Recensioni: “L’isola dove volano le femmine” di Marta Lamalfa

Virgona, Taranto, Russo. Sono tre cognomi che, per chi la conosce e ci è stato, identificano in maniera inequivocabile un’isola, un coriandolo di terra disperso in mezzo al Tirreno, sbattuto d’ognintorno dai venti, che pare volersi staccare dall’abbraccio delle sei vulcaniche sorelle maggiori che gli stanno a est.

È Alicudi, la più giovane, la più selvaggia, la meno abitata isola dell’arcipelago delle Eolie, e quello raccontato da Marta Lamalfa ne L’isola dove volano le femmine è un capitolo della sua storia, una storia minuta sovente distante dalla grande storia, in cui la dura realtà quotidiana – e non potrebbe essere altrimenti per un luogo talmente isolato e roccioso, abitabile soltanto in minima parte – si intreccia e confonde con la leggenda. Sud e magia, come ci insegna Ernesto de Martino e come sempre.

“Era successo da qualche tempo che dalla segale dell’isola erano usciti dei vermetti rinsecchiti neri. Tizzonare, le chiamavano quelle spighe, perché erano diventate scure come tizzoni di carbone. All’inizio nessuno s’era fidato, e avevano scartato quella segale scura. Poi era rimasta solo quella, e la poca bianca, chi l’aveva, se la faceva ormai pagare quanto lo zucchero.”

Il romanzo di Marta Lamalfa, pubblicato da Neri Pozza, prende spunto da una vicenda che accompagna da lungo tempo la storia di Alicudi, già Ericussa – questo il nome greco con cui era conosciuto anticamente l’isolotto: quella di un fungo che, agli inizi del Novecento, sarebbe penetrato nella segale e avrebbe provocato sull’isola una allucinazione collettiva; segale nera, segale cornuta, tizzonara, che portava visioni, come quelle delle majare (o mahare), donne disinibite e vendicative, donne capaci di volare. Sono le femmine volanti di Alicudi, una storia abbastanza nota, nemmeno così lontana dalle apparizioni mistiche avvenute nei secoli di qua o di là nel bacino del Mediterraneo.

La storia romanzata da Marta Lamalfa

L’isola dove volano le femmine è ambientato a partire dal 1903, un tempo in cui la piccola isola eoliana, prima di essere spolpata dalla emigrazione, contava oltre settecento abitanti, molti di più rispetto al centinaio scarso che vi vive, in modo stanziale, oggi.

La storia famigliare raccontata dalla scrittrice nata a Palmi ha come protagonista una famiglia, quella dei Virgona, la famiglia dei Iatti niri, i gatti neri, etichettati come portatori di sventura. E su un’isola di dimensioni così ridotte una simile malalingua fa presto ad assurgere a verità.

Agli ultimi Iatti sta stretta la grama vita isolana, distinta da antichissimi equilibri e retaggi culturali che sguazzando nella povertà e nella ignoranza non perdono affatto in possanza. Caterina, Saverio e Nardino, forse l’ultima speranza dello Scoglio, non temono “di fare le cose diverse da come sempre si sono fatte”, di andare contro la tradizione.

Le majare di Alicudi

Pronipote di Pino il catananno e Palma la catananna, Caterina, in particolare, è affascinata da Calòria, donna della terraferma, “donna per metà”, così la definiscono gli arcudari perché incapace di procreare, arrivata ad Alicudi misteriosamente, forse volando, come le majare, quelle femmine-mostro che vivono nella parte inaccessibile dell’isola, quella “scura e mala”, nera ed esiziale come il pane infestato dai vermi, che ballano nude, saettano lungo le sciare e fra le siepi di fichidindia e vagano per i cieli bui delle notti di Alicudi, generando trombe d’aria pericolosissime per i pescatori e i marinai.

Differentemente da tutti gli altri, Caterina dei Iatti vede in quella “donna di fuora” un modello, uno spiraglio per imparare a essere qualcosa di diverso rispetto a quello che la sua microscopica società le impone.

Una emancipazione contadina

Qualcosa di diverso capisce che può avere anche Onofrio, padre di Caterina, contadino da sempre, una vita di sacrifici per un tozzo di pane duro, illuminato dai discorsi di Ferdinando, socialista, detenuto politico al castello di Lipari, che sogna di istruire i diffidenti abitanti dello Scoglio circa i loro diritti.

“La terra senza chi la sa è solo sporco ai piedi. Però bisogna essere tanti, tutti.”

E le parole nuove di Ferdinando impiantano nell’animo brullo del bracciante, che mai ha neppure immaginato giornate diverse da quelle spese nei campi, sotto il sole e sotto la pioggia, il seme del cambiamento, dell’affrancamento dalle soperchierie dei padroni, della volontà di permettere ai propri cari – se per se stesso oramai è troppo tardi – di conquistare una condizione di vita differente, una vita scelta, non rassegnata all’indirizzo, seppur tanto ineluttabile, dato dal destino.

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Il tema del romanzo

Scritto durante l’annuale laboratorio della Bottega di Narrazione, scuola di scrittura diretta da Giulio Mozzi e Giorgia Tribuiani, e quindi con una scrittura ammaliante e senza dubbio educata, L’isola dove volano le femmine di Marta Lamalfa è una storia di emancipazione mentale ancor prima che fisica, di conoscenza e coscienza di sé, di capacità di generare nuovi pensieri e immaginare orizzonti diversi, né migliori né peggiori, ma semplicemente propri.

Antonio Pagliuso