Recensioni: “Il portiere di Ceaușescu” di Guy Chiappaventi

Il portiere di Ceaușescu (edito Bibliotheka) è il titolo del nuovo libro di Guy Chiappaventi dedicato a Helmut Duckadam, l’Eroe di Siviglia, il portiere che il 7 maggio 1986 “diede una notte di felicità al suo popolo che viveva con le luci spente, senza riscaldamento e con il frigorifero vuoto”.

Immaginate di raggiungere la finale di Coppa dei Campioni, la versione originale dell’attuale Champions League, il più importante torneo calcistico per club. E che la squadra della quale vestite i colori sia espressione di una realtà calcistica non di primo piano, anzi abbastanza marginale e poco conosciuta. Immaginate che partiate da sfavoriti, che la finale si giochi in uno stadio gremito, ma quasi interamente da tifosi della squadra avversaria. E infine immaginate che la contesa si decida ai calci di rigore e che della squadra outsider voi siate il portiere. Ecco, non sognereste di parare un rigore? Magari due e meglio ancora tutti?

Un sogno, vero? Ecco, c’è stato un portiere che questo sogno lo ha reso realtà, un portiere capace di neutralizzare tutti e quattro i rigori battutogli contro in una finale di Coppa dei Campioni: un exploit che chiaramente ha permesso ai compagni di mettere le mani sulla cosiddetta Coppa dalle grandi orecchie e a lui, un autentico sconosciuto fino a poche ore prima, di entrare direttamente, con biglietto prioritario, nella storia del calcio.

Helmut Duckadam, il portiere di Ceaușescu

Quella squadra era la Steaua Bucarest e quell’eroe Helmut Duckadam. Era la notte del 7 maggio 1986 e il portiere, all’epoca ventisettenne, diventò immediatamente un mito in patria. Un mito da poter sfruttare, con moderazione, comunque lungi dall’empireo luminoso di chi comandava, dalla propaganda del Paese, uno dei più influenti dell’Est comunista.

Corre la seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso. I primi segnali di cedimento della cortina di ferro cominciano a manifestarsi qua e là, ma la Romania schiacciata sotto il pugno di Nicolae Ceaușescu, al potere dal 1965, sembra non essere sferzata dalle ventate liberiste che pungolano tutti gli altri paesi del blocco orientale. Sembra, ché la rivolta di popolo di Timișoara, il massacro dei civili e il processo e la fucilazione del dittatore in diretta tv del 25 dicembre 1989 non sono affatto lontani.

7 maggio 1986. È trascorsa una decina di giorni dal disastro nucleare di Černobyl – a posteriori, un segnale nefasto per il mondo sovietico – e allo stadio Ramón Sánchez Pizjuán di Siviglia si gioca la finale della Coppa dei Campioni 1985/86. In campo il Barcellona, fremente di liberarsi dall’ossessione d’imporsi in un torneo prestigioso, e la Steaua Bucarest, il club dell’esercito della Romania, alla partita più importante della sua storia sportiva. Settantamila spettatori sono presenti allo stadio della città andalusa, la quasi totalità è formata chiaramente da tifosi del Barcellona. Soltanto poche centinaia di romeni hanno potuto acquistare un biglietto per sostenere la Steaua nell’ultimo atto del maggiore trofeo continentale. Una fortuna inestimabile.

Quattro parate per una impresa indimenticabile

Dotati di un tasso tecnico inferiore, i calciatori romeni riescono a ingabbiare l’undici spagnolo, in serata oltremodo opaca, e a raggiungere un primo scopo: portare la sfida ai calci di rigore. Qui sale in cattedra il numero 1 della squadra di Bucarest, Helmut Duckadam, maglietta verde con inserti bianchi, ricci scuri e baffoni da cosacco, che – forte anche della sua abilità nell’immedesimarsi nella psiche dei duellanti – con quattro epocali parate su altrettanti rigori tiratigli contro conquista praticamente da solo la Coppa dei Campioni. È la prima per una squadra dell’Est.

“In quel tunnel di undici metri che qualcuno paragona a una lotteria o a una roulette russa o al lancio dei dadi. Ma non è così: il rigore è una scienza e un gioco di nervi, un duello, arte e tecnica messe insieme, psicologia e destrezza.”

A raccontare la storia di quella notte magica e il prima e il dopo dell’esistenza del portiere romeno – una storia assai lacunosa se non già avvolta nel mistero – è Guy Chiappaventi nel libro Il portiere di Ceaușescu, uscito per l’editore Bibliotheka a pochi giorni dalla scomparsa dell’Eroe di Siviglia, morto il 2 dicembre 2024 a sessantacinque anni.

Il giornalista del tg La7 ricostruisce una parte di vita di Duckadam, scrivendo attraverso la voce dello stesso estremo difensore che nella finale di Coppa dell’86 impressionò tutti, tanto che in Italia il Corriere dello Sport dell’8 maggio 1986 uscì col seguente titolo a tutta pagina: “Superman è rumeno”.

La Romania sotto la dittatura di Ceaușescu

Il calcio è spesso specchio della società, se non pretesto per raccontarla, e di fatti il lavoro di Chiappaventi si concentra anche sulle penose condizioni di vita dei romeni durante la dittatura di Ceaușescu, il Conducător.

Dai generi alimentari razionati ai frigoriferi vuoti ai palazzoni grigi senza riscaldamento ed elettricità. Dall’industrializzazione forzata di un Paese rurale alla distruzione dei centri storici, delle campagne e dei monumenti culturali, passando per la corruzione dilagante, la fame e la prostituzione diffusa e l’aumento dei bambini abbandonati in orfanotrofio, fenomeno dovuto all’incremento del tasso di natalità imposto dal dittatore – se nel 1970 la popolazione romena era di poco più di venti milioni, nell’89 superò la soglia dei ventitré milioni, picco storico della demografia della nazione dell’Europa orientale.

La megalomania del despota, il suo insaziabile culto della personalità, le soperchierie ai danni del popolo, isolatissimo rispetto ai progressi che interessavano il mondo intorno, segnarono profondamente la società romena, congelata per un quarto di secolo dalla follia del Genio dei Carpazi.

La complicità dell’Occidente

Eppure la tirannia di Ceaușescu fu tollerata dall’Europa già instradata verso la costituzione dell’Unione Europea e la coesione monetaria. Per opportunità, ché alle ipocrite e tornacontiste potenze occidentali conveniva avere un comunista “atipico” oltre cortina, “il comunista buono perché non si era allineato con i Paesi del blocco sovietico a favore dell’invasione della Cecoslovacchia nel ’68 e aveva mandato i suoi atleti alle Olimpiadi di Los Angeles nell’84 nonostante il boicottaggio ordinato da Mosca”.

L’ascesa e la misteriosa scomparsa

Seppur in campo in alcune partite di campionato e coppa nelle settimane immediatamente successive l’apoteosi di Siviglia, Duckadam di fatto porrà fine alla sua carriera quella sera stessa.

Già assente alle seguenti finali di Coppa Intercontinentale e Supercoppa Europea che la Steaua disputa a cavallo fra l’86 e l’87 – per la cronaca, i campioni d’Europa perderanno la sfida intercontinentale contro gli argentini del River Plate, ma riusciranno a sollevare la Supercoppa superando in un derby falce e martello la Dinamo Kiev –, Helmut Duckadam sparirà dai radar del calcio.

Dalla raffazzonata automobile consegnata come premio ai vincitori al rientro in patria, una patria che stava cadendo a pezzi al pari dell’intero sistema socialista, prossima a rovinare nelle grinfie di un’altra tirannide, quella più subdola dell’Occidente, arrivando alla decisione di emigrare in America per rifarsi una vita lontano. La vita di Duckadam successiva il 7 maggio 1986 è colma di buchi neri e interrogativi.

Di voci ne sono circolate molte. Si è creduto a lungo che la Securitate, la famigerata polizia segreta del regime, gli abbia spezzato le mani perché il portiere si era rifiutato di consegnare all’iracondo figlio del dittatore, Nicu, una Mercedes – mica il ferrovecchio ricevuto dal Conducător – che gli sarebbe stata regalata secondo alcuni dal presidente del Real Madrid, acerrimo rivale del Barcellona, secondo altri addirittura dal re di Spagna Juan Carlos come ringraziamento per avere battuto i catalani, lui, il sovrano tifoso delle merengues.

La verità che Guy Chiappaventi racconta nelle pagine de Il portiere di Ceaușescu, un libro anche sulla caducità degli esseri umani, è la storia di un giovane uomo sfortunato, costretto dalla malattia a lasciare il calcio nel momento di maggiore popolarità.

“Dopo la vittoria di Siviglia gioco l’ultima partita con il Bacau a giugno e vado finalmente in vacanza sul fiume Mureș, vicino a casa mia. Cado in terra, è una trombosi, mi soccorrono i miei amici, rischio di perdere il braccio destro. […] La mia malattia è cominciata così, mentre ero all’apice della mia carriera.”

Il mito del Superman romeno

Helmut Duckadam, “l’uomo che diede una notte di felicità al suo popolo che viveva con le luci spente, senza riscaldamento e con il frigorifero vuoto”, è scomparso lo scorso 2 dicembre a Bucarest, ma la sua stella, accesasi di colpo, in un infinito istante di una notte di Siviglia di quasi quarant’anni fa, splenderà per sempre nella storia di quello che, nonostante tutto, resta il gioco più amato del mondo.

Antonio Pagliuso

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