Se la vita è a nostra disposizione, lo è anche la morte? Quale spazio riconoscere alla libertà individuale quando essa entra in tensione con la tutela della vita? Le discussioni sull’eutanasia suscitano emozioni profonde e reazioni contrastanti da parte dell’opinione pubblica. Un tema che ha una storia lunga e complessa e che nei secoli ha subito profonde mutazioni.
“Di Noi uomini siamo proprietà degli dèi.” Queste sono le parole attribuite a Socrate nel celebre dialogo platonico. Oggi, però, l’uomo sembra essere l’unico padrone del proprio destino. Questa riflessione ci porta ad una legittima domanda: se la vita è a nostra disposizione, lo è anche la morte?
Ci sono questioni sulle quali la politica si esercita in solenni dichiarazioni di principio che, tuttavia, faticano a tradursi in una disciplina legislativa organica. Il dibattito sul fine vita rappresenta uno di questi casi.
Le questioni legate al fine vita tornano periodicamente al centro del dibattito pubblico, suscitando emozioni profonde e reazioni contrastanti da parte dell’opinione pubblica. Sono vicende umane che commuovono, disorientano e dividono, perché chiamano in causa interrogativi fondamentali circa l’esistenza umana: la tutela della vita, della dignità e del diritto di autodeterminazione.
È necessario, tuttavia, distinguere alcune pratiche che, pur rientrando nel dibattito generale sul fine vita, assumono significati diversi sul piano giuridico. Con il termine eutanasia si indica generalmente l’intervento intenzionale di un terzo che provoca la morte di una persona su richiesta, mentre nel suicidio medicalmente assistito è la persona stessa a compiere l’atto finale, con l’assistenza di altri.
Diversa è la scelta di rifiutare o interrompere un trattamento sanitario, anche quando da tale decisione possa derivare la propria morte: si tratta di una libertà di scelta riconosciuta dall’ordinamento italiano, nel rispetto delle condizioni previste dalla legge n. 219 del 2017 sul consenso informato. In relazione, invece, al suicidio assistito, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 242 del 2019 relativa al caso Cappato, ha individuato specifici presupposti in presenza dei quali l’aiuto al suicidio non è punibile. È proprio alla luce di queste differenze che si misura la complessità del dibattito contemporaneo sul riconoscimento della libertà individuale, senza trascurare la tutela del diritto alla vita.
Eutanasia e dignità della vita
È importante sottolineare che i progressi scientifici e tecnologici hanno reso possibile il prolungamento artificiale dell’esistenza biologica anche quando la propria esistenza sembra essere ormai giunta al termine. Ma il potere di prolungare l’esistenza umana porta con sé interrogativi scomodi: fino a che punto il prolungamento artificiale della vita umana coincide con la tutela della dignità della persona? È in quest’ambito che si inserisce il dibattito odierno sull’eutanasia. Per alcuni, l’eutanasia può rappresentare una scelta di autodeterminazione e compassione di fronte ad una sofferenza disumana e intollerabile; per altri solleva questioni giuridiche relative alla disponibilità e indisponibilità della vita.
Nello specifico, per indisponibilità della vita si intende l’idea che la vita umana non possa essere considerata un bene del quale l’individuo disponga senza limiti. Con disponibilità della vita, invece, si intende la facoltà e il diritto di poter decidere circa l’essere o non essere della vita umana. Perché la vita, come afferma papa Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae, è sacra. Ma anche la morte è parte della vita e riconoscerlo è il primo passo per restituirle dignità. Come scrive Giuseppe Remuzzi nel suo libro In punta di piedi: “Del resto ci dobbiamo fare i conti tutti, presto o tardi”.
L’eutanasia nella storia
Ma il rapporto tra l’uomo e l’eutanasia è davvero una questione dei nostri tempi? Quale significato ha assunto l’eutanasia nelle diverse epoche storiche? Contrariamente a quanto potremmo immaginare, il concetto di eutanasia non è una creazione della modernità. Il termine eutanasia racchiude, nella sua più antica etimologia, una determinata concezione della morte: deriva dal greco εὖ, “buono” e θάνατος, “morte”. Indica, quindi, originariamente l’idea di una morte dolce e serena.
Un celebre esempio è quello dell’imperatore Augusto che, secondo lo storico Svetonio, avrebbe invocato per sé l’eutanasia, nel senso antico del termine. L’esempio di Augusto dimostra come il concetto di eutanasia abbia assunto significati diversi nel corso dei secoli. Come ricostruisce, infatti, lo storico professore Marco Cavina, nel suo volume Andarsene al momento giusto, il modo in cui le società hanno interpretato la morte, la sofferenza e il diritto o meno di disporre della propria esistenza ha subito profonde mutazioni nei secoli.
Ripercorrere le diverse interpretazioni significa comprendere che le domande oggi al centro del dibattito pubblico affondano le proprie radici in una storia lunga e complessa. Erano frequenti, secondo quanto riportato dallo stesso Cavina, tra le popolazioni popolazioni indogermaniche e slave costumi di soppressione dei vecchi e dei malati. In Bretagna, ad esempio, veniva utilizzata un’ascia di pietra benedetta per colpire la testa al vecchio o al malato.
L’Accabadora, l’angelo della morte sardo
Tra le pratiche che si collocano al confine tra tradizione popolare e ricostruzione storica, una figura suscita particolare interesse: l’Accabadora. Nella tradizione popolare sarda, si racconta di una donna che entrava nelle case dei malati in condizioni di estrema sofferenza. La sua figura, sospesa tra dimensione umana e immaginario mitologico, è stata interpretata come simbolo del rapporto tra compassione, morte e comunità. La leggenda popolare la descrive come una sorta di angelo della morte, chiamato ad intervenire quando una vita non era più vita. La sua figura nascondeva un messaggio filosofico che, forse, ben racchiude il significato tramandato dall’antichità classica: il suo gesto era l’ultimo atto d’amore, la fine di un percorso che doveva chiudersi senza sofferenze.
Tuttavia, queste pratiche popolari venivano, spesso, sepolte dall’omertà, emergendo nelle fonti soltanto in modo casuale e sporadico. È, forse, per questo che la figura dell’Accadabora rimane avvolta dal fascino della leggenda popolare? Del resto, ancora oggi, il tema dell’eutanasia lascia spazio a dubbi e paure di esporsi.
La storia dimostra che il rapporto tra l’uomo e la morte è stato interpretato in modi diversi a seconda delle epoche e delle società. Oggi, il dibattito sul fine vita ci pone nuovamente di fronte a una domanda fondamentale: quale spazio riconoscere alla libertà individuale quando essa entra in tensione con la tutela della vita?
Libertà di scegliere
L’eutanasia continua a rappresentare, infatti, una delle questioni più controverse e dibattute del diritto contemporaneo, sollevando interrogativi che coinvolgono tanto la sfera giuridica quanto quella etica e filosofica. La questione centrale è quella di garantire che ogni decisione sul fine vita sia rispettosa della dignità della persona e, soprattutto, della sua libertà di scegliere. Perché, in fondo, il presupposto imprescindibile della libertà di scelta è che esista una possibilità di scegliere tra più opzioni realmente disponibili. Ed è proprio nella possibilità di scegliere, anche in una fase tanto delicata della nostra esistenza, che si concretizza la tutela della libertà individuale.
La morte di Marat di Jacques-Louis David
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Elena Giordano

