolezza ovvero che tutte le volte in cui, da grande, scrivendo era convinta di rispondere alle domande sul perché della violenza e del dolore nel mondo, e su come fosse al contempo presente la bellezza, in realtà stesse rispondendo alla domanda che si era posta da bambina e che era scritta tra le sue poesie: “Cos’è l’amore? Dov’è l’amore?” A queste aveva del resto già risposto sempre da bambina: “per la bambina del 1979, l’amore si situa in un luogo intimo, il ‘mio cuore’. Nel tic-tac del mio cuore, dice. Quanto all’essenza dell’amore, si dà questa risposta: E il filo d’oro che unisce i nostri cuori”.

Ecco allora in cosa consisteva il filo di cui si parlava all’inizio: un legame non solo tra la Han Kang adulta e la bambina, ma anche tra Han Kang e gli altri, ad esempio i suoi lettori: “In quei momenti, mi rendo conto davvero che la lingua è il filo che ci unisce, un filo lungo il quale scorrono la luce e la corrente della vita, e dove confluiscono le mie domande. Vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine a tutti coloro che sono collegati a me attraverso quel filo, e a coloro che lo saranno in futuro”.

Per quanto concerne invece la seconda parte del volume, Il discorso del banchetto, esso in una forma più concisa, riprende movenze e contenuti del precedente intervento, per arrivare alla medesima conclusione: il filo della lettura e della scrittura ha dato l’opportunità a Kang di incontrare se stessa e altre interiorità, di porsi domande e darsi risposte a questioni fondamentali. La risposta più importante è la seguente: “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, insiste sulla necessità di immaginare i tanti punti di vista delle persone e degli esseri viventi che abitano questo pianeta; il linguaggio ci collega gli uni agli altri. La letteratura, che si fonda sul linguaggio, possiede inevitabilmente una sorta di calore corporeo. E, altrettanto inevitabilmente, leggere e scrivere letteratura vuol dire opporsi a ogni atto che distrugga la vita. Desidero condividere con voi il significato di questo premio, che è un premio per la letteratura, così da opporci tutti insieme alla violenza. Grazie”.

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Buon filo letterario a tutti, anche nel segno della motivazione dell’assegnazione di tale premio alla scrittrice coreana dovuta alla “sua intensa prosa poetica che mette a confronto i traumi storici con la fragilità della vita umana”.

In tale esplicitazione riemerge il legame tra prosa e poesia da un lato e tra scrittura e persone dall’altro. Come volevasi dimostrare.

Filomena Gagliardi

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