“A chi si aggira nella confusione di una grande città capita, di tanto in tanto, di pensare – forse con un breve, nostalgico sospiro – alla vita in campagna, fantasticando un’esistenza in cui lo scorrere del tempo è una benedizione di Dio. Eppure, in realtà, non esiste luogo dove il tempo sia più fugace, dove la vita appaia più breve che in campagna.”
I grandi romanzi svelano il loro potenziale dall’inizio e Henrik Pontoppidan, considerato uno dei massimi scrittori danesi e Premio Nobel per la letteratura nel 1917, nella sua opera L’ospite regale scritta nel 1908, rompe quel velo di ipocrisia di cui la vita borghese si è sempre coperta portandola a scontrarsi con la realtà.
Protagonisti di questo celebre quanto breve romanzo (128 pag., edito Iperborea) una coppia di giovani sposi, il dottor Arnold e Emmy Højer (nome che richiama anche una cittadina danese) che dopo il matrimonio, avvenuto sei anni prima, decidono di stabilirsi in un paesino in brughiera lasciandosi alle spalle la frenesia di Copenaghen e impegnandosi nella costruzione del loro piccolo paradiso terrestre benedetto dalla nascita di tre figli. Sarà la visita di un ospite inatteso, il Principe Carnevale, a portare scompiglio nella coppia andando a incrinare una vita apparentemente felice e appagante. Basteranno poche ore e il gioco ben curato di questa buffa quanto invadente figura a portare a galla sensazioni sopite da tempo: “mi consentirebbe, nel rispetto della convenienza, di mettere un po’ sottosopra la sua casa, stasera?”.
L’autore accompagna i protagonisti, attraverso la rivelazione di alcuni momenti di tedio, ad aggrapparsi ai ricordi di una gioventù ormai andata considerando questo un elemento salvifico e, invece, considera controproducente cercare di tenere sopite alcune sensazioni convincendosi che la propria vita sia esattamente come desiderata. Tutto viene sempre a galla attraverso rotture interne o provocate da qualcun altro: “il primo anno di matrimonio aveva spesso cercato conforto in quei tesori durante le lunghe, vuote e solitarie ore di assenza di Arnold”.
Pontoppidan, da esponente del Realismo, porta tra le pagine di questa novella la crisi che attraversò la Danimarca tra la metà dell’800 e gli inizi del ’900 e investì tutti gli ambiti individuali e collettivi della nazione andando a toccare anche il rapporto tra uomo e donna e il matrimonio, istituzione fino ad allora idealizzata. Attraverso la distruzione del personale paradiso terrestre creato e curato dai coniugi Højer, e utilizzando la figura del Principe Carnevale, la cui identità non verrà mai svelata, ma è lo stesso facilmente intuibile – molti aspetti riconducono a Mefistofele (o Mefisto) – l’autore vuole ricreare quell’eterna lotta tra l’idealizzazione del matrimonio e la realtà della vita quotidiana.
Sembra quasi di percepire una sorta di divertimento da parte dello scrittore danese nel costruire il personaggio dell’ospite regale che si presenta con le migliori intenzioni ma capace delle più sottili macchinazioni affinché si vada a squarciare quella falsa apparenza di appagamento. A scuotere quella borghesia che si è sempre in fondo nascosta dietro le buone maniere a favore degli altri: “Cosa diranno le domestiche? – Le domestiche? – Sì, domani ne parlerebbe tutto il paese”.
La coppia che cede alla richiesta del Principe Carnevale di fare festa è un riferimento a Adamo e Eva che cedono alla tentazione del serpente mangiando il frutto dell’albero della conoscenza scoprendosi improvvisamente nudi. Così i coniugi si scoprono insoddisfatti: “sembra che tutti gli spiriti buoni siano fuggiti di colpo dalla casa del dottore”. Quello che rimane è un disincanto con cui convivere e andare avanti.
L’ospite regale è un romanzo breve di notevole potenza che abbraccia un cambiamento, porta alla luce la realtà dei rapporti e invita ad andare oltre le apparenze.
Ilaria Matà

